— Che tipo curioso! — pensò il giovane — ora sa, ora chiede, ora vuole, ora non vuole. Chi diamine può essere?
Lo seppe poco dopo, quando furono all'entrata del viale e quando il vecchio custode, capitato finalmente, dopo lunghe chiamate, col mazzo delle chiavi, per aprire il cancello, se le lasciò cader di mano, in atto d'altissima meraviglia, udendo una nota frase sulle labbra della signora che scendeva dal legnetto. Non certo ancora, aguzzò lo sguardo ansiosamente. Ella, ridendo, rimosse il velo... Allora il vecchio giunse le mani e sclamò, gridò quasi:
— Ah Madonna! è proprio lei... la padrona!
— Corpo! — pensò il vetturino, inebetito dalla meraviglia. — E io che la piglio per un'acquirente, e a momenti le conto la storia di maes Lattanzio!...
***
Proprio lei... in persona... la contessa Fulvia di Monteforte. La fattora l'accompagnava in casa, sbarrava gli usci, spalancava le imposte nelle sale a terreno, suscitando galoppi udibili di sorci e fughe disperate di grossi ragni. Il tanfo del rinchiuso si esalava caldo e nauseante, la rabescatura bianchiccia del salnitro si accusava sui pavimenti e sugli zoccoli delle pareti e da esse pareva emanare una piccola frescura, acuta e malsana. Informi cataste di mobili avvolti in vecchie tele, rompevano qua e là il nudo e il vuoto degli ambienti.
L'assenza dei padroni era stata pretesto a qualche usurpazione dei custodi. In un piccolo boudoir chinese, un odore acre, intollerabile, rivelava la presenza del raccolto dell'aglio. Il fattore aveva impiantato nello stanzino del bagno una specie di rustico studiolo. In una vasta antisala, dipinta a fresco, eran rizzate delle tavole di graticci a più piani, sui quali era distesa l'uva, fresca ancora della recente vendemmia; ma l'ingrato odore dei bozzoli, che avevan primi occupato il luogo, perdurava.
Le fine nari della Contessa ebbero delle non dubbie vibrazioni, ma essa nulla espresse del suo scontento, se pure ne risentì. Solo un istante, come se sentisse bisogno dell'aria pura, venne fuori, e diede un'occhiata al terrazzo.
Peggio che mai! L'incuria dei fattori, il vandalismo dei villani avevan presto avuta ragione della regolarità leggiadra dei comparti; la gramigna aveva invase e divorate le macchie, e i fagiuoli coprivano, colla tenacità dei loro tenui steli attorcigliati, le cime degli arbusti di lusso; le bordature eran diventate di prezzemolo e di insalata, e dai grandi vasi di limoni si riversava un'arruffata vegetazione di pomidoro. Solo il gelsomino e i due rosai, piantati appiè delle colonne del porticato, avevan vissuto per conto proprio, a dispetto dell'incuria. I rosai erano in piena fioritura, e il gelsomino era tutto in vaga costellazione bianca, e un cespo d'amorino, alla base d'uno dei rosai, metteva la sua nota pura ed intensa in quel terzetto di profumi. Un vecchio montone, sporco, colla lana arruffata, pascolava e dava capate in un piccolo recinto di vecchie canne di granoturco, addossato al piedestallo d'una muschiosa statua di Bacco. Su una cordicella tesa fra due colonne del porticato, asciugava, all'afa delle ore meridiane, tutto un bucatino di robicciuole infantili.
L'agente, che un ragazzo era andato a chiamare, capitò in fretta e furia, accatastando scuse e complimenti. Era ai prati, pel terzaruolo.