— Mai più. Lui non aveva voluto più saperne quando s'era cominciato a scaldar la testa. Lei, per la gran passione, fece una malattia e non volle sposar più nessuno. Quando furono morti tutti i suoi e il Lattanzio cominciò a star male, ella venne in casa, come serva della sorella di lui. Tanti la criticarono e le tolsero il saluto. Ma ormai era vecchia e brutta, poteva anche farlo. E adesso vedesse cos'è diventata... a furia di nottate e di strapazzi.
La Contessa chiese il caffè, che le fu recato trionfalmente dalla fattora. L'aveva fatto lei ed era un'abbominevole cosa. Ma Fulvia non s'inquietò e non disse nulla. Tanto, era l'ultima volta.
— Per fortuna! — pensò con un piccolo brivido.
***
Curiosità, o senso di dovere. I notabili del paese vennero, in corpo, a riverire la signora Contessa. Essa li vide farsi avanti sul viale. Solo a misura che s'accostavano, avvertì i mutamenti ed i vuoti. Don Giulio, il prete che non aveva rivali per scongiurar le talpe, s'era fatto tutto bianco, ma la robustezza portentosa della tempra serbava alle forti membra, alle marcate fattezze l'antico marchio, quasi brutale, di forza e di energia. Piero Massini, il ricco fittabile, già così grosso, s'era fatto enorme ora, e camminava a stento, come un vecchio bue. Il tempo pareva invece aver sempre più assottigliati i contorni della scarsa persona del signor Tapretti, l'ex-sindaco, e la mobilità nervosa, fuggente, dello sguardo palesava sempre la nota fondamentale del carattere, una conigliesca insana paura di tutto. Il famoso Giovannino Prè, il bell'umore, il brillante della compagnia, proprietario-dell'albergo del Leon d'Oro, c'era non solo, ma non pareva punto invecchiato; portava ancor bene la snella persona di ex-militare e la sua faccia accesa, sensuale, aveva serbata la ilarità maligna di canzonatore spietato, sempre a caccia di grosse mistificazioni. Fra i mancanti, il farmacista pettegolo, famoso per le sue distrazioni, il vecchio dottore, facile al bicchiere e celebre per le sue imprese amorose. Mancavano pure l'astuto, malefico segretario, e il maestro di scuola, maes Lattanzio. Fulvia pensò a lui, e lo rivide col pensiero. Rivide l'esile persona, il pallore malsano, le acute fattezze del magrissimo volto, adombrato da una zazzera divisa in due portentosi ciuffi, ondulati e lucenti. Vide il suo sguardo ardente e spiritato, quell'indefinibile assieme di pretesa, di sussiego, di timidità; rammentò le sue frasi ampollose, arzigogolate, il suo fare tra impacciato e impudente, quei suoi scatti nervosi che avean del convulso. Sorrise per un secondo, evocando quella grottesca figura di pedagogo sentimentale, poi aggrottò le ciglia, pensando che egli, che il Giovannino Prè, che tutti gli altri di quella volgare combriccola di buontemponi erano stati per un anno intero ospiti quotidiani della villa. Rammentò l'acre avversione che aveva dapprima provata per la loro compagnia. Ma Roberto non tollerava la solitudine. Rideva di sua moglie e delle sue riluttanze, trovava ridicole le sue arie scandalezzate, fuor di luogo affatto: Naturalmente, eran gente impossibile, villani rifatti. Ma giacche non c'era altro, bisognava prenderli com'erano, e giovarsene, per non morir di noia. Sinchè si stava in campagna, bisognava adattarsi.
Fulvia aveva capita la lezione e coll'andar del tempo aveva finito coll'adattarsi anch'essa. Non si ribellava più contro la noia di quelle insulse conversazioni, contro il ridicolo del grossolano incenso delle adulazioni, le bizze, i pettegolezzi, le acri piccinerie, le volgarità serene, inconscie, dei suoi ospiti. Roberto, lietissimo, rideva di loro e se li aveva sempre d'attorno. Una gaia brigata; questo sì, sollazzevoli, a modo loro. Si facevano l'un coll'altro degli scherzi gustosissimi, che Roberto incitava e che lo facevan sbellicar dalle risa. Il Giovannino Prè era famoso per le trovate... certe finte citazioni al farmacista, all'ex-sindaco, tanto pauroso, degli spauracchi da fargli venir la terzana. E così, a furia di pensarne e di farne, era andato ad inventare la più bella fra tutte le celie, quella di persuadere maes Lattanzio che la contessa Fulvia fosse segretamente innamorata di lui!...
A dir vero, maes Lattanzio era un soggetto: unico per ogni specie di mistificazione. Malsano di mente e di corpo, estroso, un misto di strane audacie e di codardie, coll'immaginazione male in arnese, con un vacuo disordine di sogni e di aspirazioni. Era grottesco in tutto, nell'aspetto e nei modi; solenne nel parlare, pedantesco, con una spruzzatura di sentimentalismo, che dava l'ultima mano di ridicolo a quella infelice macchietta di pedagogo.
Sulle prime la Contessa aveva preso a proteggerlo, vedendolo fatto segno ai dileggi dei buoni amici. Lo aveva fatto per buon cuore e per spirito di contraddizione, sbadatamente; si divertiva della sua gonfia gratitudine, dell'ammirazione svenevole ch'egli le tributava. Non s'era nemmeno accorta dell'esaltamento vago, indeterminato, che la stessa bontà di lei aveva messo in quel povero cervello. Non avvertiva ch'egli diventava ogni giorno più brutto, che i suoi ciuffi prendevano delle dimensioni sempre più torreggianti, e che gli sguardi, già un po' loschi, del povero maestro avevano delle contorsioni sentimentali del più bell'effetto.... Ma, in vece sua, se ne accorsero gli amici e Roberto, il quale apprese pel primo, a Fulvia, ridendo come un matto, la bella conquista da lei fatta. E Giovannino Prè, cogli altri amici, ordirono tutto il piano della congiura. Si circuì l'infelice, si soffiò a piene gote nel suo focherello, a piene mani vi si gettò esca e paglia; tanto si disse e si fece, ch'egli finì col cader nella rete. Confidò a Giovannino il suo amore per la Contessa, e il Giovannino finì col confidargli ch'egli aveva forti motivi di credere che la Contessa nutrisse pure una segreta, ma violenta passione per l'erudito maes Lattanzio.
Figurarsi l'infelice maestrucolo!... Quel po' di buon senso, ch'egli poteva aver serbato, naufragò completamente nella piena dello smisurato suo trionfo. Egli credette. Tutto abboccò ciecamente di quell'esca grossolana e crudele. Una spina soltanto in quella grandinata di rose... la troppo giusta gelosia del marito.
Roberto figurava d'esser solo insospettito. Ogni tanto, saettava occhiatacce truci al maestro, che allibiva. E dopo queste scene mute, quando maes Lattanzio, sgomentato, se la batteva discretamente, perchè non succedessero disgrazie, quale immenso scoppio d'ilarità fra i congiurati! Come rifacevano le mosse, gli attucci, il contrasto di mimica amorosa e cauta di quell'imbecille. Tanto che la Contessa doveva finire col ridere anche lei del successo della celia.... Ella pure vi recitava la sua particina. La recitava maluccio, esagerandola, come tutte le esordienti; ma il maes Lattanzio, nella serenità del suo convincimento, non badava pel sottile: credeva e tirava via! E così il divertimento si prolungò all'infinito. Solo quando ne furon sazi, quando si vide il Maestro pressochè esasperato dalle speranze sempre deluse dal caso, si combinò con vera abilità una specie di catastrofe. Una lettera intercettata, le smanie gelose di Roberto, che giurava di sterminar l'audace..., la disperazione, le lagrime dell'innamorata Contessa..., la possibilità, anzi l'inevitabilità di un duello. Il Giovannino aveva quasi rapito il Lattanzio, l'aveva costretto ad allontanarsi, sinchè si fosse potuto placare l'adirato consorte. Il Maestro s'era generosamente adattato ad allontanarsi per salvare la Contessa, e intanto gli amici avrebbero placato il Conte. Intanto, invece, era venuta la fine della dimora in villa, il Conte e la Contessa erano partiti; e chi si rammentava più di maes Lattanzio e di Monteforte, nella gaia ed elegante baraonda d'un carnevale passato a Napoli? Solo per qualche tempo i due sposi rammentarono, ogni tanto, ridendo, quell'episodio. Poi venne un tempo in cui Fulvia e Roberto non risero più assieme. Ognuno rideva ormai per conto suo, e non certo a proposito di una vecchia celia, scordata da entrambi!