Se ne doleva ora e volle poscia deridere in sè stessa quello strano senso di cruccio. Ma non le venne fatto... Tenne a lungo lo sguardo fisso sul lucignolo vacillante della pessima candela che le aveva data la fattora. Si scosse, le parve di sentire un gran caldo nella persona. Aprì la finestra di centro e vi si affacciò. Una cupa notte, ingombra di nubi tenebrose. L'atmosfera era umida per la pioggia già caduta e per quella imminente. Sulla fuliginosa bassura dell'orizzonte spiccava il vasto tracciato della campagna, cogli accavallati profili dei colli. Tutto il rimanente: un nereggiamento cupo e caotico. Ogni particolare naufragava nell'oscurità; le grandi linee emergevano sole da quell'oceano silenzioso delle tenebre.
Ella vide quel nero, e si ricordò. Nella tenebra della sua mente, del suo cuore, vide alzarsi nude, gigantesche, isolate nell'ombra le grandi linee della sua vita.
Pure rammentava anche un grande e caldo sfolgorio di luce.... Oh le estasi, le gaiezze dei primi tempi del suo matrimonio, quando era passata, senza transazione, dal chiostro a Monteforte, dalla solitudine alle braccia di Roberto! Oh le rivelazioni del dio ignoto... di se stessa, del mondo intero! Il suo pazzo amore per Roberto! Che paradiso le era parso Monteforte!... come aveva sognato di vivere colà in perfetta solitudine con lui, bastandogli in tutto come in tutto egli era bastevole a lei! Una consacrazione reciproca, tale era stato il sogno di quel folle cuore. Ma Roberto era più saggio di lei. Sapeva che siffatti metodi non sono possibili, e glielo disse non solo, ma glielo provò. Per previdenza, per farlo durar più a lungo, egli anacquò il vino della sua felicità. Escluse l'idea dell'isolamento; ricercò invece la compagnia degli amici. Volle compagni, commensali, corteo di clienti, grati e festevoli.
Li aveva sempre d'attorno, sempre; ed ella finì coll'abituarsi. Fece, giorno per giorno, delle concessioni, piccole, ma continue, tolleranze bonarie di motti e di frasi equivoche, ovvero della grossa libertà di espressioni che gli ospiti usavano talvolta, incoraggiati dal suo silenzio, dalla sua indulgenza sconfortata. E così, di concessione in concessione, s'era giunti sino all'episodio di maes Lattanzio.
Ella era quasi insorta, allora; un innato senso morale, una ripugnanza istintiva le aveva suggerito di non prestar mano a quell'ignobile tranello. Ma poi Roberto, gli amici, una malsana curiosità di provar sè stessa...
Alla lunga, finì col divertirsi ella pure delle assurde smanie del maestrucolo. Cominciò a metterci un certo impegno, come una bimba che si prova a far la signora. Fece in corpore vili l'esperienza dell'esercizio d'un potere che a lei stessa si rivelava solo a misura ch'ella andava esercitandolo, s'impossessò dell'arte di sedurre senza amare, di quanto, cioè, havvi nella donna di più basso e sleale. E, in quel gioco crudele, ella e gli altri perseverarono ridendo. Poi, quando ebbero riso a sufficienza dell'imbecille che aveva osato credere, quando ebbero irritate, esasperate sino alla follia le assurde passioni di colui, la celia non ebbe tempo di farsi stucchevole. Finì ad un tratto, senza inconvenienti, per la partenza dei signori.
Erano stati assenti per 15 anni. Che le era accaduto in quel frattempo? Nulla di speciale, nè di strano. Era entrata in società, il mondo l'aveva presa e presto foggiata a modo suo. Roberto l'attorniava ancora dei suoi amici. Senonchè ora, questi erano giovanotti garbati, educatissimi, bei nomi, belle fortune, modi attraenti; talvolta avevano dello spirito, o l'arte di simularne il possesso. Tutti avevano delle avventure. Le signore che la attorniavano, ch'ella prendeva subito ad amare, erano giovani, elegantissime, non tutte incolumi dal soffio della maldicenza, alcune avevano anzi un passato alquanto discusso e un presente discutibile. Essa le imitava per piacere a Roberto. Roberto s'era presto emancipato, a dir vero, dal legame dell'amor conjugale, e la voragine mondana ebbe facile ragione degli ultimi suoi scrupoli. A un tratto, bruscamente, Fulvia si seppe tradita.
Credeva di morire, tanto ne sofferse... Ma non morì. Voleva separarsi da suo marito; non si separò. La prima volta perdonò, perchè l'amava ancora; la seconda, perchè non lo amava più. La terza, ahimè, la terza!...
Tutto ciò era venuto lentamente, a furia di piccole rinunzie, di concessioni successive. Un po' colpa sua, un po' di Roberto, degli amici, delle amiche..., dell'aria che respirava. Anche in quel nuovo ambiente, ella aveva avute dapprima delle ribellioni intime, qualche velleità di lotta, che abbandonò poscia, come aveva abbandonato quelle di Monteforte. E in fondo, in fondo, guardando bene, mutate le forme, le parvenze, il vestito, il linguaggio, era pur sempre la stessa cosa! Il feroce egoismo, la bramosia dei facili piaceri, il vuoto delle menti, l'orrore alla semplicità ed alla serietà, il segreto cinismo degli animi. A conti fatti, era tutt'uno... Ella non lottò e non vinse, nè a Monteforte, nè altrove.
Fulvia fu indolente e sfortunata; non seppe trovare nè amici sinceri, nè consiglieri leali; non fu atta a suscitare, in chi l'attorniava, affetti duraturi e giovevoli. Soffrì talvolta.... Fu offesa, sinistramente giudicata da alcuni, e incrudelì, alla sua volta, con chi non lo meritava. Si perdette in dettaglio, a spizzico: senza unità, nè grandiosità d'immolazione.