Credette d'amare e s'accorse, troppo tardi, che, ciò che aveva creduto una passione, non era stato nulla più che un capriccio; provò delle ebbrezze manchevoli, incomplete, ravvisò bene spesso bruscamente dietro le parvenze d'una cavalleresca poesia d'adorazione, un feroce vero di brutalità. S'abituò a disistimare tutti, ed a vivere placidamente in mezzo alle persone distimate, si fece un'amara e beffarda idea della vita e del cuore. Mentì per vezzo, per spirito di difesa e di vendetta. Tra essa ed il marito, dopo le prime scene violente, una bella pace di tomba, una tacita e bassa convenzione di libertà reciproca.... purchè fosse evitato lo scandalo.
Ma nello scandalo appunto ell'era di recente incappata. Uno scandalo volgare, del quale le amiche ridevano dietro il ventaglio, dicendo che quella povera Fulvia si era proprio resa impossibile, ormai!
In quel lento naufragio era andato travolto, oltre il patrimonio morale, anche il ricco censo dei Monteforte. Scialaquo, noncuranza, rovinoso bisogno di continui svaghi. Roberto s'era accorto, un bel giorno, che sua moglie tornava ormai troppo cara alla sua dignità e alla sua borsa. Allora si pensò al rimedio, e questo fu pronto ed efficace. Così l'amore, il dovere, il legame eterno, tutto finiva in una grande liquidazione generale.
E dopo quella: ognuno per sè e Dio per tutti!
Fulvia non si ribellò... Alzò le sue belle, bianchissime spalle. Un sollievo, quasi, quella completa rottura col passato e con Roberto. Non si fermò a pensare. Andrebbe avanti ancora, come prima, ciecamente. Parte della sua dote era rimasta incolume. Vivrebbe a Parigi, a Nizza, a Roma. Ebbene, meglio così!
Ma ora, lì a Monteforte, affacciata alla finestra dell'antica sua camera, ella non diceva: meglio così! Misurava tutta l'estensione della sua sventura. Si sentiva sola e indifesa, sentiva tutto ciò che aveva perduto. La vecchia dimora aveva risuscitato il vecchio tempo, ridestate le antiche voci. E una sincerità nuova, crudele pareva levarsi dal fondo di quel baratro nero, ch'ella involontariamente interrogava e che le rispondeva la verità. Tutto ciò ch'ella aveva scordato, negletto nel suo pensiero, si ridestò colla tortura d'un nuovo aspetto. Ella rammentò i primordi puri e beati, l'intorbidarsi primo della serenità del cuore e della coscienza, la prima menzogna, la prima bassa condiscendenza. E la vecchia celia, commessa così alla leggera, per ridere, scordata da tanto tempo, campeggiò nettamente in quella vertigine di ricordi angosciosi, parve capitanare tutte le altre avventure della sciupata esistenza di quegli anni, le vere cadute, le debolezze vergognose e codarde, i capricci insensati e dannosi, tutto ciò che a gradi a gradi aveva mutato e pervertito quel fiacco animo di donna, e resolo ciò ch'ella era oggidì, ciò che si sentiva ora chiaramente nella pace immutata e nella solitudine dell'antica dimora!
Curvò la testa sul davanzale e colle aride mani si costrinse la fronte. Per un minuto s'inabissò nel vuoto della sua disperazione. La sua perfetta immobilità parve una morte di più, nella quiete sepolcrale della notte.
S'alzò poscia, chiuse la finestra e si coricò.
Aveva seco un libro, e si provò a leggere, per conciliare il sonno o per distrarsi, ma non raggiunse nè l'uno scopo, nè l'altro. Le venne invece una strana ossessione. Le parve d'esser la Fulvia di allora, la sposa innamorata e felice.
A un tratto, di fuori prese a piovere. Ma, sulle prime, ella non riconobbe lo strepito della piova; balzò a sedere sul letto origliando, con un violento battito del cuore. Le goccie cadevano rade ancora, picchiavano regolari e frettolose sulla ghiaia del vialetto che correva sotto le finestre, imitando quasi lo strepito di un passo baldo, spigliato.