A Fulvia parve per un secondo il passo di Roberto. Tornava così, la sera tardi, dopo una seduta cogli amici al Leon d'Oro. Tornava, e lei, che lo aveva sì a lungo atteso, riconosceva il suo passo con un delizioso tremore. Diceva a sè stessa, esultando: è qui! Dava una rapida occhiata agli specchietti più vicini, le stava bene la cuffia, così? Si accomodava in fretta, poi giù, cogli occhi serrati, a finger di dormire per fargli dispetto, per esser destata, come al solito, con un gaio bacio. E mentre egli saliva le scale, il cuore di lei, quel folle, sciocco cuore batteva, batteva.

Ricadde a giacere, con un beffardo sorriso. La piova cadeva regolarmente ora, e non somigliava più ad un baldo passo.

Nella turbata mente di Fulvia era passata soltanto, come un razzo nella notte, l'immagine di Roberto, colla sua bellezza d'Apollo e col suo sorriso di amante. L'ombra era nuovamente infestata da un disordine di vacue larve. Ma torreggiante, distinta, perdurava la precisione d'un ricordo simile ad un incubo: la pallida faccia, la smorfia sentimentale e grottesca, gli occhi spiritati ed i lucidi ciuffi di maes Lattanzio.

***

La notte era trascorsa e l'ospite attesa, la grande ospite nera, non aveva puranco picchiato alla porta di maes Lattanzio. Un alto silenzio regnava nella casetta del docente, e nella sua camera pareva quasi avverarsi una sosta dell'angosciosa aspettazione. L'inquieta veglia finiva in una calma quasi serena.

Tutto in ordine, pulito e ravviato. Due seggiole accostate ai letto, un lavoro di donna tuttora giacente sul copripiedi, facevano fede d'una sorveglianza femminile e recente. La sera prima avevan recato il viatico, e la camera serbava ancora un leggero profumo d'incenso. Una coperta a fiorami era sciorinata sullo scrittoio, e i libri del maestro, ammonticchiati uno sull'altro, formavano una specie d'altarino, tuttora sormontato da un piccolo crocifisso.

L'ammalato era quieto, immobile nel letto pulitissimo e cogli occhi languidamente socchiusi, collo sguardo nitido ancora, ma già attonito, già stanco forse di trovarsi a contatto delle cose umane. La luce del giorno fatto entrava, grigia e malinconica, dalle finestre, solo a mezzo schermita dalle imposte accostate, e nel suo semi-chiarore moriva quello d'una lucernetta d'ottone a petrolio, tuttora accesa e posata a terra in un canto. Una donna, seduta davanti a un tavolino, dormiva. Il sonno doveva averla colta a tradimento. La mano distesa sul tavolino serrava un rosario intralciato fra le dita, e il capo posava con grave abbandono sull'avambraccio. Il respiro della dormiente suonava lieve e regolare; quello dell'ammalato aveva delle lunghe intermittenze; pareva per qualche secondo, cessare affatto, poi ricominciava, lievissimo dapprima, più forte poscia e quasi roco, alzandosi finalmente sino al diapason d'un piccolo rantolo. Poi, daccapo con quella strana, brusca interruzione.

Egli non dormiva. Viveva e sentiva. E tese l'orecchio, udendo, ben prima d'ogni altro, un passo leggerissimo, esitante, che veniva accostandosi alle scale poi un — Si può? — sommesso, che aspettava, e si ripeteva poscia, senza alzarsi oltre la misura di un bisbiglio.

Qualcosa come una leggera contrazione passò sul volto di maes Lattanzio; il suo sguardo ebbe un'attenzione intensa, quasi soprannaturale.

— Cesira! — egli chiamò — Cesira!