Quel filo di voce fu bastevole a destare la giovane. La persona ebbe una scossa brusca, il capo s'alzò con impeto, lo sguardo corse al letto con un'interrogazione angosciosa.
Rassicurata, la Cesira balzò in piedi, venne accanto al letto, chinando sull'ammalato la sua faccia stravolta.
— Sono qui, eccomi, ti occorre qualcosa?... Vuoi la Margina?
Ma egli scosse il capo. Accennò l'uscio, presso il quale il timido — Si può? — si iterava, dolce e musicale.
— Va ad aprire.
La Cesira obbedì. — Un momento dopo, campeggiò sulla soglia l'alta figura della contessa Fulvia di Monteforte.
Le due donne si ravvisarono subito, si guardarono incerte, quasi ostili, per un secondo. Ogni traccia di gioventù e di bellezza era scomparsa nella Cesira. Nei suoi poveri panni, la persona s'allungava, magrissima, ascetica quasi, nell'estremo affinamento delle forme. Ell'era pallida e vecchia. Stanca delle lunghe veglie, stanca di avere sì a lungo lottato per allontanare la morte. Stanca come Giacobbe, dopo la vana lotta coll'Angiolo.
La Contessa pure era pallida e sbattuta. Non aveva chiuso occhio, e solo un capriccio morboso e prepotente l'aveva chiamata colà. Ma la vita è così fatta che la Cesira, obbedendo al fascino d'un istinto, s'inchinò, mormorando una frase di saluto ossequiente, davanti a quella donna che per niente, per ridere, le aveva tutto tolto nella vita. Così il vicino povero salutò forse il vicino, padrone d'innumeri armenti, che gli aveva rapito l'unico agnello, per imbandirlo all'ospite suo.
— Come va? — chiese Fulvia a voce bassa.
Quella di Cesira non tremò, nè fu incerta nel rispondere. Essa alzò il capo, con una mossa altera e ribelle.