Allora accadde una strana cosa... La mano di Lattanzio, con una lentezza stecchita di movimento, si ritrasse..., si alzò, si sovrappose, essa, sulla mano di Fulvia.
La Contessa taceva e non si moveva, come se quel contatto l'avesse tutta impietrita. Un ipnotismo generale inchiodava su quelle due mani, così unite, tutti gli sguardi degli astanti.
Maes Lattanzio sollevò alquanto il capo, e il suo sguardo, lottante colla prossima tenebra, si confisse in quello della Contessa. Dalle sue labbra violacee, che parevano ogni secondo più ritrarsi di fianco alle gengive, escì netta, precisa, una domanda: — Era vero?
Una vampa di fuoco passò sul volto di Fulvia, lasciandolo poscia d'un pallore appena secondo a quello del morente. La sua persona ebbe un piccolo spasimo visibile. Esitò un secondo...., e ciò ch'ella visse in quel secondo le sarà forse contato nel gran giorno.
Ma l'errore, l'esitanza, tutto fu vinto.
— Sì, — disse chiaro, lentamente — Era vero.
Allora egli, con un inesprimibile sforzo, rimosse lo sguardo da lei e guardò Giovannino Prè. E nella contrazione convulsa delle fattezze che si alteravano rapidamente, nei prodromi faticosi della fine, un sorriso funebre e grottesco, un sorriso di trionfo e di scherno, si disegnò sulla bocca di lui.
Si disegnò e rimase.
***
Poche ore dopo, la Contessa partiva. Temeva di perdere il treno, e il vetturino, lo stesso che l'aveva condotta, costringeva alacremente al corso la magra cavalla. Il legnetto fuggiva, sobbalzando forte sulla strada maestra. E come se tuttora lo inseguisse, giungeva sempre più fievole dal paese, discosto ormai e celato dalle alture, il rintocco lento di un'agonia!...