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La Morletta, una vecchia e trascurata villa di pianura, dove i Rezzano non solevano passare che una ventina di giorni d'autunno, profilava nella scialba luce del mattino, le linee della sua tozza architettura, quando una carrozzella, proveniente dalla prossima stazione si fermò davanti al portone socchiuso. — La casa pareva disabitata, le imposte erano chiuse. Il vetturino scese ed ajutò a scendere dall'interno, la signora che aveva condotta. Poi risalì in serpa e partì. La contessa Diana si guardò attorno, stanca del viaggio, sbigottita da quel silenzio, nell'attesa vaga d'esser presso a subire una grande scossa. Si spinse sotto l'atrio deserto, sotto il porticato, non trovò nessuno. Salì lo scalone lentamente, con un tremore crescente, che le rendeva difficile il passo. Sul pianerottolo s'incontrò con una contadina ch'ella non conosceva e che vedendola rimase a bocca aperta. La Contessa le si rivolse, trattenendola con un gesto imperioso.

— Ebbene?... chiese con angoscia profonda.

La donna spalancò i suoi stupidi occhi grigi.

— Io non so niente, rispose, sono forestiera, sono la sposa del fattore nuovo. Mi hanno chiamata per dare una mano in cucina. Andrò a domandare alla signora che è arrivata stanotte.

Diana ebbe un amaro sorriso.

— Ah!... una signora! No... chiama piuttosto il Luigi Lozza. Lo conosci?

L'altra accennò di sì.

— Bene, digli che...

Diana non prosegui. Un urlo formidabile giunto dall'appartamento interno echeggiò nella sonora vastità dello scalone.