Echeggiavano ancora nell'aria mattutina quando un landeau di rimessa si fermò dinanzi al portone di casa Varalli. Dalla carrozza scese tosto il barone Leonardo. Salì lo scalone, e venne introdotto da Gaetano nel salottino di donna Costanza.
Essa lo attendeva colà, già in assetto di viaggiatrice, seduta e calzandosi i guanti. Sulla scrivania non più carte nè lettere. Nulla.
Non era sola. Una cameriera, la vecchia Rita, riponeva qualcosa in un elegante sacco di cuojo. Il mastro di casa, monsù Polè, ascoltava, ritto, impalato, dinanzi alla signora, le istruzioni che questa gli andava impartendo. Ma ella s'interruppe per salutare Folgardi.
— Buon giorno, Leo; siete veramente esatto. Permettete un momento?
Leo s'inchinò, ritraendosi, e mentre ella continuava a parlare col mastro di casa, egli si permise di contemplarla da lungi.
Era stupendamente vestita per la circostanza, tutta avvolta in un'ampia spolverina di seta grigia che sapeva essere ad un tempo maestosa e leggera. Il cappello, grigio parimenti, con un grosso nodo di velluto e un'ala bianca di colomba. Era assai bella, quel giorno, donna Costanza Varalli di Terbeno.
Finita la conferenza il maggiordomo chiese se dovesse far avanzare una carrozza.
— Ci sarebbe la mia — s'affrettò a dire Folgardi.
— Benissimo, — rispose donna Costanza, — mi gioverò della vostra. Oggi bisogna che a tutto pensiate voi. Hai finito, Rita?
— Sì, signora — rispose una voce tremante, mezzo affogata nel pianto.