Ma ella nulla promise. Disse solo: — Addio, fiorajo.
Gli tenne dietro collo sguardo, a lungo, mentre s'allontanava, poi riannodò con Leo le fila di una buona, ilare conversazione. Prendevano il caffè ora, lietamente, animati. Intesi solo uno all'altra, si isolavano, in mezzo alla folla, sempre mutata e che non aveva il tempo di occuparsi di loro.
In quella giunse ancora un treno; l'onda dei viaggiatori passò davanti al buffet. Alcuni fra quelli di prima classe entrarono. Nel novero, un giovanotto elegante, con una faccia lunga, pallida ed intelligente.
Entrando, vede quei due. Apparteneva al loro mondo, li riconobbe e un lampo di viva meraviglia passò nei suoi sguardi, ma per dar tosto luogo ad una voluta impassibilità. Non salutò, finse di non vederli, di esitare e di ritrarsi per conto proprio. Quanto era mai avveduto e discreto, quel caro Peppino Tremiati!
Essi l'avevan veduto, ma Leonardo non ebbe il tempo di salutarlo. Egli guardò la sua compagna. Ell'era subitamente tornata al pallore di poche ore prima e la sua mano giaceva un po' tremante, sopra le rose. Tacquero un momento, col reciproco senso di ciò che pensavano... col pensiero dei pensieri di Tremiati.
Il colloquio non tardò a ricominciare. Ma non sì franco, sì scorrevole come prima. In capo a qualche tempo, donna Costanza guardò ancora l'oriuolo.
— A momenti parte la corsa per Bologna.
Raccolse le sue rose e si alzò.
III.
Soli, nella carrozza di prima classe.