Il treno correva. — S'erano perfettamente aquartierati, sedevano di faccia nell'angolo del waggon. Le sacche, i scialli, gli ombrelli giacevano al sicuro nelle reti, le rose prendevano aria, assicurate alle finestre, davanti alle quali s'incorniciavano, passando, i paesaggi idillici della campagna toscana, per dar poi luogo alle più severe prospettive dell'Appennino. I due viaggiatori godevano veramente di quel viaggetto.
Non pensavano più a Peppino Tremiati, nè a quanto avrebbe narrato agli amici, del recente incontro. Chiacchieravano sereni, con perfetta fiducia e completa libertà di spirito.
Almeno, così pareva.
Cominciarono i tunnels.
Non appena il treno s'ingolfava fischiando nella galleria, Leo alzava il cristallo della finestra. Tacevano entrambi, cullati dal moto ritmico del treno, dal cupo mormorio delle ruote. I fiocchi delle cortine danzavano freneticamente sui cristalli, risuonanti come piccoli tamburi assordati, e la scarsa fiamma della lucerna ad olio metteva nella carrozza una semi-luce sobbalzante, piena di tremori.
Donna Costanza stava immobile, rannicchiata nel suo angolo colla testa appoggiata all'indietro, colla mano penzoloni, fuori del gallone, appeso di fianco alla finestra. S'era tolta il cappello. Il colore e la linea del suo abbigliamento andavano del paro confusi in quell'incerto chiarore. Ella pareva vestita d'ombra. Nella bianchezza del volto suo, gli occhi parevano grandissimi e fissavano come ipnotizzati la fiamma della lucerna. Il corpo aveva un grande abbandono di posa, ma questa perdeva molto del suo significato, così accompagnata alla calma spettrale dello sguardo. Leo avrebbe dato dieci anni di vita per scrutare l'arcano di quella piccola fronte, sì intensamente pensosa, come immersa nella contemplazione di cose misteriose e lontane. Egli non osava interrompere quel silenzio, che pur gli faceva quasi paura; si sentiva pressochè irrigidito egli stesso, in uno smarrimento austero della mente, mentre il cuore gli batteva, con un palpito turbato, che pareva accompagnarsi al frettoloso e cupo rombo del treno nelle viscere del monte.
All'escita dalla galleria, il fascino si rompeva.
Donna Costanza si chinava con vivace movimento verso la finestra della quale Leo abbassava prestamente il cristallo. Le due teste si riavvicinavano, coll'identico desiderio d'aria libera, gli sguardi si cercavano impulsivamente, come se il giorno ricominciasse da lì!... la parola tornava facile, eloquente, il colloquio ricominciava vivo, confidenziale. L'impressione della natura esterna li riafferrava, si accennavano a vicenda la maestà delle masse granitiche, la dolcezza verde dei declivi, l'incomparabile bellezza di vedute che la celerità del treno faceva sfilare davanti a loro, come una rapida successione di quadri. Spaventosi precipizi, sul lembo dei quali un'accolta di casupole si penzolava, come un gruppo di curiosi attratti dalle visioni del profondo. Qualche casetta bianca, ideale, perduta sul profilo del monte o pel cupo verde di una boscaglia; qualche grande spazio di arido terreno bruciato dal sole, colla tetra poesia di una maledizione di sterilità, la maestà d'antenna, superbamente ritta d'un pino isolato su un'altura, forse l'einsam baum di Heine assorto nel pensiero fantastico della palma africana. S'interessavano a tutto dalla via, alle cascatelle irruenti, alle chiesette che pajono sì eloquenti di Dio, lassù quei luoghi ove sì poca gente sale, faticosamente, a pregare. Il Reno attirava di continuo i loro sguardi, coi suoi infiniti meandri di piccolo fiume che assume mille aspetti, che si dà aria di torrente, di ruscello, di fossato, ora gonfio, ora esile, ora a destra, ora a sinistra del treno, capriccioso nel suo corso dietro a questo, come un cane che accompagni il padrone alla passeggiata.
Guardavano e commentavano tutto ciò, ridendo, respirando l'aria acuta dei monti, colla coscienza di goderne anche perchè la respiravano assieme. Leonardo si abbandonava con un'intima gioja piena di speranza alle impressioni di quella gita. Evitava con cura ogni frase che potesse turbare la serenità di donna Costanza, quel suo perfetto e fiducioso abbandono. Aspettava: quel capriccio doveva pure significare qualcosa, approdare a qualche riva.
Erano consci entrambi dell'anormalità della loro posizione, sapevano di parere due innamorati, ma nessuno di essi accentuava la propria parte nel duetto.