Forse Leo non era veramente innamorato di quella donna, l'ho già detto, ma gli pareva assai cara e piacente e fatta per lui. Il mistero capriccioso di quella gita odorava vagamente di lieto fine, solo lo turbava l'aspetto strano ch'ella assumeva nella semi-tenebra dei tunnels, quella inesprimibile malinconia dello sguardo di lei!
I tunnels sono innumeri sulla linea Firenze-Bologna e annojano terribilmente i viaggiatori. Pure, quei due non parevano affatto annojati ed il treno entrò nell'aperto sorriso della campagna bolognese, senza che fra essi fosse avvenuto incidente alcuno. Cioè no.... sbaglio, ci fu un incidente. Ma sì lieve lieve!...
Solo questo: In una discesa, il treno ebbe, non so come, una piccola scossa. I viaggiatori sobbalzarono sui loro cuscini, le rose sobbalzarono pure e fecero atto di cadere fuori della finestra. Due mani si protesero a un punto per trattenerle, di quelle mani, una era più grande e l'altra più piccina. Stettero un secondo a contatto, poi la mano piccina si ritrasse e l'altra la seguì, con una piccola insistenza tremante che a rigore poteva essere un eccesso di zelo, per la tutela delle rose, ma la mano di donna opinò che le rose fossero abbastanza tutelate.
Dopo di che, donna Costanza chiese al suo cavaliere se Bologna fosse finalmente in vista.
— Siete stanca del viaggio? — le chiese Leo non senza una certa ironia.
— Sì.... — disse semplicemente donna Costanza.
Null'altro... Ma l'accento era sì strano, che Leonardo non fece commenti. Chiese a sè stesso il perchè della tenerezza malinconica di quell'assenso, ma non chiese nulla alla sua compagna.
— Siamo giunti — disse di lì a poco, alzandosi per prendere le sacche.
— Siamo giunti! — diss'ella come un'eco. Prese le rose e ne aspirò a lungo il profumo.
Scesero all'Italia, un hôtel simpatico, vecchio, che somiglia poco a un hôtel, ma ha serbato il carattere di ciò ch'era un tempo, il palazzo d'un gran signore. Chiesero tre camere, due da letto, separate da un salottino. Trovarono tutto ciò e s'installarono nel salottino o meglio sul balcone di pietra che percorreva tutta la lunghezza dell'appartamento e dava sulla stretta via. Dirimpetto, c'era un palazzone tanto fatto. L'hôtel e quel palazzo si guardavano di fronte, da presso quasi minacciosamente, come se stessero per dar di cozzo, troppo grandi e maestosi entrambi per l'angustia e la miseria della via sottostante, immagini forse delle vecchie idee nei tempi odierni. L'hôtel aveva certamente la peggio, in fatto di dignità, con quel suo aspetto di palazzo: utilizzato colle sue porte numerizzate, col suo andirivieni di omnibus, colla volgarità delle tabelle e degli affissi che profanavano la maestosa grandiosità dell'androne, col suo volgare tramestìo di camerieri. Ma era vivo, e il suo compagno dirimpetto era morto. Un'uggia malinconica esalava dalle chiuse finestre. A terreno una sequela di grosse inferriate, tutte ruggine e ragnatele. Da una di quelle finestre soltanto, quelle forse del custode, sporgeva tra le sbarre il verde pallido di un vaso di garofani e s'alzava, assieme ad un cattivo odore d'olio fritto, un eterno e picchettato strepitio di macchina da cucire. Al sommo del portone, dietro l'ampia corona che sormontava lo stemma del padrone, una colomba s'aveva fatto il nido e covava, immobile collo sguardo di madre, attento e patetico.