Per un momento, quelle due donne stettero raccolte in un silenzio grave. S'udiva, poco lungi di là, dietro il boschetto, lo strepito dei cavalli che si governavano nelle vicine scuderie. Dalla lucentezza immobile del fossato esterno saliva una frescura umidiccia ed un musicale ronzìo di moscerini.

La contessa Galli fu affettuosissima colla figliuola e fe' rapida strada nell'argomento. Le disse di aver avuto un lungo colloquio con Leone, d'aver deplorato con lui le difficili e spiacevoli circostanze della posizione. Parlò del sincero pentimento del genero, egli riconosceva apertamente i suoi torti e nutriva vivo desiderio di ottenere il perdono di sua moglie.

Diana sorrise. Ora!... disse con profonda amarissima ironia.

La madre, sconcertata un'istante da quell'enigmatica parola e più ancora dall'accento col quale era stata profferita, riprese con somma e dolce cautela, le proprie argomentazioni.

Leone aveva errato, senza dubbio, aveva crudelmente offesa la sua povera Diana. Chi, più della madre, aveva sofferto dell'infelicità, della figlia? Ma ora tutto ciò era passato, finito. Dio aveva parlato al cuore di Leone, le cure, l'affetto della moglie lo avevano richiamato sulla via del dovere, cancellando in lui ogni traccia del passato. Diana trionfava ora, nel pentimento e nel ravvedimento del marito.

E con questo riferto, alquanto amplificato, a dir vero, sul tracciato della missione affidatale, la buona signora credette d'aver tagliata la testa al toro.

Ma Diana non rispondeva. Appoggiata al parapetto, guardava non già sua madre, ma qualcosa che a lei sola era visibile, nelle sfumature dell'orizzonte. Stava rigida, immota colle ciglia aggrottate, il suo volto era duro, contratto, recava una espressione che turbò la madre, più assai di quanto nol lasciasse scorgere.

— Ebbene? chiese questa, cercando di sorridere e di parlare scherzevolmente.

— È impossibile!... disse Diana con accento vibrato.

— Impossibile?... Oh che parolone, mia cara Diana. Ma perchè?