Questi non rispose, ma prese a mescere il latte nella tazza. Ed una strana gioia, quasi dolorosa, gli morse subitamente il cuore, mentre Maria addentava un pezzo di pane.

Ella non faceva complimenti. Spinta dal prepotente appetito dell'età sua, mangiava di lena, interrompendosi ogni tanto per rivolgere al Professore qualche chiacchieretta gentile e lieta. Il suo sguardo s'era ravvivato; essa stava ritta sulla persona, e un lieve color di rosa saliva sulle sue guancie. Lerskine, invece, si faceva sempre più pallido. S'era tratto in disparte, per lasciarla in libertà, e per la coscienza d'un'impressione indefinibile, che gli rendeva intollerabile quello spettacolo. La guatava da tergo, con certe occhiate strane, formidabili, ove una specie di cupa estasi si confondeva coll'irritazione. Finalmente, con uno sforzo irresistibile, e che gli costò pure uno spasimo, egli afferrò il cappello e si diresse verso la porticina.

Maria si voltò rapidamente.

— Va via? — chiese con accento di rammarico.

Lerskine rimase come inchiodato sulla soglia.

— Sì — disse. — Mi perdoni, se la lascio... Ma devo... bisogna ch'io vada.

— La prego — interruppe vivamente la giovane — non faccia complimenti, non si dia pensiero di me. Ho rimorso di averle già arrecato tanto disturbo. Sono una vagabonda indiscreta.

Inesprimibilmente attraente, la vagabonda indiscreta, colla sua faccetta biricchina, tutta un sorriso, colle labbra semiaperte, sulle quali s'indugiava il biancheggiamento perlaceo di una goccia di latte...

Una lieve contrazione passò sul volto del Professore. Egli girava e rigirava il manubrio dell'uscio. Subitamente, si spiccò dalla soglia e venne a piantarsi, grave, massiccio, a fianco di Maria. E la sua voce vibrava cupa, intensamente accentuata, mentre egli rivolgeva alla Contessina una bizzarra domanda.

— Contessina... ella dunque non ha paura?