Maria depose la tazza sul tavolino. Poi, sollevando verso quell'uomo la serenità attonita del suo sguardo:
— Paura!... — disse — Di che?...
Un secondo di silenzio, durante il quale Lerskine trasalì, ma impercettibilmente, come avrebbe trasalito, in Siberia, sotto un colpo di knut.
— Ah! capisco — proseguì Maria ridendo — Ella crede ch'io abbia paura a restar sola. Ma le pare!... Ci sto tante ore, sola, in camera mia. Piuttosto, se qualcuno venisse a cercar di lei, che devo dire?
— Non verrà nessuno, — rispose l'altro sommessamente.
— Allora, va benissimo. Ella non si prenda pensiero di me. Abbia solo la bontà d'insegnarmi la via più breve per tornare al grande Albergo dei Tre Re.
— Andrò io stesso, se crede, all'Albergo e dirò che la carrozza passi a prenderla qui.
— Gliene sarei proprio grata. Ella m'ha ridata la vita con questo delizioso asciolvere. Ma ora sono tanto stanca... tanto!... Non ne faccio più di queste imprese... sa? Ella vada, dunque. Ma tornerà, nevvero, prima ch'io vada via?
Lerskine chinò il capo, e Maria gli porse la mano, ch'egli prese, strinse nervosamente, una, due, tre volte. Ebbe anche l'impulso di baciarla, ma questo represse sì prontamente che la giovane non l'avvertì neppure.
S'allontanò rapidamente. — Se si annoia, — le disse da lungi — quando fu presso all'uscio, — là..., dietro gli altri, ci sono dei libri francesi.