No... essa non era andata via. Era sul divano e dormiva!... Naturalissimo ch'egli non l'avesse subito veduta. Stava nicchiata, tutta raccolta colla personcina, nelle profondità del mobile: a due usi. Non coricata, poggiata soltanto nell'angolo formato dal cuscino di spalliera e da uno dei laterali, sorretta così nella vita, ma col capo reclino a destra, sì che il profilo delicato spiccava, cesellatura vivente, sulla cupa tinta della stoffa. I capelli, un po' arruffatini, gettavano una carezza d'ombreggiatura sulla fronte. Il busto, magro ancora, ma già modellato dalla casta femminilità verginale, si sollevava e si abbassava, col ritmico ritornello del sonno calmo e sano. Nessun disordine nell'abbandono di quell'assopimento, pieno d'una compostezza riposata e fiduciosa.
Una mano posava leggiadramente sul petto, l'altra giaceva fra le pagine d'un libro semichiuso e che dal grembo della dormente era evidentemente scivolato lungo il suo fianco destro. Essa dormiva sodo, colle labbra socchiuse e l'atmosfera tutta della camera pareva vibrare dolcemente della sommessa armonia del suo respiro.
Lerskine si accostò cautamente al divano. Gettò un'occhiata sul libro. Era il Contratto sociale di Rousseau. Essa l'aveva preso a caso fra quelli da lui accennati, e naturalmente, non ne aveva capito nulla. L'arida noia di quella lettura, la comoda posizione sul divano, la stanchezza eccessiva, la solitudine, il silenzio della casa e della via; tutto aveva contribuito al sonno repentino di Maria. Come poc'anzi l'appetito, così l'aveva testè sopraggiunta il sopore, insidioso e prepotente. Ed essa non aveva lottato, aveva reclinato un pochino più il capo sul cuscino, e s'era addormentata. Nulla di più evidente, nulla di più semplice.
Infatti; nulla di più semplice. Ma l'ospite, il padrone di casa, era tornato, e lei non s'era destata. Egli le era presso, la guardava senza testimoni... solo con lei, in preda ad una specie d'estasi febbrile, combattuta ed avvivata ad un tempo da una collera sorda, che cresceva... cresceva a dismisura.
Dalle aride labbra di lui escivano dei rotti e sommessi accenti, quasi un selvaggio brontolio di orso, che vede invasa la sua tana da una bianca cucciolina. Un'ira impetuosa, nera, lo assaliva, un'ira spietata verso sè stesso, per l'onta delle sue emozioni, per la vergogna del suo turbamento, di quel fascino maledetto ch'egli provava, e non già per la prima volta...! Sin dalle prime lezioni, la grazia e la bellezza di Maria, la sua capricciosa purezza, la sua intelligenza sbrigliata e pure tanto casta, avevano scosso il Professore, avevano insultata la sua sprezzante serenità d'uomo attempato, avevano ferito a morte il suo triplice orgoglio d'uomo povero, di sapiente e di ribelle... Così era stato punito della sua sovrumana alterigia di novatore, che vuole sopprimere l'individuo in sè stesso, immolandosi all'entità sovrana d'un principio sovversivo. Ebbro di quel nulla, in fondo al quale sognava confusamente un tutto, Lerskine aveva ad esso sacrificata la sua patria, la sua famiglia, l'orizzonte delle passioni. Era giunto così sino ai quarantanni. Allora... allora soltanto egli aveva incontrata la brutale ironia del suo destino. Una follia l'aveva colto a tradimento. Una passione era nata in lui, una di quelle folli, rabbiose incongruenze del cuore che lo dilaniano, lasciando intatto il retto senso delle cose, che straziano e non acciecano, che destano a un tempo lo spasimo dell'amore e l'indignazione di provarlo. Certo, così era! Ignazio Lerskine amava Maria di Bruvo, la sua indocile ed ignorante allieva.
Aveva subito avvertito quell'amore, prima che niun altro al mondo avesse potuto concepirne il più lontano sospetto. Avvertitolo, aveva subito pensato al suo rimedio: sopprimere. Cessare repentinamente le lezioni. Non vederla più. E quella sarebbe la fine, il nihil della sua passione.
Senonchè, la cosa era andata altrimenti. Egli s'era invano astenuto dal recarsi alla villa, il caso aveva ricondotta presso di lui l'abitatrice della villa. La fanciulla ch'egli non voleva più rivedere era venuta a lui, gli aveva stretto la mano, gli aveva chiesto il pane ed il sale, era ospite in casa sua. Ell'era venuta, senza paure, senza intenti di sorta. Nella desolazione della sua solitudine, in quel buio covo di biechi pensieri e di sogni formidabili, essa aveva recato lo scompiglio e l'antagonismo della sua dolce presenza, la macchia abbagliante della propria luce, l'oltraggio sanguinoso e sorridente della sua calma perfetta. Pura come una neonata, provocante, ben più d'una cortigiana, nella sua divina e folle imprudenza, essa era venuta, inconscia, non chiamata, a stuzzicare la belva nel suo rifugio. In quell'incendio silenzioso, soffocato sotto la cappa d'acciaio di un volere indomabile, essa era venuta a dar aria, a rimuover la brace, ad attizzare la fiamma... Ma essa nulla sapeva di tutto ciò. Dormiva... sul divano a due usi, sognando forse dei lieti sogni, sotto lo sguardo, caldo come il vento del deserto, dell'uomo che l'amava e che non temeva nè Dio, nè gli uomini, nè la morte...
Nessuno potrebbe dire ciò che passò nella mente di lui. Nessuno. La tempesta si scatenava, ecco tutto!
A un tratto, l'atmosfera parve farsi irrespirabile nella camera, il silenzio divenne subitamente tragico, nell'incerto orrore d'un'attesa. Gli atomi luminosi di polvere, cozzanti nei vani soleggiati delle finestre, ebbero un folle rivolgimento di rotazioni, come se due fluidi avversi s'urtassero combattendo nell'aria, come se uno spirito custode l'agitasse violentemente, collo sbattere dell'ali fuggenti...
Lerskine guardava sempre la fanciulla. Un lungo brivido corse tutta la sua persona. Egli si irrigidì... reagendo contro quel brivido. Le sue mani potenti, vellose, imprigionò fortemente l'una nell'altra, con uno stiracchiamento convulso dei muscoli.