La guardò ancora... ancora... La bocca di Lerskine ebbe un contorcimento sublime e grottesco... il rictus d'un sorriso di sprezzo. Poi... egli corse all'uscio, l'aperse al suono d'una violenta scampanellata, e s'accampò sulla soglia, colla mossa di chi entra.

Maria si destò di botto. — Per un secondo rimase immobile, come trasognata, guardandosi attorno. Poi si rammentò. E, mal desta ancora, prese a ridere.

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Lerskine si diresse lentamente verso lo scrittoio. Giuntovi, s'appoggiò col palmo della mano ad uno dei grossi libroni... quello forse a proposito del quale Maria Bruvo aveva detto poc'anzi, ridendo: — L'ospite è sacro.

Con voce ferma e fredda, il Professore annunziò alla giovane il prossimo giungere della carrozza. Poi: da quel rustico pedante ch'egli era, cadde pesantemente a sedere sul suo seggiolone e prese a sfogliar dei giornali.

La carrozza giunse infatti, pochi minuti dopo. Allora soltanto egli s'alzò, mentre Maria, senza celare la sua fretta di lasciare quella dimora ospitale, ma poco divertente, si assestava in testa il cappellino.

Se non che, la giovinetta, giunta presso alla soglia, si tratteneva ancora, per ringraziare l'ospite. E il delicato istinto della cortesia le metteva in bocca delle frasi leggiadre, ch'ella musicava inconsciamente colla voce.

— No, non scorderebbe mai quanto egli era stato buono per lei. Sperava di non avergli arrecato troppo disturbo. Ora, poi, voleva correggersi davvero della sua pigrizia, mettersi a studiare sul serio. Egli se ne avvedrebbe subito, alla prossima lezione.

Lerskine scosse il capo.

— Le nostre lezioni sono finite, — disse freddamente.