Chi suonava? Lui, senza dubbio. Lidia soleva esercitarsi ogni tanto, colle sue mani grassoccie e belle. Ma io conoscevo i suoi invariabili preludi, e m'erano, ahimè, troppo note le prime battute della sua eterna Prière d'une vierge, il solo pezzo ch'ella attaccasse davanti ad un pubblico qualsiasi. Ma, ora, era tutt'altra cosa. Il vecchio strumento aveva una nuova poderosità di voce e d'accenti, la tastiera era corsa da una virile gaiezza di note brillanti, dalle quali pareva sprigionarsi una festosità senza pari, un folle invito ad una folle gioia. Un motivo di danza, ma complicato, ardente, qualcosa che pareva mettere nel silenzio della nostra casetta una prepotente invasione di sonorità inneggiante.

Ascoltavo rapita, cogli occhi sbarrati nell'oscurità, sentendo levarsi nell'anima mia un armonia confusa, misteriosamente esplicativa, fatta di consensi arcani. E daccapo quel tremito interno, quello sgomento intimo, ch'era a un tempo di gioia e dolore, scienza e ignoranza, speranza e timore. Non avevo provato mai nulla di simile!

Allorchè cessò il suono, scesi lentamente. Ma non rientrai in sala; passai nel giardino.

Noi lo chiamavamo in quel modo, ma in realtà non era gran cosa più d'un umile orticello. C'era tanto verde, questo sì, una vite americana tappezzava colle sue larghe foglie la facciata della casa, incorniciando a terrena le finestre e l'uscio che metteva alla cucina. V'erano otto o nove alberi fruttiferi, una pineta di tre cipressi, qualche rosaio, un conato di montagnuola, e un bel panchetto rustico, appiè d'una delle finestre che dalla sala davan sul giardino. Mi feci appresso a quella finestra, e sedetti su quel panchetto. Potevo così, pur rimanendo all'aperto, non perder nulla della visione che rendeva sì stranamente eccitante l'ambiente del nostro salottino. Vedevo tutto, e credevo di non esser vista, mercè il grosso mazzo dei miei lillà, posato all'interno, sul tavolino che occupava il vano della finestra.

Era venuta la notte, eravamo in aprile, e c'era il plenilunio. La celestiale luce bianca attraversava lo scarso fitto delle piante, gettando a terra un delicato traforo d'argento, che l'arietta in moto scomponeva ogni tanto, sparpagliandolo in un rincorrersi di guizzi luminosi alternati a striature d'ombre irrequiete. Alcune lucciole erravano qua e là, s'udiva un musicale ronzio d'insetti. Un umidore fresco irrorava le erbette, facendole lucenti al bacio della luna; la terra piangeva soavemente la secreta piova del vespro, bagnandosi appena, come l'occhio di chi piange, non già per dolore, ma per intima e delicata emozione. Non più la gioia clamorosa del mattino, quell'esplosione di buon umore e di benessere che m'aveva fatta correre e danzare come una pazza. No... oh no... era qualcosa di affatto diverso, qualcosa che, invece di darmi forza ed energia, pareva tradursi insidiosamente in una stanchezza molle del corpo. Un languore strano s'impossessava dell'esser mio, una grande tenerezza diffusa, una strana e luminosa comprensione dei segreti blandi di quell'ora, un'amorosa facoltà di tutto intendere della vita, dei suoi sogni, delle sue speranze, delle sue felicità supreme.

Continuava a sedere, fiacca, sul panchetto, e vedevo tutto ciò che accadeva nell'interno del salotto. Egli stava sempre al pianoforte, poco lungi dalla finestra. Aveva tralasciato di suonare. Le sorelle e papà gli stavano d'attorno, e parevano chiedergli con insistenza qualcosa. Spinsi maggiormente il capo oltre il davanzale, procurando però di celarmi dietro il mazzo dei miei lillà bianchi. L'olezzo, più violento che mai, mi investiva direttamente. Io guardavo il pianoforte, guardavo lui, Folco, col suo sorriso di gran signore, colle bianche mani erranti sui tasti, ove suscitavano un'armoniosità vaga di accordi sommessi e tronchi. Un raggio di luna si spingeva sul davanzale disegnando attorno a me la frastagliatura delle foglie di vite. Avevo recata una mano al cuore con un gesto innocente e appassionato, senza sapere quel che facessi...

Folco di Roccalba girò attorno a sè un rapido sguardo. Mi vide, ebbe un sorriso ancor più rapido; poi, come decidendosi all'improvviso, prese a cantare.

Avevo udita una sol volta una voce consimile. Avevo udito in chiesa, con grande emozione religiosa, la voce d'un tenore celebre, dire a Dio, in latino, delle cose sublimi e tristi. Ma ora quelle stesse sonorità larghe e dolci echeggiavano ancora al mio orecchio, non più rivolte a Dio, bensì rivolte a me, cercandomi dov'ero, recandomi delle folli frasi di lamento amoroso. Folco cantava la serenata del Don Pasquale. Io non mi intendo di musica. Non so se quella voce fosse realmente quale echeggiava allora al mio orecchio. So che essa mi parve la somma di tutte le dolcezze possibili ad un accento umano. Folco cantava. Nel silenzio rispettoso del salotto, nel silenzio fresco del giardino, egli rappresentava il personaggio più simpatico del melodramma, l'innamorato che rivendica, colla gaia congiura d'un finto intrigo, i suoi diritti al cuore di Norina. La musica è dolcissima, d'una bellezza senza pari, possiede un fascino inesprimibile di freschezza e di sentimento. Le parole della serenata hanno tutta la deliziosa assurdità delle frasi amorose di libretto. Quell'idillio celeste e sgrammaticato comincia così:

Com'è gentil

Questa notte d'april!