e finisce con una squisita grazia disperata:

Ma sarò morto allora e piangerai.

Pure, nessuno piange, Ernesto non morrà; dice per chiasso, e la musica tradisce solo un grande amore soave, tutta dolcezza, con uno spizzico d'ardore, ma sempre trattenuto nella semplicità ineffabilmente affettuosa della frase dominante. Quell'amore non urla, nè strilla mai, il suo è un pathos languido, senza smorfie, ricco d'un'arte finissima di sottinteso che, senza nulla togliere alla tristezza amorosa e querula del lamento, lascia intendere ch'esso non ha nulla di veramente tragico, che a quella dolcissima serenata non terrà dietro una catastrofe, bensì un sereno duetto di amore. E quelle note, modulate con grande sentimento artistico, giungevano sino a me. S'impregnavano, passando, dell'olezzo insidioso dei lillà, morivano nelle penombre e negli splendori della: notte gentil, nei tepori profumati del: mezzo april. Giungevano là dove la luna irradiava e dove i tralci fremevano oscillando alla brezza; giungevano là dove un povero cuore di fanciulla batteva in tumulto, irretito nella terribile novità, nella dolcezza senza precedente di quella rivelazione. Ogni tanto, Folco mi guardava da lungi, sottolineando coll'accento le più gentili melodie della sua voce, inviandole sino a me, coll'espressione d'una grande tenerezza sottomessa, che vuole impietosire. Egli non credeva certamente di farmi del male cantando e guardandomi così; forse fu, in quel momento, una mia immaginazione, un'audacia presuntuosa del mio pensiero, un'insidia del mio stesso esaltamento. Forse egli scherzava soltanto; a volte mi pareva che il suo sorriso, tornato ironico ed umoristico, smentisse la sua voce ed i suoi sguardi, lasciandomi in un'incertezza spasmodica di gioia e di angoscia! Dei leggeri brividi percorrevano tutta quanta la mia persona, il respiro si esalava a stento dalle labbra riarse. E i fiori vicini al mio volto continuavano a profumare, con un'intensità che mi dava il capogiro, ma che io avrei voluto più forte, ancora più forte. Sentivo crescere, incalzare in me una gioia strana, disordinata come una follia. L'oppressione crebbe, uno smarrimento che aveva del delirio confuse tutto nella mia mente, divenne qualcosa d'inesprimibilmente acuto, forte, divino. Vissi uno di quei momenti indescrivibili, in cui l'anima sembra levarsi a volo, come un alcione sull'infinito d'un oceano di luce, di gioia ineffabile; vissi un minuto di estasi squisita, perfetta... senza macchia nè dissonanza; vissi lo Zenit della mia povera vita... Poi svenni quietamente sul panchettino.

Quando mi riebbi, non tornai in sala. Salii lentamente... come trasognata, nella mia cameretta. Mi coricai subito. Quando udii salire Lidia (dormivamo nella stessa camera) finsi d'essere addormentata.

Non ho mai più riveduto Roccalba.

Ora sono vecchia. Non ho mai amato. Ovvero... forse... non ho mai più amato.

Metempsicosi.

As you like it.

Questa storia non è accaduta a me. Ho assistito a qualcuna delle sue fasi. Probabilmente, se me l'avessero narrata o se l'avessi letta, ci avrei pensato prima di credervi, tanto essa si allontana dalle solite consuetudini del cuore. Pure non è che la schietta storia di un cuore. Qualcuno l'intenderà.... forse.

Mi trovavo, venti anni or sono, a Firenze, presso alcuni stretti parenti. Ero giovane; il carnevale era brillantissimo, e vedevamo sempre molta gente che si divertiva in cento modi, anche facendo del bene. Ero patronessa d'una lotteria di beneficenza e raccoglievo doni a dritta e a sinistra. A dir vero, ne raccoglievo molti e n'ero lieta pei miei poveri e per me, cioè pel primo amor proprio di patronessa.