Dunque; soffrivo.
Sopratutto: di non sapere.
Dopo quella sera fatale, non avevo più veduta Ninì. Non era più venuta da me ed io non ero più andata da lei. Un senso intimo, un istinto, più che altro, mi diceva che ella, vedendomi, doveva soffrire d'avermi detto: l'amo.
Pure; avrei dato non so che per vederla, per stringerla al cuore!
Per qualche tempo non l'incontrai nè alle Cascine, nè alla Pergola, non venne neppure al concerto di Tofano, il che mi fece un certo senso. E non si videro neppur i Spear. Non osavo chiedere; avevo desiderio intenso e in pari tempo terrore grande di sapere il vero.
Lo seppi, ciò nullameno, in capo a cinque o sei giorni.
Ahimè! il mio terrore era più che giustificato dai fatti.
Ninì aveva formalmente rifiutata l'offerta di Sir Alano e gli Spear avevano già lasciato Firenze per l'Inghilterra. La Duchessa di Sualta era ammalata, e non lievemente.
Non si parlava che di Ninì Montelmo e per biasimarla, con tutta l'asprezza possibile. La reazione del guardingo silenzio, dovuto all'incertezza di prima, si palesava ora, compensandosi e vendicandosi. Tutte le invidiuzze, le basse ire, le segrete animosità si scatenarono, all'unisono, in quella propizia occasione. Oh! il sogghigno di Guarinaldi, il suo breve, sibilante commento del rifiuto, i mal frenati sorrisi che raccolsero! Avrei dovuto fingere di non intender colui, qualcuno sorrise fors'anche del violento rossore che m'imporporò la fronte, quando udii quelle attossicate parole! Capisco; avrei dovuto fingere di non capire o imitare la piccola Maria S. colla sua schietta risata e il suo innocente: Oh bella!... e perchè non poteva sposarlo?
Ma tutto ciò non me lo dissi che più tardi. In quel momento non seppi che arrossire, e deplorare di non essere un uomo, per poter ricacciare nella sozza gola di colui la frase che n'era uscita a proposito di Ninì!