Essa mi pregava di passare da lei alle nove dell'indomani mattina. Voleva salutarmi.

Non dormii quella notte. L'indomani, alle nove, nel salire le scale del palazzo della Duchessa, sentiva quasi mal fermi i passi, tanto mi pulsava il cuore. Come troverei Ninì, che mi direbbe?

La sua cameriera venne a ricevermi e m'introdusse nel famoso salottino di velluto azzurro.

Poi udii una voce dolcissima: — Falla passar qui.

Passai nella sua stanza, quella nuda e povera stanza ove ella soleva vivere, la vita preparatoria per l'ignoto.

S'alzò, con una mossa un po' forzata, dal grande tavolo ove stava scrivendo, e venne ad incontrarmi. Non mi baciò in viso ma mi strinse forte le mani.

Dio! com'era pallida e dimagrata; pareva quasi cresciuta, tanto era lunga ed esile nella sua succinta veste da casa. Ebbi una viva, dolorosa impressione ch'ella fosse stranamente invecchiata. Pensai al velo di garza e al colorito roseo che avevo veduti alle Cascine. Fu meco affettuosissima, ma non trovai più in lei quella specie di effusione brillante, alla quale mi aveva abituata. Due mesi soli erano passati, ma il suo accento aveva tanti anni di più. Pure; sentivo che mi amava sempre, forse più di prima, perchè rappresentavo qualcosa dell'indole stessa del suo dolore. Mi parlò a lungo della malattia di sua nonna. Disse che il medico, impensierito dell'incostanza della stagione, consigliava un clima più caldo. Partivano dunque, in settimana, per Napoli.

Rimasi senza parole; i miei occhi si velarono di pianto. Qualcosa brillò pure nei suoi, ma non piangemmo. C'intendevamo, però; stranamente.

Non mi trattenni molto. Era un soffrire acuto per me, forse anche per lei, quel colloquio in cui le parole suonavano così vane, davanti alla reciproca impressione del pensiero taciuto.

Le chiesi dei suoi libri, dei suoi studi; ella mi mostrò uno stupendo Atlante, testè giuntole. Mentre stava mostrandolo, io guardavo il profilo emaciato di lei, la trasparenza della pelle, la sfumatura azzurra che si stendeva sotto l'occhio, tanto illanguidito; osservai pure quanto fosse smagrita la mano che volgeva i fogli. C'era, in tutta la sua persona, qualcosa d'inesprimibilmente stanco, di vinto, di domato. Ella mi spiegava, colla sua solita forma sì chiara ed elegante, i pregi di quella pubblicazione. La sua voce era sempre pura, soave, armoniosa, ma io evocavo il ricordo d'un accento, d'una vibrazione speciale che mancavano ora, assolutamente.