Le chiesi di scrivermi per darmi notizie della Duchessa. Promise di farlo. Il nostro colloquio era calmissimo, si parlava sempre, sfiorando vari soggetti, pur di evitare i lunghi, consci silenzi di un tempo. Non le parlai nè della sua salute, nè del suo avvenire. Quando mi alzai ella non mi disse: rimani. Ma non gliene seppi male.

Ero certa del suo affetto per me, ma sapevo pure quanto le tornasse doloroso il ricordo di ciò che entrambe sapevamo. Poichè a niun altro al mondo ella aveva mai detto del suo amore.

E d'una cosa appunto io mi feci certa, in quel calmo colloquio, durante il quale non fu mai pronunciato il nome di Sir Alano. Ch'essa lo amava tuttora, più che mai, con quell'amore tenace e prepotente che si addiceva alla sua forte tempera, al suo caldo cuore; coll'amore (sì raro nella fanciulla d'oggi) che non subisce, nè riconosce legge alcuna di circostanze. Pure, ella aveva rinunziato a Sir Alano, e quel rifiuto era forse una superfetazione del suo stesso sentimento. Ovvero l'orgoglio era stato più forte? Chi potrebbe dirlo? Senonchè, la causa persisteva in quanto aveva sopravvissuto a quel mal riescito suicidio del cuore. Ed ella si dibatteva ora coll'assurdo, folle, disperato rammarico del proprio operato. Provava ora cos'è l'amore quando vive e non ha più ragione di vivere; quando sta nel più profondo del nostro cuore e non è più nel limite della nostra azione, quando è in noi e non ci appartiene più, e pure serbiamo chiaro, preciso il senso di ciò che è, di ciò che avrebbe potuto essere nella nostra vita, se non l'avessimo rinunziato.

Ninì mi accompagnò sino all'anticamera. Traversammo assieme il salottino azzurro, idealizzato dai riflessi miti del mattino. Ella mi parlava sempre di cose indifferenti, con quella sua nuova voce, scolorita e stanca. Ci baciammo quietamente e ci salutammo senza indugiarci. Poi mosse una mano senza parlare con un fiacco gesto d'addio, mi sorrise e si ritrasse.

Scesi le scale, tenendomi forte all'appoggiatoio di velluto rosso.

V.

Mi scrisse da Napoli, brevemente. La Duchessa stava meglio e sarebbero partite presto per Castellammare. Risposi, ma stavolta attesi più a lungo la risposta di Ninì.

Strano a dirsi; non sapevo mai che dirle quando mi accingevo a scriverle. L'esclusione di quel soggetto pareva escludere anche il rimanente. Le mie lettere riuscivano miserabilmente vuote e vane e le sue tradivano pure un segreto sforzo. E così, a poco a poco, quasi insensibilmente, la corrispondenza illanguidì e venne meno tra noi.

Ho detto che questa non è la mia storia. Ma ora debbo dirvi qualcosa anche di me. A dire il vero, lo faccio un po' a malincuore, perchè è una cosa più vera che aggradevole e temo ch'essa mi renda un po' antipatica al vostro pensiero. Pure, debbo dirla.

Ecco, questo è: Che coll'andar del tempo, col succedersi di tanti avvenimenti, grandi e piccini, la mia passione per Ninì Montelmo si ridusse gradatamente a delle proporzioni più ragionevoli. Cominciò col cessare dall'essere il pensiero dominante, poi si mescolò cogli altri e visse con loro, d'amore e d'accordo, senza soverchiarli.