Più tardi ancora, si rincantucciò in uno di quei profondi recessi del cuore, ove la memoria scende volenterosa e lieta, ogni tanto, a cercare l'emozione di ciò che non è morto, ma soltanto: passato. Quivi rimase e rimarrà sempre il ricordo di Ninì Montelmo. Anzi, a misura che il tempo passa ed io procedo nella vita, questo ed altri ricordi di quel tempo vanno ritrovando una coloritura e un profumo speciali, una luce normale li illumina e li ravviva, rivelando la grazia e la bellezza reale delle loro proporzioni. Torno ad occuparmene e a sentirli; con quella più serena cognizione della vita che bene spesso, quando è sincera e reale, ci riconduce per l'appunto all'indole primitiva delle nostre sensazioni e alla semplicità elementare delle nostre impressioni.
Non mi fraintendete, ve ne supplico. Io ho sempre, in ogni tempo, amata Ninì Montelmo, anche quando il mio pensiero di lei non fu più unico, nè tanto assorbente. Ogni suo appello mi avrebbe trovata pronta a fare l'impossibile per lei.
Ma ella non mi chiamò, mai, mai, mai!...
Lasciai Firenze e non ci tornai più. Un anno circa dopo la mia partenza, ebbi la partecipazione stampata della morte della Duchessa di Sualta.
Allora fu un risveglio inquieto, turbinoso del mio caldo interessamento per Ninì. Gran Dio! che farebbe ora quella poveretta?
Le scrissi un'affettuosa e lunga lettera di condoglianza. Oh!, di ciò potevo parlarle! Dalla sua risposta compresi infatti tutta l'entità, la tenerezza del dolore di Ninì. Ma ella non mi faceva cenno alcuno dei suoi progetti d'avvenire.
Avevo i brividi pensando a ciò che sarebbe di lei, pensando ch'era venuto inesorabilmente per lei l'istante di tradurre in atto la sua grande risoluzione, di cominciare la sua seconda, terribile vita. La vedevo fra le aride pareti di una scuola, nella solitudine fredda d'una stanzuccia al quarto piano, la vedevo, umile, dinanzi all'autorità pedantesca d'un ispettore scolastico.
Cioè, no; non potevo pensarla umile. Ma che sarebbe di lei!...
Scrissi, per avere informazioni, ad un nostro amico di Napoli. E le ebbi sì strane, sì insperate che ci volle un po' di tempo per decidermi a crederle.
Quasi contemporaneamente alla povera Duchessa di Sualta era morto quel lontano parente di Ninì, che non s'era mai curato di lei. Agli ultimi giorni di sua vita, Dio sa per qual misterioso ragionamento di morente, egli aveva testato in favore della fanciulla, e questa ereditava quietamente oltre a mezzo milione.