Pensai a Guarinaldi e compagni, con un grido di trionfo. Ero elettrizzata da quel grande atto di giustizia del destino! Oh! la Provvidenza lo sapeva bene che Ninì Montelmo non poteva far la maestrina... Oh brava, cara Provvidenza! come aveva colpito nel segno!...
Alcuni mesi dopo quel lieto avvenimento, qualcosa si fe' strada nella mia vita e tutto ciò che a quello non si riferiva impallidì e si ritrasse in silenzio. Pensando allora a Ninì, mi adiravo quasi con lei. Trovavo che aveva avuto tanto torto... non la comprendevo più.
Un bel giorno ch'io mi ero tutta vestita di bianco e coronata di fior d'arancio venne: qualcuno e mi condusse via.
Mandai a Napoli la partecipazione di quel bizzarro evento, ma dopo un mese la busta mi ritornò tutta chiazzata di bolli e illustrata da una laconica frase d'impiegato postale: Sconosciuta al portalettere. Mi rivolsi al solito amico partenopeo. Ninì Montelmo viaggiava, con una dama di compagnia. Si trovava attualmente a Colonia.
— Le scriverò domani, dissi a me stessa. Ma ero sì felice... e sapete che razza di risoluzioni si prendono allora! Fatto sta, che quel domani si protrasse tanto che lo smarrii di vista... (Ora, vi do un po' ai nervi... dite la verità!) Che volete! Pure; questo posso dirvi, che se non scrissi, pensai molto a Ninì con una pietà nuova affatto, profonda. Qualcuno mi parlò di lei e mi parve, con un po' d'invidia. Era ricca, libera ormai!
Sì! Era libera e ricca. Ma tant'è..., povera Ninì... ah! povera Ninì!
Quel tal egli che mi aveva portata via nel giorno in cui m'ero tutta vestita di bianco, cominciava allora, in un colla carriera coniugale, anche quella dei consolati. Bellissima carriera, non scevra però d'alcuni inconvenienti, specialmente in fatto di lontananze.
Mi condusse seco in una sequela di luoghi divini e impossibili, dove ebbimo a risolvere nei più bizzarri modi i più elementari quesiti della vita solita. Tutto ciò ci divertì immensamente, sulle prime, poi cominciai a fantasticare un po' della nostra decrepita prosa europea. La posta capitava di rado in quei paesi; bensì capitava ogni tanto, in vece sua, l'annunzio che s'era persa per via, ed era un grave pensiero quello di ciò che avrebbe potuto recare quella posta perduta. Il ricordo dei parenti, degli amici giganteggiava in quell'infinita latitudine di esiglio. Pure; gli anni passavano, veniva l'abitudine di quella vita orientale, venivano i bimbi. La famiglia nuova non soffriva di nostalgia nè ci lasciava il tempo di soffrirne. Il Ministero era benevolo per mio marito, lo faceva crescer di grado ad ogni mutar di stazione, ma pareva che facesse apposta a tenerci laggiù, isolati a rappresentare l'Italia in certe stupende regioni, ove l'Italia era proprio l'ultimo dei fastidi della brava gente che le popolava. In quei tempi non s'era ancora inventata la politica africana e in mancanza di quella distrazione, l'Oriente ci annoiava senza ambagi, ne avevamo proprio fin sopra ai capelli. Eravamo sempre felicissimi, ma per nostro conto esclusivamente. Infatti; quando in capo ad otto anni qualcuno: fra coloro che ponno, si rammentò dei poveri sposini depositati in Arabia, fu per noi un grande, un faustissimo evento. Mio marito fu richiamato in Europa e destinato a Cadice, previo però un buon permesso di due mesi ch'egli si dispose a passare in casa sua, in Savoia, colla sua vecchia e colla sua nuova famiglia.
Quando giungemmo colà; era d'inverno e nevicava.
La nostra lunga dimora nei paesi caldi ci aveva fatto scordare il freddo e i suoi pericoli. Lo sentimmo tutti immensamente e più di tutti, mio marito il quale non poteva rassegnarsi alle cautele richieste dalla rigida stagione. S'ammalò infatti e di bronchite, fortunatamente lieve però, e della quale guarì in breve tempo. Ma risolvemmo, dopo ciò, di passare a Nizza, anzichè a Torino, quanto rimaneva del suo congedo e del verno.