Il gennaio ci trovò dunque lietamente installati in un delizioso villino del quartiere Carabacel.

Il contrasto era violento e a dirla schietta non mi tornò troppo discaro. Si ha un bel dire, ma non è facile difendersi contro il fascino di quel cosmopolitismo spensierato, giocondo, che sembra darvi l'idea riassuntiva di tutto il cielo delle eleganze europee. Si può, si deve rattristarsi della funesta larghezza d'ospitalità che il vizio trova negli elementi stessi di quel centro, ma per chi sa scordare il male, per chi sa scegliere la società quale gli conviene; dove trovarne una più simpatica, più interessante per la sua varietà, per le sue tante risorse? E se volete isolarvi, quale opportunità trovereste, maggiore della libera esistenza dei grandi hôtels, ove nessuno si occupa del vicino, ove ogni dettaglio di personalità va perso nel mare magnum dell'eterno via vai? E l'azzurro intenso del cielo, il tepore sì dolce dell'aria e le palme sì frequenti e i fiori... Oh! quella sterminata quantità di fiori che costano sì poco e profumano sì acutamente, e nei giorni di corso danzano attorno a voi come una nevicata rigirata dal vento! E quell'altro perpetuo sboccar di ville in seno ai giardini! Quei bei villini bianchi, giocondi, che traspaiono dagli uliveti e si stendono, si disperdono sempre più lungi dalla città invadendo le distese dei campi, accesi dalla fiamma degli aranceti! Quelle casettine misteriose, suggestive che vanno a celarsi nella vaghezza appartata dei colli, sin là dove questi assumono una subita selvatichezza, formando un paesaggio eroico di montagna, un po' scenico e pur sì grandioso, valli tetre e profonde, accatastamenti granitici, misteriosi corritoi che si prolungano stretti ed umidi, nelle viscere dei monti, passaggi segreti, da contrabbandieri e da rivoltosi, ricchi d'una cupa poesia ariostesca, con certe sfuggite d'ombre e di luci quali fa piovere il Dorè sulle sue pagine!

E il porto piccino, delizioso, incassato fra le verdi alture, bello della gloria leggendaria di un'umile casetta, che si addita ai forestieri pronunciando un nome che sembra evocare sovr'essa la folgore di faro di una luce italiana... Oh! Nizza è bella ed è bello il viverci, sopratutto quando si è felici. Se siete tristi, se siete veramente malati, non andate a Nizza, andate piuttosto a Cannes. È lì... a due passi.

Un giorno ci eravamo spinti passeggiando sino al porto, con certi amici italiani che volevano per l'appunto vedere quella casetta, la casetta ov'è nato Garibaldi. Tacevamo, contemplandola, quando la nostra attenzione fu distratta da un incidente, l'arrivo, cioè, d'un bellissimo yacht a vapore che entrava gloriosamente in porto. Recava bandiera inglese e accanto a quella nazionale, una grande insegna bianca, sulla quale stava scritto il nome del yacht: Lux. La stessa parola si leggeva, fiammeggiante d'oro, sulla elegantissima prora. Alcuni curiosi s'erano riuniti sulla riva e, appoggiati al parapetto, guardavano la manovra d'ancoramento, brillantemente eseguita da una frotta di marinai in assisa privata. Accanto a noi, un signore, vecchiotto, col capo coperto d'un berretto a foggia marinaresca, tolse di tasca un cannocchiale a tubo e guardò a lungo il yacht, lasciandosi sfuggire delle esclamazioni entusiastiche. Qualcuno dei circostanti gli rivolse la parola in proposito, ed egli di buon grado e con visibile compiacenza diede alcune spiegazioni tecniche ch'io non intendevo, ma che interessarono mio marito, appassionato ed intelligente amatore di quanto riguarda la navigazione. Egli pure rivolse la parola a quel signore e subito s'intavolò un colloquio di circostanza. Il possessore del cannocchiale lo offerse cortesemente a mio marito, poi, leggendomi forse in viso una curiosità, pregò di passarlo a: Madame.

Madame non aveva mai avuto per le mani un cannocchiale sì meraviglioso. Portava sì vicine le persone e le cose che pareva quasi di poterle toccare colla mano stessa. Senonchè; ella non sapeva fermar bene l'obbiettivo, e le suddette persone e cose danzavano un balletto singolare dietro le lenti. Pure, qualcosa vidi. A bordo c'erano delle signore, vedevo un lusso d'abiti bianchi, vedevo delle testine bionde, dei visetti carnicini di bimbi che transitavano sul ponte, festosi della gioia dell'arrivo. Vidi avanzarsi a prora, con lento passo, un signore alto, massiccio, imponente, con una gran barba bionda, appoggiato al braccio d'un uomo in assisa di capitano.

Il sole batteva sfolgorante sul ponte, e dava forse noia al signore biondo, perchè egli teneva chiusi gli occhi. Poco lungi da lui, stava adagiata in una lunga poltrona chinese, una signora vestita di bianco. Non so come, provai un senso di ardente attrazione, tutte le facoltà del mio pensiero si concentrarono sovra quella signora. Risentii una vaga scossa morale, un'incertezza magnetica che per un istante mi tolse il respiro.

Mi sovvenne tosto ch'io tratteneva soverchiamente il cannocchiale. M'affrettai a porgerlo a mio marito, il quale lo restituì al proprietario. E sempre sotto l'impero di quell'emozione senza capo nè coda, diedi retta agli entusiastici elogi che il vecchio capitano (s'era dato per tale) prodigava alla struttura ed alberatura del yacht. Ma mi pareva ora che l'elegante vascello si fosse bruscamente allontanato dal luogo ov'era venuto ad ancorare. I miei poveri occhi miopi cercavano con uno sforzo quasi penoso, di concentrare ogni loro facoltà visiva su quel punto bianco, della signora seduta e che, piccolissimo ormai, quasi confuso fra i molti biancheggiamenti del ponte, mi attirava sempre da lungi, tormentoso, insistente come una malía!

Avevamo gente a pranzo quel giorno, e si parlava, naturalmente, dell'arrivo dello splendido yacht inglese. Fedor Zarenine, uno dei nostri ospiti, un vecchio amico del Cairo (vecchio per modo di dire, aveva una trentina d'anni) ci favoriva, evidentemente ascoltati, dei dettagli in proposito. Conosceva il bastimento, uno dei più belli fra quanti avessero mai preso a muover l'elice sotto lo sguardo di Minosse del R. M. C. Ce lo descrisse con entusiasmo, narrò dei suoi fasti, del lusso favoloso dell'interno. Conosceva pure il proprietario; Lord Helvellyn. Il più simpatico gentiluomo di questo mondo, ricco sfondato, cacciatore, scrittore, oratore. E, dettaglio curiosissimo, il proprietario di Lux era... cieco!

— Cieco! — sclamai rammentando quell'alta e dignitosa persona che avevo traveduta sul ponte e alla cui vista, un pensiero assurdo, di ricordo, aveva per un semi-secondo urtato alla porta del mio cervello.

— Cieco, — ripetè Zarenine, — irrimediabilmente cieco! Da pochi anni e per un accidente di caccia. Ma il più calmo, il più eccezionale dei ciechi. Sopporta la sua sventura con una rassegnazione, un coraggio che assumono le proporzioni di una letizia. Alcuni sostengono che Lord Helvellyn si mostri non solo, ma sia pienamente felice.