Ero così immersa nella contemplazione del Van Dyck, che non mi accorsi dei ripetuti cenni fattimi da Fedor Zarenine, il quale farfalleggiava poco lungi da me. Tanto che egli mi venne accanto e mi diede un poderoso shake hand, uno dei suoi soliti.

— Ebbene, — mi disse mentre scotevo la mano indolenzita, — non avete veduto?

— La mora? Sì, ma è orribile. Preferisco il Van Dyck. È una signorina; benissimo, sapete?

Egli si mise a ridere.

— Dico se avete veduto gli Helvellyn? Sono testè giunti.

Mi voltai. — Dove?... dove?... — chiesi con ansia.

Egli mi additò un gruppo abbastanza compatto che s'era formato presso uno degli usci d'entrata.

— Là... da quella parte. Fanno sensazione anche loro! Ora li vedrete. Venivano a questa volta, ma egli s'è trattenuto a parlare col Maresciallo Bazaine. Ora ha finito, proseguono.

Proseguivano infatti. Un signore alto, di forme poderose, appoggiato al braccio d'una signora. Davanti all'incerto passo del cieco, la folla riverente e curiosa s'apriva, facendo ala, lasciando libero il varco a lui e alla moglie che lo guidava colla dolcezza guardinga d'un Antigone.

Li vidi io pure, e provai un sentimento impossibile a definire.