Il biglietto recava queste parole:

«Amica carissima,

Ti attendo oggi alle due per abbracciarti e darti la spiegazione di quanto accadde ieri. Intanto non accusarmi. Troverai al primo scalo del porto una lancia del yacht che ti condurrà a bordo. Vieni.

Ninì Montelmo Helvellyn.»

Risalii e tracciata su un biglietto di visita una laconica frase d'assenso, consegnai il biglietto al marinaio. Poi, andai a messa coi miei bambini. Ogni tanto, quando n'era d'uopo, accennavo loro di non distrarsi. Ma; Dio mi perdoni; quanto ero, in cuor mio, più distratta di loro!...

***

Ci vado ripensando ora e mi par tutto un sogno la gita sul quai sino allo scalo indicato, la elegantissima lancia che mi attendeva cogli otto marinai in bianco, il breve tragitto per l'azzurro del porto sino al yacht... il battere quieto dei remi e quello tempestoso del mio cuore, la visione di Ninì, curva sulla balaustrata della tolda. Mi aspettava, ed io non vidi più che lei. Salii, posi piede sul cassero. Ella mi porse dapprima una mano, poi ci abbracciammo forte, per impulso reciproco, con un'emozione stranissima, con un subito febbrile ritorno a tutto il passato. Ella mi disse rapidamente: vieni, e s'ingolfò per la prima nella scaletta che calava sotto coperta. Le tenni dietro, come se mi avesse trascinata per mano.

Eravamo sotto coperta, a prora, nel suo salottino privato, in mezzo a un mondo di splendidi cose ch'io non guardava. Ricordo solo le ampie sfuggite di luce e d'azzurro che concedevano allo sguardo i vani delle tre finestrine aperte dal lato del largo, di fronte all'immenso orizzonte acqueo. Pareva d'essere in alto mare. Le onde, appena sommosse da un leggero venticello, danzavano carezzevoli attorno alla carena, gettando all'interno una tremula sequela di riflessi dorati e un mormorio festevole d'acqua in pace, cui teneva bordone il gaio e perpetuo sbattere, quasi musicale, di certi freschi cortinaggi di tela russa, calate a mezzo sulle finestrine e sempre accartocciati dalla brezza.

Non rammento altro delle cose esterne. Vedevo solo Ninì e la guardavo con un senso angoscioso, indefinibile della sua dissomiglianza colla Ninì di un tempo. Era bionda ora, ed io l'avevo lasciata castana. Doveva essersi continuamente incipriata, pensai perfino all'auro-come. Era pettinata con una foggia speciale, bizzarra, che le stava bene, ma non somigliava più alla sobria forma greca della testina di Ninì fanciulla. Il personale era bellissimo, maestoso, e il vestire aiutava visibilmente l'effetto, tendente al matronale. Il continuo uso della lingua inglese aveva dato alle labbra un non so che di più energico, di più serrato, ma il sorriso tornava ogni tanto all'antica, indimenticabile espressione. Ninì si teneva in un'attitudine speciale che nulla aveva di manierato e neppure di acquisito, eppure, cercando nei miei ricordi, non trovavo quello di questa attitudine. Essa era nuova per me.

— Siamo sole — mi disse Ninì. — Alcuni amici di mio marito sono venuti a prenderlo stamane e lo hanno condotto a Cannes. I bambini sono a terra e torneranno più tardi. Perchè non hai condotto i tuoi? Parlami di loro, del tuo passato.