Proseguì.
«Lottavo, sai?... lottavo gagliardamente. Evocavo di continuo, per darmi ragione, l'immagine di quella donna. Ma essa non mi salvava più... ora! Aveva scatenata l'effimera tempesta, bastevole per mandare a picco la mia felicità, ma che non bastava a spegnere l'incendio del mio amore. Avevo tutto sacrificato. Avevo creduto di esser stata forte, mi accorsi d'esser stata vile, nulla più, di aver sacrificato un amore vero ad un fantasma vano. Ma era tardi.
Viaggiavo con una dama di compagnia, vero automa di rispettabile nullità. Percorrevo sbadatamente le più belle città dell'Europa, senza accalorarmi per nulla. Ero infelice, stanca di tutto, oppressa da un'uggia malsana e crudele. E lo amavo sempre, assai più di prima!
M'era balenato un pensiero: chiudermi in un convento e consacrarmi tutta a qualche grande opera di beneficenza. L'avrei forse fatto, se non avessi letto in un giornale, per mero caso, che sir Alano Spear aveva persa la vista, in seguito ad un accidente di caccia. Allora, presi una risoluzione; mi recai in Inghilterra, andai dalla madre dell'uomo che amavo, le dissi tutto... le offersi di sposare suo figlio. Ell'era presso a morire... accettò. Egli pure, forse per farle cosa grata. Ci sposammo al letto di morte di quella povera donna.»
— E fosti felice? — chiesi con impeto.
— Per qualche tempo, sì. Assolutamente felice. Quell'uomo era mio!... Quel cieco mi apparteneva. Poi, a un tratto, divenni ancora gelosa di lei, di quella morta.
Ella mi perseguitava sempre. Il fantasma si vendicava, tornava, si metteva fra noi due. Io era gelosa di Mrs Alloys.
— Ma come, perchè? Egli dimostrava... accennava forse...?
— No, nulla giustificava apparentemente il mio sospetto. Non era forse che una suggestione del mio demone famigliare, il sesto senso. Ma l'antico terrore tornava a dilaniare il mio cuore.... ch'egli potesse amare soltanto lei.
Come combattere nella tenebra? Il mio sguardo non giungeva ad indagarne il fondo, non era in poter mio afferrare le immagini che passavano dietro le spente pupille di mio marito. Lo studiavo con un'attenzione cupida e febbrile. Studiavo le sue immobilità pensose, i suoi silenzi, i suoi pallori, scrutavo l'animo suo nelle sue parole, nei suoi gesti, origliavo a volte, durante i suoi sonni, in attesa della parola inconscia che può tradire il sogno. Nulla mi sfuggiva d'ogni incidente dell'anormale tenor di vita, dovuto alla sua infermità. Un giorno, la sua mano si posò lenta, esitante sul mio volto. Lo chiamai per nome, egli mi accennò con un gesto, quasi involontario, di tacere. Tremai.