Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua la gran rovina de' ponti e de' munisteri e delle case e de' morti che à fatto costà la piena,[263] e come voi a rispetto agli altri l'avete campata assai bene. Io l'avevo inteso prima, e così credo che abiate inteso di qua voi, che abiàno avuto il simile delle rovine e de' morti dalla piena del Tevere: e noi per essere in luogo alto l'abiam campata assai bene a rispetto agli altri. Prego Idio che ci guardi di peggio, com'io temo per e' nostri pecati.

Le cose mia di qua vanno non troppo bene: io dico circa la fabrica di Santo Pietro, perchè non basta ordinare le cose bene, ch'e' capomaestri o per ignioranza o per la malizia fanno sempre il contrario, e a me toca la passione dell'error mio. Dell'altre cose, tu 'l puoi considerare, sendo nell'età ch'i' sono. Altro non mi acade.

Michelagniolo Buonarroti.

Archivio Buonarroti. Di Roma, 16 di dicembre 1557.

CCCVIII.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Tu mi scrivi per l'ultima tua, che bisogniandomi o serve o altro per mio governo, che io te n'avisi, che mi manderai tutto quello che mi bisognia. Io ti dico che per ora non mi acade altro, perchè ò dua buon garzoni che mi servono tanto che basta.

Altro non ò da scriverti. Da vechio sto assai bene e con buona speranza: fa' di vivere, e pregàmo Dio che c'aiuti. A dì sedici di dicembre 1557.[264]

(Di mano di Lionardo.)

1556, di Roma, ricevuta adì 22 di gennaio: de' dì 16 detto. (sic.)