Al mio caro messer Giorgio Vasari in Firenze.
Messer Giorgio, amico caro. — A queste sere mi venne a trovare a casa un giovane molto discreto e da bene, cioè messer Lionardo,[467] cameriere del Duca, e fecemi con grande amore e affezione da parte di sua Signoria le medesime offerte che voi per l'ultima vostra. Io gli risposi il medesimo ch'i' risposi a voi, cioè che ringraziassi il Duca da mia parte di sì grande offerte, il più e 'l meglio che sapeva, e che pregassi sua Signoria che con sua licenzia io seguitassi qua la fabbrica di Santo Pietro fin che fussi a termine, che la non potessi esser mutata per dargli altra forma; perchè partendomi prima, sare' causa d'una gran rovina, d'una gran vergognia e d'un gran peccato; e di questo vi prego per l'amor di Dio e di Santo Pietro ne preghiate il Duca, e racomandatemi a sua Signoria. Messer Giorgio mio caro, io so che voi conoscete nel mio scrivere ch'io sono alle 24 ore, e non nasce in me pensiero che non vi sia dentro sculpita la morte: e[468] Idio voglia ch'i' la tenga ancora a disagio qualch'anno.
A dì 22 di giugno 1555.
Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Di Roma, 23 di febbraio 1556.
CDLXXVII.
A messer Giorgio Vasari, amico caro in Firenze.
Messer Giorgio, amico caro. — Io posso male scrivere, ma pur per risposta della vostra dirò qualche cosa. Voi sapete come Urbino è morto:[469] di che m'è stato grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata, che dove in vita mi teneva vivo, morendo m'à insegnato morire, non con dispiacere, ma con desidéro della morte. Io l'ò tenuto ventisei anni, et òllo trovato realissimo e fedele; e ora ch'io l'avevo fatto ricco e che io l'aspettavo bastone e riposo della mia vechieza, m'è sparito; nè m'è rimasto altra speranza che rivederlo in paradiso. E di questo n'à mostro segno Iddio per la felicissima morte ch'egli à fatto: e più assai che 'l morire, gli è incresciuto il lasciarmi vivo in questo mondo traditore, con tanti affanni; benchè la maggior parte di me n'è ita seco, nè mi rimane altro che un'infinita miseria.[470] E mi vi racomando e prègovi, se non v'è noia, che facciate mie scusa con messer Benvenuto[471] del non rispondere alla sua, perchè m'abonda tanta passione in simil pensieri, ch'io non posso scrivere; e racomandatemi a lui, e io a vo' mi racomando. A dì 23 di febraio 1556.
Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Di Roma, 28 di maggio 1556.