[305.] È un'altra bozza della medesima lettera precedente.
[306.] Questa lettera, dove tra l'altre cose si parla della colonna che si ruppe, è mancante per tutta la metà della lunghezza del foglio. A questa rispose Pietro Urbano con una sua del 6 (forse 26) d'aprile del detto anno. Le stesse cose suppergiù dice Michelangelo nella precedente.
[307.] Il contratto è del 13 d'aprile 1519, e fu rogato da Ser Giovanni del fu Paolo della Badessa. In esso Iacopo di Tomeo detto Pollina abitante in Torano villa di Carrara, Antonio detto Leone d'Iacopo Puliga da Puliga, e Francesco detto Bello di Iacopo Vannelli da Torano, si obbligarono di cavare dalla cava appartenente al detto Leone dodici pezzi di marmo di più grandezze.
[308.] Stampata la prima volta nei Monumenti del Giardino Puccini a pag. 579 (Pistoia, tipografia Cino, 1846, in-8º gr. fig.); e poi nel Prospetto cronologico della Vita e delle Opere di Michelangelo Buonarroti posto in fine alla Vita sua scritta dal Vasari, nell'edizione Le Monnier, vol. XII, pag. 354.
[309.] Pietro Urbano si trovava da qualche giorno in Pistoia, per rimettersi in sanità, dopo la grave malattia che lo aveva assalito a Carrara, dove era andato di commissione di Michelangelo per pagare gli scarpellini, che cavavano colà i marmi per conto delle statue della facciata di San Lorenzo. Michelangelo appena ebbe nuove del male di Pietro, si partì di Firenze in poste, e fu a Carrara, e trovato il suo garzone molto grave, lo fece levare di là e portare sulle spalle degli uomini a Seravezza, e quivi lasciatolo al governo di Domenico detto Topolino, scarpellino, gli commise che, tostochè Pietro fosse alquanto migliorato, facesselo condurre a Pistoia. Dice Michelangelo in certi suoi ricordi, che per questa gita a Carrara, per il medico e le medicine, e per condurre Pietro da Carrara a Seravezza si trovò avere speso trentatre ducati e mezzo.
[310.] È una variante della lettera antecedente.
[311.] Sono state supplite di corsivo le parole che per essere lacero il foglio mancavano.
[312.] Sebastiano del Piombo in un capitolo di una sua lettera a Michelangelo, scritta da Roma a' 3 di luglio 1520, dice così: «Io portai quella (lettera) al Cardinale (Dovizi da Bibbiena), el qualle mi fece molte careze et offerte, ma di quello che io domandavo, lui mi disse che 'l Papa hauea dato la salla de' Pontiffici a li garzoni di Raphaello, et che costoro hauea facto una mostra de una figura a olio in muro, ch'era una bella cossa, de sorta che persona alcuna non guarderia le camere che ha facto Raphaello; che questa salla stupefaria ogni cossa, et che non sarà la più bella opera facta da li antichi in qua de pictura. Et da poi mi domandò, se io hauea lecta la vostra littera. Io li disse de nonne. Lui se ne rise molto; quasi che ne faceva beffe: et con bone parolle me partii. Da poi io ho inteso da Bacino de Michelagnolo (Bandinelli) che fa el Laoconte, che 'l Cardinale li ha mostrato la vostra littera, et àlla mostrata al Papa: che quasi non c'è altro sugieto che rasonar in Palazo, se non la vostra litera: et fa ridere ogn'omo.»
[313.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 711.
[314.] Mandollo a Roma per mezzo di Pietro Urbano nel dicembre del 1517, come abbiamo detto indietro.