Or sulla prima di queste epistole è da notare che Pietro allega la sola fallace e ignota ragione della concessione di papa Niccolò terzo, non accennata da lui nel manifesto scritto d'Affrica a Eduardo, docum. VIII, nè ricordata da alcun documento, o memoria degna di fede; e che per lo contrario tace le buone e solide ragioni del dritto della regina Costanza, e della elezione dei Siciliani, e l'altra, ch'ei tanto metteva innanzi, dei denegati aiuti del papa contro gl'infedeli; le quali ragioni leggonsi nel detto manifesto, in Saba Malaspina, nella Cron. di S. Bert., e negli istorici siciliani e catalani più informati del linguaggio della corte aragonese in quest'incontro. Questa circostanza sola basta a mostrare apocrifa la lettera. È impossibile che Pietro passando sotto silenzio i veri suoi dritti si fondasse tutto in su quella vaga asserzione; e ciò contro il detto ai potentati d'Europa; e ciò nel primo atto in buona forma ch'ei mandava allo usurpatore; e ciò mentre papa Martino solennemente favoreggiava e sostenea costui, onde sarebbe tornata vana qualunque anteriore concessione di Niccolò III. Aggiungasi che se fosse stata vera questa lettera di Pietro, la corte di Roma non avrebbe lasciato di smentirlo; e che egli all'incontro, quando fu deposto dal reame d'Aragona appunto pel fatto di Sicilia, avrebbe protestato di certo, pubblicando la concessione di Niccolò III.
Tradiscon di più la risposta di re Carlo, quelle parole «malvagio traditore di Dio,» nostro inimico e traditore. Si ponga mente in prima, che nei diplomi autentici del duello dei due re, questi gravi sfregi non si leggono, ma che Piero fosse entrato nel regno di Sicilia contro ragione e in mal modo. E quando, fallito il duello, Carlo rinfacciava al nimico le ingozzate offese (diploma in Muratori, Ant. ital., tom. III, Dissertazione 39), faceasi con molta cura a spiegare, che per quelle parole «contro ragione e in mal modo» avesse voluto significare, il più cortesemente che si poteva in carteggio di re, l'accusa di traditore; che Pietro d'altronde avea compreso benissimo, e dettolo agli araldi che gli portaron la sfida. Egli è evidente che re Carlo, se avea già scritto letteralmente «malvagio traditore» in quella prima epistola, ricordava adesso queste parole, e non silloggizzava di averle adombrato in quel composto e misurato linguaggio.
A ciò s'aggiunga, che le due epistole son rese d'altronde sospette dalle varianti tra i testi di Rymer, Malespini, Villani, e della Cronica della cospirazione; e che a stento crederebbesi che due principi, l'uno francese, l'altro catalano, le scrivessero in volgare d'Italia; quando il carteggio tra' grandi, e gli atti pubblici dettavansi di quel tempo in latino, e si sa essere stati scritti in latino appunto e in francese i diplomi ne' quali fermossi poscia il duello. Per queste ragioni le tengo apocrife, come giudicarono il Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 5, e il Muratori, Ann. d'Italia, 1282, che le disse fatture de' novellisti d'allora; l'uno e l'altro anche senza avere per le mani il manifesto di Pietro, nè la continuazione dell'istoria di Saba Malaspina. Nè importa che trovinsi nella collezione degli atti pubblici d'Inghilterra, quando nè erano scritte da quella corte, nè ad essa drizzate; onde ben potè avvenire, che per via degli ambasciadori mandati poi da Eduardo ai due re, o altrimenti, fosser capitate a corte d'Inghilterra le copie che giravano per l'Italia di que' supposti diplomi, ne' quali chiara si scorge l'impronta di mano guelfa.
Io penso che, se lettere si scrissero in quell'incontro, fossero ne' sensi riferiti da Saba Malaspina e dalla Cron. di S. Bert., che più si avvicinino a que' degli altri contemporanei, e ben ritraggono del manifesto di re Pietro ad Eduardo d'Inghilterra più volte ricordato di sopra.
Nei particolari dell'ambasceria di Pietro a Carlo ho seguito a preferenza il d'Esclot, che vien raccontandoli assai minutamente, in guisa da mostrarsene informato da vicino.
[44] D'Esclot, cap. 93.
Bart. de Neocastro, cap. 45 e 50.
[45] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 17.
Montaner, cap. 62, il quale dice mandati in Messina dal re 2,000 almugaveri. Di questa milizia farem parola nel cap. IX.
[46] Gio. Villani, lib. 7, cap. 74, seguendo Giachetto Malespini, cap. 212, e portando com'esso il numero delle galee siciliane e aragonesi a sessanta. Questo è manifestamente esagerato secondo gli umori guelfi di que' cronisti; perchè si vedrà nel capitolo seguente come Pietro, dopo ch'ebbe armato le galee di Messina, non potè mettere in mare che cinquantadue galee.