[397.] Συντουρμαρχῶν. Questa voce mal copiata o mal compresa nell'esemplare del Curopalata (Giovanni Scylitzes) ch'ebbe alle mani il Fazzello, gli fece scrivere che Eufemio fosse stato consigliato dalli Scythamarchi.
[398.] L'autore, supponendo un califo anche in Affrica, e guastando il nome di Emir-el-Mumenin, lo chiama ʾαμεραμνουνῆς. Ho scritto questo titolo secondo la elegante corruzione che ne fecero i nostri antichi.
[399.] Teophanes continuatus, lib. II, cap. XXVII, p. 81, 82.
[400.] Op. cit., lib. II, cap. XXII, p. 76, 77.
[401.] Così chiaramente nei MSS. d'Ibn-el-Athîr e d'Ibn-Khaldûn, ancorchè senza vocali brevi. Dei due MSS. di Nowairi, il più moderno (Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 702 A), omettendo al solito le vocali brevi, scrive anche k s n tin; ma l'altro (Ancien Fonds, 702), autografo, ovvero copiato sopra un autografo, ha una volta f s n tin, e tre volte, lasciando la prima lettera senza punti diacritici, sì che possa leggersi f ovvero k, la fa seguire da quattro lettere — s tin, ovvero da cinque — s n tin. La lezione f s tin potrebbe benissimo supporsi copiata dal nome di Fotino; perocchè la s, che v'ha di più, si confonde spesso nei MSS. con un frego di penna orizzontale che servisse di legatura tra due altre lettere. Ve n'ha infiniti esempii nei MSS., e molti nelle iscrizioni lapidari, e in quelle ricamate su drappi o rilevate su metalli.
[402.] Il Ducange, Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, spiega la voce Σοῦδα fossa sudibus munita, cioè fosso con palizzata. In Creta si addimandò Suda il luogo ove posero il primo campo i Musulmani. Da χάραξ che significa lo stesso in greco antico, prese nome un vicin promontorio. I Musulmani chiamarono il campo loro, poi divenuto capitale, Khandak, che significa la stessa cosa.
[403.] Quest'ultima frase è data dal solo Nowairi. M. Caussin de Perceval, padre, che il voltò in francese, e il Di Gregorio che lo ritradusse in latino, rendono quelle parole un des principaux patrices ed ex præcipuis inter patricios. Ma la voce del testo mokaddem significa precisamente “posto innanzi a tutt'altri” e indi “condottiero, capo di parte.” La parola seguente dice “dei suoi patrizii” riferendosi il pronome relativo a Costantino. Pertanto mi par che si tratti certamente dei patrizii siciliani. Debbo avvertire che la costruzione grammaticale del testo lascia un po' dubbio se Eufemio fosse il caporione, ovvero uno dei caporioni.
[404.] Ciò dal Nowairi. Il Caussin avvertì in nota che talvolta gli scrittori arabi avessero disegnato col nome di Alemanni gli Italiani; e allegò in esempio un passo di Abulfaragi, autore del XIII secolo. Il Di Gregorio non ne volle altro per tradurre a dirittura quemdam ab Italia oriundum. Ma tale interpretazione non può accettarsi. Gli scrittori arabi chiamano ordinariamente gli Italiani Rûm, che vuol dire anche Bizantini, e talvolta ci danno il nome di Ankabard, talvolta di Franchi; confondendoci con le varie razze dei dominatori. Non parlano poi dell'Italia come parte dell'Alemagna altri scrittori che que' dei tempi di Federigo II imperatore, come appunto Abulfaragi, ovvero più moderni, come Abulfeda. Questi due, se non m'inganno, sono i soli autori arabi caduti in tale equivoco, che non si può supporre affatto in uno scrittore del X o XI secolo, come quello copiato da Nowairi. D'altronde è probabilissimo che v'abbia un errore nel MS.; sì chè vi leggerei Armeni, non Alemanni. I mercenarii di schiatta germanica non aveano cominciato per anco a venire a Costantinopoli. Per lo contrario gli Armeni erano frequentissimi nell'esercito bizantino. Infine l'ortografia che troviamo in Nowairi non sarebbe corretta se si trattasse di Alemanni; ma aggiugnendovi una r, lettera non legata nella scrittura arabica e perciò facile a sfuggire, si avrebbe il nome di Armeni.
Lo stesso errore si trova nei MSS. di Nowairi, là dov'ei dice venuto in Sicilia l'828 col patrizio Teodoto un esercito, la più parte, di Alemanni. Quivi è evidente che si debba leggere Armeni. Veggasi il cap. III del presente Libro.
[405.] Questo nome, mancando di vocali brevi in tutti i MSS. che ho veduto, ha le sole lettere B lât h. Credo non debba leggersi Platâh come han fatto M. Caussin e il Di Gregorio; poichè gli Arabi non comincian mai le sillabe con due consonanti, e al certo, volendo trascrivere Plata, avrebbero messo avanti una alef, dando alla voce la forma di Iblâtah. Del rimanente mal potremmo apporci al vero nome. Forse è inesatta trascrizione del titolo di Curopalata, Palatino o simili. La mutazione della b in p va bene, mancando nell'alfabeto arabico la seconda di queste lettere.