[689.] Ibn-Haukal non dice la condizione e nazione degli abitatori, ma che quivi era il porto: il che basta. D'altronde sappiam che fossero in quel quartiere gli stabilimenti dei Genovesi, infino al XVII secolo; e vi rimane tuttavia la Chiesa di San Giorgio detta dei Genovesi. Quivi anche giacea nel XII secolo la contrada detta degli Amalfitani, come ritrasse dai diplomi il Fazzello, il quale aggiugne che del suo tempo v'era una chiesa di Sant'Andrea degli Amalfitani.

[690.] Ibn-Haukal scrive beled, che è vago quanto paese. Par che voglia dire di tutte le cinque regioni, non delle due sole murate.

[691.] Lo fu di certo nel XII secolo, onde il nome che portava di halka, in cui la prima lettera si trascrivea in modi diversi nei diplomi; sì come dirò a suo luogo. Ibn-Haukal, senza notarlo espressamente, parla del Me'sker come di contrada fuor la città vecchia.

[692.] Si vegga la pag. 68 di questo volume.

[693.] Nel XVII secolo un Giambattista Maringo, su vaghe autorità, disegnò una carta dell'antica Palermo, copiata poscia a colori in certi quadri, uno dei quali passò nella Biblioteca Comunale. Il Morso fe' ridurre e incidere così fatta pianta e vi fabbricò sopra la sua Palermo dei tempi normanni, nella quale le navi veleggiano troppo dentro terra d'ambo i lati della città vecchia. L'attestato d'Ibn-Haukal tronca adesso ogni lite, poich'ei ci dice quali acque separavano la città vecchia dalli Schiavoni, e che dall'altro lato si usciva nella regione della Moschea e dei Giudei, delle quali sappiamo il sito attuale, cioè l'oficio della posta, la strada dei calderai, ec. Ma in vero i diplomi dell'XI e XII secolo non concedeano al Morso di tirar sì in alto il mare. Ei lo fece arrivare fino alla Biblioteca Comunale odierna, supponendo che gli statuti di una confraternita della Madonna delle Naupactitesse, i quali si leggono in una pergamena greca della cappella palatina, 1º appartenessero alla città di Palermo; 2º che vi fosse fatta menzione di un quartiere di Naupactitessi, anzichè di un monastero di Naupactitesse (ἐν τῇ τῶν ναυπακτιτησσῶν μονῇ); e 3º che questa voce significasse “costruttori di navi” non già “donne di Lepanto” (Ναύπακτος). A suo luogo dirò più particolarmente di cotesto diploma, ch'è stato allegato per provare la fondazione di detta confraternita prima del conquisto normanno.

[694.] Ibn-Haukal precisamente dice: ottime piantagioni di zucche.

[695.] Bulle de Tournus, litografiata per uso dell'École des Chartes, Paris 1835. Si vegga anche Marini, Papiri Diplomatici, p. 26, 27, 222, 223. Questo papiro è lungo parecchi metri, e largo 58 centimetri. La leggenda arabica, tramezzata di qualche linea rossa, si scorge in capo del ruolo in caratteri corsivi grandi e franchi, tratteggiati con un pennello a colore in oggi bruno, anzichè nero d'inchiostro; ma sendo molto frusto il papiro in quella estremità, vi si può leggere appena qualche congiunzione e preposizione, qualche sillaba interrotta, la voce allah, ed un brano di nome Sa'îd-ibn.... Il commercio della Sicilia musulmana con Napoli, e le note relazioni di Giovanni VIII con quella città e coi Musulmani, dan valido argomento a supporre palermitano cotesto papiro, il quale per altro sembra più grossolano che quei d'Egitto.

[696.] Abbes in un diploma del 1164, presso Mongitore, Sacræ domus Mansionis.... Monumenta, cap. V; Habes in un diploma del 1206 presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 129, e Audhabes, Avedhabes, o Leudhabes in altri del 1207 e 1211, op. cit., p. 130, 136, con le note del D'Amico. Non occorre di spiegare che Aud, Aved, Leud, sieno trascrizioni della voce arabica Wed, fiume. Abbâs è nome proprio d'uomo.

[697.] Il nome agevolmente si riconosce nel Bulchar di Fazzello, Deca I, libro VIII, cap. 1, e nel Segeballarath, ibid., come un tempo si chiamava, al dir dello stesso autore, la piazza odierna di Ballarò. Senza dubbio era corruzione di Sûk-Balharâ, “il mercato di Balharâ,” il quale villaggio appunto s'accostava da quel lato alla città.

[698.] Si vegga il Libro III, cap. I, p. 34 del presente volume.