[1009.] Presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 617, nella notizia della Chiesa siracusana. Il comento si trova non solo nei fatti che abbiamo esposto, ma anche in un diploma di re Ruggiero dato il 6642 (1134), il quale attesta la sollecitudine del padre a liberare dagli Agareni la Sicilia e i suoi abitatori cristiani; presso Pirro, p. 975.
[1010.] Questo supposto è del Martorana, Notizie storiche, tomo II, p. 68 a 73; il quale non so se vi sia stato condotto dal Rampoldi che sognò una tregua di tre anni tra i Musulmani e i Bizantini di Sicilia, dopo la partenza di Maniace. Si vegga la risposta del Martorana, p. 16, nota. Il Martorana cadde in errore, credendo che l'appellazione di Greci, sì frequente in Sicilia nello XI e XII secolo, non dinotasse i Siciliani di linguaggio greco, ma necessariamente si dovesse riferire a gente venuta di fresco dalle province bizantine.
[1011.] Si vegga il Lib. II, cap. XII, p. 476 seg. del primo volume.
[1012.] Questa cronica in forma di lettera di Fra Corrado, priore del convento domenicano di Santa Caterina in Palermo, ha una data che risponde al 1290. Si vegga presso Caruso, Bibliotheca Historica regni Siciliæ, tomo I, p. 47, questo cattivo compendio di fatti dal 1027 al 1282, del quale non conosciam tutte le sorgenti ed alcuna si potrebbe supporre versione inesattissima dall'arabico. Oltre gli errori madornali su i fatti e i nomi, vi si nota l'anacronismo d'un secolo nella scorreria dello spagnuolo Meimûn-ibn-Ghania in Sicilia, ch'è messa il 1027 in vece del XII secolo. In ogni modo, ancorchè la storia sembri più tosto alterata da errori di compilazione o di copia che falsata a disegno, non si può fare alcuno assegnamento su l'attestato di Fra Corrado.
[1013.] Girio.
[1014.] La versione latina di questo diploma fa pubblicata dal Di Giovanni, Codex Siciliæ diplomaticus, nº CCXCVIII, p. 347; il testo greco dal Morso, Palermo antico, p. 321, e dal Garofalo, nel Tabularium... capellæ collegiatæ.... in regio panormitano palatio, p. 1, seg.; e tutti han creduto si trattasse d'una confraternita in Palermo; massime il Morso, il quale vi fabbricò sopra la strana conghiettura da noi accennata nel cap. V del III Libro, p. 298 di questo vol. in nota.
Ma quella preghiera pel patriarca e per gli imperatori (βασιλεῶν) mal conveniva ad un corpo morale esistente in Palermo nell'XI e XII secolo. Il Martorana, Notizie ec., tomo II, p. 219, pensò doversi riferire la fondazione ai Greci bizantini ch'ei suppone occupatori di Palermo nella guerra di Maniace; e mise anco in forse l'autenticità del diploma. Il Mortillaro in un'aspra critica contro Garofalo, Opere, tomo II, p. 67, seg., rincalzò cotesto sospetto.
A me non par luogo di credere apocrifa la pergamena; ma tengo certo che la confraternita delle Naupactitesse non sia stata mai in Palermo. Dapprima i nomi dei confratelli sottoscritti, greci la più parte, mi avean fatto pensare ad alcuna delle città ed isole di Grecia assalite dai Normanni di Sicilia; ma consultatone M. Hase, ha notato che tra que' nomi ve n'abbia di forma italiana, e che il nome di un Ruggiero Nanainà ci richiami alla Puglia. Però debbo all'autorità del maestro il pensiero che segno nel testo. Aggiungo che la voce imperatori, al plurale, fa credere rinnovati gli statuti mentre sedea più d'uno sul trono di Costantinopoli; e ciò, dopo il 1048 data del primo diploma, tornerebbe al regno di Costantino Duca (1060-67), il quale si associò i figliuoli, o di questi e della madre (1068); e sarebbe appunto prima della occupazione di Bari per Roberto Guiscardo.
[1015.] Ibn-el-Athîr dà i fatti in ordine cronologico infino agli armamenti dei Bizantini, il 416 (cap. IX di questo Libro a p. 365 del volume); e indi salta al 484 raccogliendo in un capitolo tutti gli avvenimenti dalla abdicazione di Iûsuf, il 388 (998), al compiuto conquisto dei Normanni (1091); nel quale capitolo la data e' particolari scarseggiano da Iûsuf alla occupazione di Moezz (1037), e mancano al tutto d'allora infino alla chiamata dei Normanni (1060). Or appunto alla fine del X secolo, cioè al tempo di Iûsuf, giugne la cronica d'Ibn-Rekîk (Introduzione, p. XXXVII del primo volume). Ibn-Rescîk supplì forse i primi quarant'anni dell'XI secolo, ibid. I cenni su la seconda metà sembrano cavati da Abu-Salt-I-Omeîa o da Ibn-Sceddâd (Introduzione, p. XXXVIII), i quali scrivendo nel XII secolo, quando era giù la dominazione musulmana di Sicilia, o non conobbero o non vollero raccontare tutti i particolari della caduta.
Questo concetto si conferma a legger Abulfeda, Nowairi e Ibn-Khaldûn, nei quali si vede manifestamente la stessa lacuna, ancorchè non abbian sempre copiato o compendiato Ibn-el-Athîr, ed abbiano avuto in originale alcune sorgenti. Abulfeda muta un po' la divisione della materia. D'un fiato ei dà nell'anno 336 tutta la storia degli emiri kelbiti di Sicilia, trascritta da un autore ch'è al certo Ibn-Sceddâd: capitolo aggiunto dopo la prima copia o edizione, poich'è scritto di mano d'Abulfeda stesso in margine del MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 750. Poi nel 484 fa un capitolo compendiato, com'ei pare, sopra Ibn-el-Athîr, dov'ei viene a ripetere alcuni fatti del capitolo del 336, non avendo badato a cancellarli quando aggiunse lo squarcio d'Ibn-Sceddâd. Nowairi e Ibn-Khaldûn, dividendo loro storie generali per dominazioni, non per anni, fanno capitoli apposta su le cose di Sicilia; ma vi allogano gli stessi fatti d'Ibn-el-Athîr, più o meno particolareggiati e sempre interrotti nel periodo che notammo. Tutti par abbiano ignorato le storie particolari della Sicilia scritte da Ibn-Kattâ' e da Abu-Ali-Hasan (Introduzione, p. XXXVII, nº I, V).