[1188.] Il dirhem, peso, parte aliquota dell'ukîa (uncia) e differente secondo i paesi, si adoperava esclusivamente per l'argento. Dal peso in argento nacque la denominazione di moneta ch'era usata fin dai tempi di Maometto; e rimase sola moneta nisâb, ossia legale, in che si ragionava la decima, il prezzo del sangue ec. Il dirhem, moneta effettiva, fu poi diverso.

Or il robâ'i tornava a tre dirhem nisâb, poichè il dinâr si ragionò dodici. Naturalmente gli Arabi di Sicilia, nel commercio, chiamavan quella moneta d'oro “un tre dirhem,” e nell'uso bastava dire trâhîm al plurale. Il vocabolo tari, introdotto in tal modo presso gl'Italiani di Napoli e poi presso i Normanni e Italiani di Sicilia, restò denominazione di moneta d'oro; mentre da un'altra mano i Normanni di Sicilia, usando il sistema degli Arabi, ebbero il dirhem moneta ed anche il dirhem, o tari, peso di argento. Indi la voce tari-peso o trappeso. Spariti con la dinastia normanna i tari d'oro, la voce tari restò come denominazione di peso e moneta d'argento. Gli eruditi del secolo passato arrivarono, dopo molti errori e ricerche, a distinguere i tari dei diplomi antichi da quei che aveano alle mani e che valeano quasi la quarta parte dei primi, cui chiamarono per questo tari d'oro. Il dotto Conte Castiglioni sbagliò, come parmi, negando cosiffatta etimologia della voce tari.

[1189.] Tarîkh-el-Hokemâ. Ho accennato nel Libro III, cap. V, p. 100 del volume, l'articolo sopra Empedocle. Il testo di tutti gli estratti di Zuzeni è ormai pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 613, seg. Nella biografia d'Archimede, si riferisce al gran Siracusano il disegno delle dighe e ponti che dettero abilità a coltivare gran tratto della valle del Nilo nelle inondazioni di che fecero cenno gli antichi (veggasi Harles, Bibliotheca Græca, tomo IV, p. 172); e gli si attribuiscono molte opere genuine o spurie, e tra le seconde, credo io, un “Discorso su gli orologi ad acqua con soneria” che Casiri erroneamente suppone significare il bindolo, (Bibliotheca Arabico-Hispana, tomo I, p. 383.) Di Corace si dà il noto aneddoto col discepolo non trascrivendo il nome, ma traducendolo Ghorâb (Corbo, Κόραξ), e aggiugnendo che egli fu greco dell'Isola di Sicilia. Archimede ed Empedocle si dicono greci senz'altro.

[1190.] Kitâb-el-Mewâ'iz, ediz. di Bulâk, tomo I, p, 127, e nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 669. Una versione di questo squarcio, per M. Caussin de Perceval si legge nelle Notices et Extraits des MSS., tomo VIII, p. 33, segg.

[1191.] Estratto della Dorra-Khalíra (Perla Egregia ec.) d'Ibn-Kattâ', inserito nella Kharîda d'Imâd-ed-dîn, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 596. I versi leggonsi nel MSS. della Kharîda, di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 43 verso, e del British-Museum, Rich. 7593, fog. 35 recto. Ecco i tre dell'elegia ch'io cito, scritta non sappiamo per quale personaggio.

“Alla morte (appartien) ciò che nasce, non alla vita: l'uomo non è che ostaggio di essa.

Diresti gli anni suoi (foglio) di cui si spieghi un lembo, finchè sopravvien la morte e sel ravvolge.

Chi impreca al tempo non l'intacca, no; ma quand'esso scocca (suo strale) non fallisce mai il colpo.”

[1192.] Ovvero Kerni. L'uno e l'altro è nome di tribù; e il secondo anche etnico, da un villaggio presso Bagdad.

[1193.] Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 395.