Himiar, come ognun sa, è il supposto progenitore della schiatta del Iemen, alla quale appartengono i Kelbiti. La gente del poeta sono i suoi partigiani o i concittadini. Lo credo palermitano, perchè è chiamato Sikilli senz'altro e perchè Ibn-Rescîk, sbarcando a Mazara, gli scrisse una breve epistola in versi che abbiamo nella Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 34 verso.

[1413.] Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 593, 594. Lasciando il principio di una Kasida data da Imâd-ed-dîn, ch'è pur bello, tradurrò i soli versi che alludono ad avvenimenti politici. Il poeta, dopo la finzione obbligata del viaggio d'una bella (se fosse Meimuna?) e dell'arrivo di lei alla collina, ov'era forte proteggitore un bel cavaliero, continua così:

“Un da' grandi occhi negri, tinto le palpebre di kohl: il quale mi strappa dalla paziente (rassegnazione) poich'è caduto in dure strette:

“Che Dio guardi le piagge dell'isola, se il principe d'un alto monte avrà in guardia gli armenti scabbiosi che pascono in quella!

“(Principe) i cui nemici edificano castella inaccesse. Ma forse i baluardi di Babek respinsero Ifscîn?

“Io reco la verità in mie parole, nè oso penetrare i segreti di Dio;

“Io il vidi che già s'era recata in mano la somma delle cose, il vidi un dì bersaglio a una furia di sassi, ed ei sorrideva.

“Lioni in una guerra che faceva ardere nel loro costato una fiamma accesa già dagli (antichi) odii.”

Qui finisce inopportunamente lo squarcio della Kasîda, della quale ci si dà, in grazia delle antitesi, quest'altro verso che descrive, dice Imâd-ed-dîn, i morti in battaglia.

“Redhwân li sospingea lungi dal dolce soffio del Paradiso, e Malek li avvicinava al fiato del fuoco (infernale).”