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“In quella (terra) è un'anima amante, che alla mia partita, mi infuse questo sangue che scorremi nelle vene;

“Luoghi ai quali corrono furtivi i miei pensieri, come i lupi si rinselvano nella (natia) boscaglia.

“Quivi fui compagno dei lioni alla foresta; quivi in suo covile visitai la gazzella.

“O mare! dietro da te è il mio giardino, del quale mi ascondi le delizie non già le miserie!

“Lì vidi sorgere una bella aurora, e lungi di quello mi coglie il vespro.

“Ahi se non m'era data la speme, quando il mare mi vietò di porvi il piede,

“Io montava, in vece di barchetta, l'arcione, e correva in quelle piagge incontro al sagrifizio.”

Ho dovuto tradurre liberamente le strane metafore che ha il testo nell'ultimo verso. L'altra Kasîda, è scritta in risposta ad un amico che par abbia profferto ad Ibn-Hamdis, dopo molti anni, di rappattumarlo con possente famiglia perch'ei tornasse in Sicilia, ove i Musulmani, com'e' parmi, volean tentar qualche sollevazione. La difficoltà di ridurre a lezione plausibile alcuni versi di questo lungo componimento, mi distolse dal pubblicarlo nella raccolta dei testi. Nondimeno vi si scorge manifesta la cagione della fuga; e la famiglia nemica par si chiamasse dei Beni-Hassân. Il poeta, già maturo e collocato a corte di Mo'tamid, ricusa di tornar di presente nella Sicilia soggiogata dai Normanni; ma perdona a tutti, e finisce la Kasîda sclamando:

“Lode ai viventi, lode a coloro le cui ossa giacciono nelle tombe, lode sia a tutti!