[1442.] “Come se scaldi specchio di pece, (vedi) il rosso del fuoco camminar su quella negrezza.” Da Scehâb-ed-dîn-Omari nel Mesâlik-el-Absâr, volume XVII, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1372, fog. 76 verso.
[1443.] La Kasida dedicata a Iehia-ibn-Temîm, principe di Mehdia, comincia con questo verso:
“È fiamma questa che squarci le tenebre della notte, o la lampade il cui fuoco (si alimenta con) l'acqua dell'uva?
“Ovvero sposa che comparisca alta sul seggio ec.” Diwân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 572.
[1444.] Nella parafrasi di queste ed altri squarci d'Ibn-Hamdîs non aggiugnerò nulla del mio. Tradurrò fedelmente, ma scorcerò, e trasporrò, studiandomi a rendere il manco male che io possa il colorito dell'originale.
[1445.] Questo vocabolo furbesco si usa tuttavia in Sicilia; e chi sa se venne dagli Arabi? Forse nacquero da quella espressione figurata i nomi di moscato e moscatello.
[1446.] Dinân, plurale di denn, orcio lungo che finisce aguzzo.
[1447.] Cioè l'otre di pelle di gazzella che serviva a portar l'acqua.
[1448.] Diwân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 548 e seg. Questa Kasîda comincia coi versi:
“L'anima sfogò tutte voglie in gioventù, e la canizie le ha recato suoi ammonimenti.