Ma venendo ai poeti, il numero e la monotonia ci distoglie dal trattar di ciascuno partitamente; se non che i maggiori nell'arte o che svelino le condizioni e costumi del paese. E pria diremo di cui si esercitò nel componimento eroico degli Arabi, la Kasîda, che suona “Trovata:” adoperata con altro nome negli epicedii ed elegie d'amore; poemetto sopra una sola rima, ove il poeta intesse le lodi proprie, o di sua gente o del mecenate, con digressioni erotiche, descrizioni, apostrofe e macchina ritraente la vita dell'avventuroso cavaliere nomade, sì come la macchina di nostra epopea s'adatta alle prime imprese nazionali. Nè l'effimero accentramento del califato generò appo di loro l'epopea, quando popol arabico propriamente non v'era. La Kasîda antislamitica pervenne tal quale a quel brulichío di stati musulmani del decimo e undecimo secolo; e la si udì in Palermo a corte di Iûsuf (990-8) in bocca di poeti africani.[1404]

La generazione seguente s'illustrò in Sicilia per parecchi autori di Kasîde, tra i quali va innanzi per età e virtù poetica Abu-Hasan-Ali-ibn-Hasan-ibn-Tûbi,[1405] lodato altresì per eloquenti scritti in prosa, come notammo.[1406] Viaggiò in Oriente nei principii dell'undecimo secolo, si versò in faccende politiche,[1407] e fors'anco di amministrazione, e fu chiaro a corte di Moezz-ibn-Badîs,[1408] le cui lodi si leggono in una sua Kasîda.[1409] Altre, e soprattutto i versi d'amore, danno una fragranza direi quasi della poesia di Grecia e d'Italia; v'ha un piglio di passione, una naturalezza d'immagini che non sembrano tolti in prestito dalle muse arabiche.[1410] Suol cantare la gioventù, le donne, il vino, le stelle, i fiori; piange i diletti perduti nell'età matura, senza mai trascorrere alla schifa licenza di tanti altri poeti arabi; poichè un suo epigramma, sì fino da parer de' tempi d'Orazio o di Giovenale, è satira al certo, non confessione di vizio.[1411] Gli argomenti, lo stile, fin qualche concetto e qualche parola d'Ibn-Tûbi, si ravvisano nelle rime d'Ibn-Hamdîs, che di certo il prese a modello e l'avanzò.

Fioriva in quel torno o qualche dieci anni appresso, Ibn-Sebbâgh il segretario, amico d'Ibn-Rescîk, forse palermitano, ed intinto nelle pratiche con Moezz-ibn-Badîs, al certo seguace di parte siciliana nella rivoluzione d'Akhal, poichè con robusti versi, e talvolta gonfii, loda il valor di sua gente contro i Bizantini e i Kelbiti.[1412] Armoniose e gentili le rime d'amore d'un Abu-Fadhl-Mosceref-ibn-Râscid, autore di tre o quattro Kasîde e altri componimenti; e pur non gli manca vigor di parola nè altezza di pensieri quand'ei tocca la guerra civile, forse i principii della normanna, e sospira la unione della Sicilia sotto un sol capo.[1413]

Non guari dopo, il grammatico siciliano Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Biscir, dettava una Kasîda ad onore di Nâsir-ed-dawla-Ibn-Hamadân, capitano anzi padrone del califo d'Egitto,[1414] e un'altra a lode del vizir Ibn-Modebbir,[1415] la prima delle quali sembrò un capo lavoro a Malek-Mansûr, principe erudito del secolo seguente.[1416] Un altro Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman, segretario e grammatico, chiamato Bellanobi dalla patria, Ansâri dal lignaggio,[1417] uscito di Sicilia nella seconda metà dell'undecimo secolo, rifuggissi al Cairo; ove perduta la madre, piansela con una elegia piena d'affetto e d'immagini poetiche. V'hanno inoltre componimenti, brevi e cinque Kasîde, due delle quali a lode d'una casa di Beni-Mawkifi, non sappiamo se di Sicilia o d'Egitto,[1418] onde nasceva un mecenate del Bellanobi: versi studiati, puliti e mediocri.[1419] Nè passò questo segno in poesia il filologo Ibn-Kattâ', del quale abbiamo detto.[1420] Par fosse uscito di Sicilia nell'adolescenza Megber-ibn-Mohammed-ibn-Megber che studiò in Egitto e vi fece soggiorno, tenuto in gran pregio dai critici arabi, autore di varie Kasîde, una delle quali al Kâid-Abu-Abd-Allah, soprannominato Mamûn, ma nol credo dei regoli siciliani. Con altri versi, mordendo un poeta bisognoso o avaro, ci ragguaglia del sussidio di cinque dînar al mese che porgea la corte fatemita agli uomini di lettere. Morì costui pria della metà del duodecimo secolo:[1421] l'ultimo forse dei Siciliani che dopo il conquisto s'erano affidati alla carità fatemita.

Più franca ospitalità loro offrivano in Spagna da dodici dinastie gareggianti a bandir corte per mostrar che da vero regnassero; la miglior parte gentiluomini arabi, usi a far della poesia lusso ed a tener unica virtù civile la liberalità. Sia la frequenza dei commerci, sia il gusto delle lettere, si strinse con la Sicilia più che ogni altro stato spagnuolo quel dei Beni-Abbâd di Siviglia: e già al tempo di Mo'tadhed (1041-1068) s'era rifuggito nell'isola un poeta Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, di nobil gente spagnuola, amico del principe, poscia temuto e perseguitato; il quale tornato alfine in patria, Mo'tadhed lo fece assassinare.[1422] Ma succeduto al cupo tiranno il figliuolo Mo'tamid, che avea gran cuore in guerra e in casa, ed altamente sentiva in poesia, la corte di Siviglia fu asilo dei poeti Siciliani Abu-l-Arab e Ibn-Hamdîs.

Abu-l-Arab-Mos'ab-ibn-Mohammed-ibn-Ali-Forât, coreiscita della schiatta di Zobeir, nato in Sicilia il quattrocentoventitrè (1033) avea nome già di gran poeta, quando, occupata Palermo dai Normanni, impazienza del giogo stretta di povertà lo sospinsero ad andar via, dicendo alla patria ch'essa l'abbandonava non egli lei.[1423] Mo'tamid gli avea profferto asilo a Siviglia; mentr'egli pur tentennava, sbigottito dai rischi del viaggio, invecchiato a quarant'anni, aveagli mandato per le spese cinquecento dînar: e vedendolo giugnere a corte dopo un anno o poco meno (465, 1072-73), l'accolse lietamente, gli fu poi sempre largo di danari e d'affetto;[1424] e quegli ne rendea merito coi versi; par anco abbia militato in alcuna impresa del mecenate.[1425] Sopravvisse Abu-l-Arab alla ruina di casa Abbadida una ventina d'anni, sapendosi di lui fino al cinquecento sette (1113-14). Improvvisatore, poeta di gran fama, più arabo che niun altro Arabo nel pregio della lingua, dice Ibn-Bassâm, scherzando sul soprannome; e Scehâb-ed-din-Omari, preso d'un estro di prosa rimata, lo esalta duce e maestro di tutti i poeti del suo secolo e gente.[1426] In vero le Kasîde ed altri componimenti d'Abu-l-Arab, dei quali non ci mancano squarci, sembrano elegantissimi di lingua e stile; arabici pur troppo in ragion poetica, ma vi si frammette spesso la semplicità che dianzi lodammo in Ibn-Tûbi.

Abd-el-Gebbâr-ibn-Mohammed-ibn-Hamdis nacque in Siracusa (1056) di nobile famiglia della tribù di Azd, che prendea nome da un Hamdîs, capo himiarita ribellatosi (802) in Affrica contro Ibrahim-ibn-Aghlab.[1427] Cresciuto al romor delle armi normanne che già infestavano il Val di Noto, Ibn-Hamdîs, più che agli studii si diede a combattimenti, amori, festini, trincare; finchè un successo sul quale ei tocca e passa, credo avventura amorosa in nobil casato, sforzollo a fuggire[1428] in Affrica il quattrocensettantuno (1078-79). Ma sdegnando i costumi delle tribù arabiche scatenate dall'Egitto su l'Africa propria,[1429] allettato altresì dalla fama di Mo'tamid-ibn-Abbâd, andò a corte di Siviglia, ove fu accolto con onore e liberalità.[1430] In quel ritrovo dei primi poeti contemporanei d'Occidente rifulse il genio d'Ibn-Hamdîs; non si corruppe in corte l'animo franco, liberale, pien d'amore del padre, della Sicilia, degli amici, della gloria, delle donne; d'ogni bellezza di natura e d'arte. Seguì il principe nei campi com'uomo d'arme ch'egli era ed anco ne facea troppa mostra nei versi. Alla battaglia di Talavera (1086) abbattuto dal cavallo nei primi scontri che tornarono ad avvantaggio dei Cristiani, si sviluppò gagliardamente, n'uscì con la corazza tutta affrappata dai fendenti, più che a sè stesso pensando al figlio giovinetto che combattea lì presso con gran valore.[1431] Ma quando gli Almoravidi tornarono in Spagna da nemici; quando Mo'tamid fu spoglio del regno e d'ogni cosa, e scannatigli due figliuoli sotto gli occhi, e con le figlie mandato in catene ad Aghmat (1091), Ibn-Hamdîs passava in Affrica, andava a visitarlo nella prigione: dove fecero scambio di sante lagrime e versi mediocri.[1432] Tornatosi il poeta siciliano a Mehdia,[1433] saputa non guari dopo la morte di Mo'tamid (1095), soggiornò parecchi anni nelle due corti di casa zîrita, avendo lasciato in lungo poema la descrizione d'un palagio di Mansûr principe hammadita di Bugia, aspro nemico degli Almoravidi;[1434] due Kaside in vita[1435] ed un'elegia in morte di Iehia-ibn-Temîm (1116) principe di Mehdia;[1436] e le lodi di Ali-ibn-Iehia (1116-21) ed Hasan-ibn-Ali (1121-1148) saliti successivamente a quel trono.[1437] Scrisse la Storia di Algeziras.[1438] Rifinito dall'età e dall'avversa fortuna, ch'ei s'assomigliava ad aquila che più non voli e i figli le imbecchino il pasto,[1439] perduto il lume degli occhi, morì di ramadhan cinquecentovensette (luglio 1133), chi dice a Majorca, chi a Bugia, sepolto accanto al poeta spagnuolo Ibn-Labbâna, col quale avea gareggiato nella grazia di Mo'tamid a Siviglia e nel carcere.[1440]

Ingegno felicissimo nel coglier e ritrarre le sensazioni, nel colorirne le dipinture che veggiamo sparse a larga mano in duemila e cinquecento versi: dipinture d'obietti materiali, avvenimenti, passioni, costumi. Delle quali lascerem da canto ciò che non si riferisca alla Sicilia: le geste di Mo'tamid, i suoi palagi ed orti o del principe di Bugia, gli episodii accademici di Siviglia, la morte d'una moglie, il naufragio d'altra sua donna nel viaggio di Spagna ed Affrica, le cacce affricane, le descrizioni d'animali e frutta e fiori,[1441] gli specchi di pece,[1442] le lampadi a spirito di vino,[1443] il piglio feroce dei masnadieri d'oltre Nilo, cui poneva a riscontro gli Arabi inciviliti di Sicilia. Quei compagni di sangue chiarissimo come lo splendor delle stelle,[1444] coi quali in gioventù solea cercare all'odorato il miglior muschio[1445] dei vigneti siracusani. Entrano di notte in un romitaggio; chiuse le porte, gittan su le bilancette un dirhem d'argento, e la vecchia suora lor ne rende una coppa piena di liquid'oro; poi ne menan via le sposine: quattro anfore[1446] vergini, impeciate e sepolte da lunghi anni; elette da un tal che d'ogni succo d'uva ti sa dir patria, età e cantina. Ma gli svelti e vaghi giovani traggono a sala illuminata da gialli doppieri messi in file come colonne che sostenessero eccelsa volta di tenebre; dove il signor della festa bandisce esilio e morte alla tristezza: e già le suonatrici, cominciando a toccar le corde, destan gioia negli animi; quella si stringe al petto il liuto, questa dà baci al flauto: una ballerina gitta il piè a cadenza dello scatto delle dita; gentil coppiera va in giro, mescendo rubini e perle, avara sì delle perle che rado allarga le stringhe dal collo della gazzella.[1447] Oh dolci ricordi della Sicilia, campo di mie passioni giovanili, albergo ch'era di vivaci ingegni, paradiso dal quale fui scacciato! e come riterreimi dal piangerlo? Quivi risi a vent'anni spensierato; ahi che a sessanta mi rammarico di quelle colpe; ma non le biasmar tu, accigliato censore, poichè le cancellava il perdono di Dio![1448]

Figliuoli delle Marche siam noi, cantò altrove Ibn-Hamdîs; a noi spunta il sorriso quando la guerra aggrotta le ciglia; divezziamo i bamboli, in mezzo all'armi, col latte di generose giumente: rassegnaci; e quanti siamo, tanti campioni conterai che ciascun vale una schiera. Indietreggia nostr'oste per rinnovare l'assalto; ritraendosi, sparge la morte: no, che tutte le stelle non sono cadute, e pur v'ha una speme in questa guerra, e siam noi. I condottieri ci mostrano il dì della battaglia, un drappo da ricamare con gruppi d'avvoltoi; chè i prodi ad ogni carica di lor nobili 'Awagi,[1449] spargon sul terreno larga pastura agli uccelli voraci. Ecco una colomba messaggiera di strage, volar secura tra i lampi. Sì; percotemmo i nemici della Fede entro lor focolari: piombò un flagello su le costiere dei Rûm; navi piene di lioni solcarono il mare, armate la poppa d'archi e dardi, lancianti nafta che galleggia e brucia come la pece della gehenna ov'ardono i dannati; cittadelle che vengono a combattere le città dei Barbari, a sforzarle e saccheggiarle. E che valser quei vestiti di maglie di ferro luccicanti, e usi a dar dentro quando pur si ritraggono i prodi? Non piegammo noi al duro scontro; ingozzata la coloquinta, gustammo alfine il dolce favo, e li rimandammo con le armadure squarciate e addentellate da questo sottil filo de' nostri brandi. Perchè l'acciaro nelle nostre mani ragiona,[1450] e nelle altrui si fa mutolo. Ma dalla casa mi guardano furtivamente begli occhi travagliati dalla vigilia e dal pianto, che il dolore dì e notte li avea dipinti di kohl;[1451] una manina incantatrice muove le dita a salutarmi. Oh dilettoso giardino, la cui sembianza viene a visitar le pupille aggravate di sonno e le schiude all'immaginativa! Io sospiro la mia terra; quella nel cui seno si fan polvere le membra e le ossa de' miei, chè già se n'è ito il fior della prima gioventù, alla quale tornan sempre le mie parole.[1452]

Sotto il bel cielo di Spagna, nelle regioni temperate dell'Affrica settentrionale, il poeta siracusano non obbliò mai quel paese “cui la colomba diè in presto sua collana, e il pavone suo splendido ammanto;[1453] dove i raggi del sole avvivan le piante d'amorosa virtù ch'empie l'aere di fragranza;[1454] dove respiri un diletto che spegne le aspre cure, senti una gioia che cancella ogni vestigio d'avversità.”[1455] Pur l'alto sentimento che gli facea parer più belle le naturali bellezze della Sicilia, lo ritenne dal tornar a vederla serva; gli dettò versi di rampogna no, ma di compianto e di verità, ch'è primo debito di cittadino alla patria. Ripetendo ed esaltando in mille modi il valore delle persone,[1456] ricordava sospirando, esser morta nel paese la virtù della guerra.[1457] E in età più matura sclamava: