Mentre Roberto allargava e assodava il dominio nell’Italia meridionale, Ruggiero progredì a piccoli passi in Sicilia. Abbiam testè narrato com’ei raggranellasse a stento nell’esercito del fratello pochi venturieri o mercenarii; premendo ai più di ritornare in Terraferma, per dar sesto ai loro possedimenti feudali e partecipare, da amici o da avversarii, nelle brighe di Roberto. I dominii di Ruggiero in Calabria, provincia bizantina non usa alla feudalità, poco aiuto fornir poteano, d’uomini e di danaro. Que’ di Sicilia anco meno. All’entrar del millesettantadue, la Sicilia si partiva in tre zone paralelle; delle quali la prima, stendendosi da Messina a Palermo lungo il pendìo settentrionale degli Appennini siculi, apparteneva a Roberto;[330] la seconda, lungo il pendìo meridionale della stessa catena, ubbidiva a Ruggiero; e la terza, uguale in superficie alle altre due messe insieme, teneasi dai Musulmani; se nonchè Ruggiero vi occupava Catania e Mazara, alle estremità di levante e di ponente, ed all’incontro gli mancavano, ai due capi della propria sua zona, Taormina e Trapani, validissime fortezze de’ Musulmani. Mal sicura dunque la provincia di Ruggiero, per quegli estesi confini che richiedeano presidii in ogni luogo; scarso il frutto che il signor ne potea cavare. Al che s’aggiunga che, accomunate indissolubilmente le sorti de’ due fratelli, era uopo talvolta a Ruggiero di combattere in Terraferma pel duca; sì come gli avvenne nel millesettantasette, quando Roberto lo richiese di assediare in Sanseverino il nipote Abelardo, fautore del Principe di Salerno.[331] Le condizioni della Calabria costringeano altresì Ruggiero a ritornarvi di frequente e dalle fazioni di Sicilia il distoglieano.[332]
La regione musulmana potea resistere lungamente. Vero egli è che fin dal millesessantadue la divisione del principato avea tolto di affrontare i Normanni con tutte le forze dell’isola; avea fatti trovare al nemico dove ausiliarii e dove lieti spettatori delle sue vittorie: e ben dice Ibn-Khaldûn[333] che gli occupatori di que’ piccioli Stati caddero nel fallo di affrontar il conte l’un dopo l’altro; e ch’egli aizzandoli in loro discordie, li soggiogò spicciolati e loro prese la Sicilia a fortezza a fortezza. Pur la divisione, mentre fiaccava irreparabilmente il corpo politico, infondea qua e là vigore morboso nelle membra: ciascuno di quegli occupatori s’afforzò d’armi e di castella, fidando in sè solo e in Allah. Al precipizio del suo vicino, o sorrise o punto sbigottì. Nè sbigottirono all’occupazione di Palermo; la quale avrebbe dato vinta la guerra a’ Normanni, se la Sicilia avesse fatto unico Stato. Mazara sola si arrese con la capitale; le altre città o principati (che incerto è il distinguere le dominazioni surte e cadute in quel vortice di guerra nazionale e di guerra civile) continuarono a difendersi, sì come avean fatto per l’addietro, senza aiuti di Palermo.
Anzi l’occupazione di Catania or destava dal decenne letargo i Musulmani di Val di Noto, i quali, collegati con Ruggiero, aveano serbate intere le forze; ed or ne fecero bella prova, condotti da un Benarvet o Benavert.[334] Tacciono di costui gli annali arabi; tace il maggior poeta arabo della Sicilia, Ibn-Hamdîs, il quale visse appunto in quel tempo e ricordava pur sempre con orgoglio il valor de’ cavalieri siracusani: ma forse privata nimistà lo rese ingiusto contro l’ultimo eroe musulmano della Sicilia.[335] Talchè siam noi costretti a spillare le geste di Benavert per entro un’artifiziosa cronaca normanna, solo scritto contemporaneo che ci rimanga su quest’ultimo periodo della guerra siciliana. Similmente è forza che noi togliamo dalla medesima cronaca tutti gli altri fatti particolari. Il fatto generale è che la zona musulmana si trovò tutta in arme; sparsa di castella, donde i signori sfidavano i cavalli di Ruggiero e metteano in punto gualdane da insidiare e depredare la regione tenuta da lui. Ruggiero, capitano di poche squadre mal adatte ad assedii, suppliva al numero col valore, la costanza, l’attività della mente e della persona; le quali virtù, afferma lo storiografo di corte, crebbero a tanti doppi, quand’egli pei nuovi patti fu certo d’affaticarsi oramai per sè medesimo, senza obbligo di partire gli acquisti con Roberto.[336]
Contuttociò volgea senz’altro evento il primo anno dall’occupazione di Palermo. Del millesettantatrè sappiam solo che Ruggiero afforzasse un castello a Mazara, per soggiogare gli abitatori di quelle pianure e un altro a Paternò, per infestare le falde dell’Etna.[337] Del millesettantaquattro ei munì di cavalieri, armi e vettovaglie la rôcca di Calascibetta, di faccia a Castrogiovanni, a fin di battere sì duramente il contado, che Castrogiovanni gli si arrendesse e cadessero con quella fortezza le speranze dei Musulmani tutti dell’isola.[338] Nè furono segnalati altrimenti i due anni appresso, che per due prospere fazioni de’ Musulmani e per la prontezza e valore con che Ruggiero seppe ripigliare l’avvantaggio in entrambe. Forse i Musulmani di Sicilia, incalzati dalla avversa fortuna, s’erano in questo tempo rivolti nuovamente agli aiuti d’Affrica, e casa Zirita li avea nuovamente ascoltati; poichè di giugno settantaquattro, l’armata di Temîm, girato intorno alla Sicilia, s’era improvvisamente gittata sopra Nicotra di Calabria; fattivi prigioni e bottino, arsa la terra, resi i prigioni per riscatto, s’era ridotta in Affrica. Ritornava ne’ mari di Sicilia correndo il settantacinque; sbarcava le genti a Mazara, le quali assediavano per otto dì il castello con manifesto proposito di tenere la città, quando Ruggiero, chiamato per messaggi, v’accorse con forte mano d’armati, entrò di notte nel castello, e al nuovo dì, fatta una sortita, pugnò con gli Affricani nella piazza sotto il castello e con molta strage li respinse al mare e molti ne fece prigioni.[339]
Veggiamo dopo questa fazione travagliarsi più grossa la guerra d’ambo le parti. Benavert, surto com’e’ sembra nella riscossa del Val di Noto, comandava da Siracusa a tutta la provincia, ne raccogliea le forze di terra e di mare,[340] e in guisa le adoperava da tenere in rispetto lo stesso Ruggiero e meritar dallo storiografo normanno la lode di astutissimo, audace, esperto capitano, maestro d’inganni e di stratagemmi.[341] Il conte dalla sua parte aveva ordinato un nodo di milizia stanziale, capitanato da Giordano, figliuol suo non legittimo, bello ed aitante della persona, prode tra i prodi. Occorrendo adesso a Ruggiero di ritornare a Mileto in Calabria, ei pose luogotenente in Sicilia Ugo di Jersey, di nobilissima famiglia del Maine, marito d’una sua figliuola e feudatario, com’ei pare, di Catania.[342] Al quale raccomandò che, stando sempre su la difesa, per niuna provocazione non uscisse a giornata contro Benavert. E quegli, bollente di gioventù e di militare ambizione, non curando il divieto, volle provarsi: andato a trovare in Traina Giordano che non era punto men ambizioso di lui, seco il tirò con gli stanziali. Ma Benavert, risaputi cotai preparamenti, guadagnò le mosse a’ due giovani normanni. Con forte stuolo andò a porsi in un bosco presso Catania che chiamavano il Mortelleto; mandò trenta cavalli a depredare insino alle mura della città, per trar fuori Ugo di Jersey. Il quale opponendo, com’ei credea, stratagemma a stratagemma, spinse contro i provocatori musulmani una vanguardia di trenta cavalli ed egli, con Giordano e il grosso delle genti, seguiva da lungi. Ma appostosi Benavert al disegno, lascia passar libera la vanguardia normanna; e quando è giunta la schiera d’Ugo, le piomba addosso. Il numero, allora, o la tattica de’ Musulmani riportò la vittoria. Valorosamente combattendo Ugo fu morto, con la più parte de suoi; Giordano si rifuggì a mala pena, con gli avanzi, in Catania; la vanguardia, tagliata fuori, cercò asilo nella fortezza normanna di Paternò. E Benavert recò a trionfo in Siracusa le prime spoglie de’ Normanni.
Ruggiero risaputo il caso, mosse alla volta di Sicilia per fare strepitosa vendetta e assicurare i suoi che balenavano. Recate seco sì grosse forze che Benavert non osò affrontarlo all’aperto, nella state del millesettantasei, occupava dapprima una rôcca in sul monte Judica, il quale chiude a ponente la ubertosa e vasta Piana di Catania; demoliva la rôcca; mettea al taglio della spada tutti gli uomini; le donne e i bambini mandava a vendere in Calabria. Correndo poi le parti meridionali del Val di Noto, fece grandissima preda; bruciò le mèssi già segate; cagionò sì orribile guasto, che l’anno appresso la Sicilia fu desolata dalla fame,[343] aiutandola al certo i guasti che feano i Musulmani nella provincia di Ruggiero, i quali, come di ragione, son taciuti dal Malaterra.
Non si ostinando pure a combattere Benavert nelle fortezze del Val di Noto, Ruggiero l’anno appresso, che fu il millesettantasette, del mese di maggio, assalì Trapani, a ponente della propria sua zona; Trablas, come scrive il Malaterra, notando fedelmente la pronunzia arabica che confondea l’antico nome di Drepanum con quello, più ovvio, di Tripoli. Andò con forze tanto insolite, che li chiamarono esercito e armata; armata della quale non allestì mai più bella il grande Alessandro, sclama qui Malaterra, sfogando la gioia del nuovo spettacolo in uno squarcio di versi. E così descrive il placido mare, i zeffiri amici, le spiegate vele, il sorriso dell’auretta e della fortuna, lo squillo delle trombe, il suono de’ liuti, il batter de’ tamburi; e da un’altra mano la cavalleria che corre per monti e valli capitanata da Ruggiero in persona, i mille pennoncelli delle lance, il luccicare degli elmi e degli scudi intarsiati d’oro, il nitrito de’ cavalli e l’eco che il ripercuote: orribil suono, orribile vista da far tremare i Musulmani entro le mura di Trabla. Strinsero la città per mare e per terra; piantaron gli alloggiamenti; ricacciarono malconci dentro le mura i cittadini usciti a combattere: e contuttociò l’assedio andava in lungo, quando un colpo di mano fece cader l’animo a’ Trapanesi. Fuor la città, scrive il Malaterra, stendeasi in mare un promontorio ricco di pascoli,[344] dove soleano menare il bestiame, ridotto dalla campagna in città al principio dell’assedio. Di che addandosi Giordano, senza dir nulla al padre, una sera con cento soli combattenti si fece traghettare al promontorio; occultò la gente tra li scogli, finchè la dimane aperte le porte della città e uscito l’armento, ei salta dall’agguato, rapisce i buoi fin sotto le mura, li fa cacciare alle sue barche; e sopraccorsi i cittadini in arme, ferocemente li ributtò, ne fece strage, imbarcò la preda, e tornossene al campo. Malaterra, o il conte, moltiplicando, all’usanza loro, per quindici o per venti il numero de’ combattenti musulmani, ne fanno qui uscire diecimila contro Giordano, quanti forse non ne capiva il luogo, nè potean essere in Trapani. Il pericolo di nuovo assalto da quella banda e le vittuaglie che venian meno dopo tal preda, fecero calare i cittadini agli accordi: i quali par siano stati stipulati negli stessi termini che già ottennero i Musulmani di Palermo; leggendosi nella cronica che consegnarono il castello, riconobbero la signorìa del conte, e si confederarono, secondo il solito; il che ben sappiamo che significasse pagare tributo. Ruggiero acconciò le fortificazioni a modo suo, lasciovvi presidio ben provveduto, e si messe a battere la provincia, sparsa di forti rôcche ed ostinata a difendersi. In breve tempo, i Normanni vi sottomessero ben dodici importanti castella. Le quali il conte distribuì in feudo ai suoi condottieri, con le terre dipendenti da ciascuno e licenziò l’esercito. Acquistò, non guari dopo, Castronovo, forte e grossa terra; chiamatovi da una mano di servi che s’erano ribellati al Signore musulmano, Beco, o forse Abu-Bekr, ed afforzati in una rupe che sovrastava al castello. Dove sopraccorso il conte da Vicari, con quanta gente potè raccogliere in fretta, i sollevati fecero i patti con lui, tirarono su con funi i suoi soldati: ed Abu-Bekr, vista inutile la resistenza, sgombrò; i terrazzani resero il castello a Ruggiero. Questi immantinente emancipava que’ servi, e largamente rimunerava un mugnaio, il quale, battuto dal crudel signore, avea macchinata la rivolta per vendicarsi.[345]
Crescea con gli acquisti la milizia feudale e la riputazione di Ruggiero sì prestamente, che l’anno appresso l’esercito si vide partito in quattro corpi, sotto Giordano, Otone, Arisgoto di Pozzuoli ed Elia Cartomi; dei quali è verosimile che il primo conducesse oltre i proprii vassalli gli stanziali del padre, Otone ed Arisgoto, italiani entrambi come suonavano ormai que’ nomi, capitanassero gli uomini di Calabria e di Sicilia, ed Elia i Musulmani sudditi de’ Normanni: sendo costui musulmano e forse rinnegato, sicchè quei di Castrogiovanni, cui cadde tra le mani a capo di pochi anni, lo misero a morte secondo lor legge, e gli agiografi cristiani di Sicilia l’han fatto martire e beato.[346] L’armata accompagnava l’esercito. Il conte, non più costretto dalla pochezza delle forze a rubacchiare ed usare le occasioni, conducea la guerra a disegno. In primavera dunque si pose all’assedio di Taormina; la quale sorgendo su ripido monte, a cavaliere del mare, da prendersi per fame anzi che per battaglia, chiuse egli il mare con l’armata; circondò le radici del monte con ventidue torri collegate tra loro per una cintura di palizzate e siepi.[347] E poco mancò ch’egli non vi lasciasse la vita. Perocchè un giorno, andando in giro per la circonvallazione con piccola scorta d’armati e inerpicandosi discosto alquanto dai suoi per viottoli alpestri, una mano di Slavi, che sembrano schiavi o mercenarii de’ Musulmani, gli saltarono addosso da un mirteto dove s’erano ascosi. Più ratto di loro, un uom di Bretagna per nome Evisando, si gittava di mezzo tra i nemici e il conte; li rattenea nello stretto passo, dando e toccando colpi, tanto che, sopraccorsa la scorta, rotolò gli assalitori giù per que’ dirupi; mentre Evisando dalla fatica e dalle ferite spirava. Il conte onorò di splendidi funerali e pie fondazioni la memoria di questo fedele, immolatosi per lui. Ma stretto e assicurato in tal modo l’assedio, Ruggiero con una eletta di fanti battea la costa settentrionale dell’Etna e la valle che la divide dagli Appennini e soggiogava tutti i Musulmani sparsi in que’ luoghi, infino a Traina. Ritornato allo assedio, vide comparire quattordici corvette affricane[348] alle quali mal avrebbe potuto resistere l’armata sua, scema di gente per la guardia della circonvallazione. Donde inviato un messaggio agli Affricani, gli risposero non venir con intendimenti ostili e veramente poco appresso partironsi; il che darebbe a credere che Roberto per avventura avesse stipulato accordo co’ principi Ziriti, per pratiche de’ Pisani o degli Amalfitani e che Ruggiero fosse compreso nella tregua, ovvero cogliesse or il destro di entrarvi anch’egli, come di certo il fece a capo di pochi anni.[349] E intanto per l’assidua vigilanza di Ruggiero e de’ capitani suoi fu chiusa Taormina sì strettamente che, mancate le vittuaglie, la si arrese nell’agosto dopo cinque mesi di assedio.[350]
Posarono nel millesettantanove i Musulmani liberi della Sicilia meridionale, mercè i lor fratelli soggiogati della provincia palermitana, i quali attiravano sopra di sè le armi del Conte. A ventidue miglia da Palermo e un miglio e poco più a levante del comune di San Giuseppe li Mortilli, sorge scosceso monte, inaccessibile fuorchè da una via aspra e tortuosa: luogo pressochè disabitato al tempo nostro. Pure il nome topografico non dileguato, gli avanzi di spaziose cisterne e di qualche edifizio, i vasi d’argilla e le monete che sovente vi si ritrovano coltivando il suolo, mostrano quivi senza alcun dubbio il sito dell’antica Jeta o Jato, desolata non da Goti nè da Saraceni, ma dai monaci ai quali ne fe’ dono Guglielmo II, con quaranta o più villaggi de’ contorni. Territorio fertilissimo di circa cento miglia quadrate, abitato in oggi da diciassette o diciotto mila anime[351] il quale per lo meno ne racchiudea da sessantamila, leggendosi nel Malaterra che Giato avesse tredicimila famiglie.[352] Forti nel numero e nella postura, que’ di Giato ricusarono il censo e il servigio; nè Ruggiero li potè spuntar con preghiere, nè con minacce. Raccolsero gli armenti nella spaziosa montagna, afforzaronla di muro e di ridotti là dove parea accessibile, e con vigilanti guardie si assicurarono; beffandosi della rabbia del conte Ruggiero. All’esempio si mosse Cinisi, terra di origine arabica, come pare dal nome, posta a venticinque miglia a ponente di Palermo; contro la quale andò Ruggiero co’ vassalli di Calabria, lasciando que’ di Sicilia a stringere Giato, o piuttosto ad infestarne il territorio da’ due lati confinanti con Corleone e Partinico. Egli poi sopravvedeva or l’una or l’altra oste e invano si affaticava, rifuggendo, per umanità, dignità o avarizia, dall’ardere le mèssi. Ma infine gittossi a quel partito, più degno di masnadiere che di capitano; e Giato e Cinisi calavano agli accordi.[353]
Ritardò le mosse militari, non gli acquisti, di Ruggiero in Sicilia, l’impresa orientale di Roberto, cui par che il fratello desse aiuti d’ogni maniera e rendesse importanti servigi, ond’ei n’ebbe in merito la provincia del Valdemone. Perocchè del milleottantuno, il Conte, fatti venire d’ogni banda, scrive il Malaterra, valenti artefici,[354] con grandissima spesa murava dalle fondamenta le fortificazioni di Messina: baluardi e torri di mirabile altezza; le quali in breve tempo furono compiute, per la solerzia di Ruggiero che aveavi preposti appositi officiali e instava spesso in persona a’ lavori. Sappiamo inoltre che risguardando Messina come chiave della Sicilia e importantissima tra le città ch’egli possedea, la munì di forte e fedele presidio; la decorò di novella chiesa del titolo di San Niccolò, edificata a bella posta, largamente dotata e messa sotto la giurisdizione del vescovato che il Conte avea testè fondato in Traina.[355] I quali fatti, e le parole con che li espone il cronista di corte, dimostran Ruggiero in quel tempo signor di Messina, anzi che luogotenente di Roberto. E tal sembra l’anno appresso in tutta la provincia; ritraendosi che Giordano, nella tentata usurpazione del mille ottantadue, togliesse al padre due terre di Valdemone, Mistretta, cioè, e quel Castello di San Marco ch’era stata la prima fortezza munita da Roberto in Sicilia. Certa dunque ci torna, ancorchè non attestata da diplomi nè litteralmente affermata da scrittori, la cessione o vendita che dir si voglia del Valdemone; alla quale non è meraviglia che si venisse, quando Ruggiero tenea molti danari in serbo,[356] Roberto all’incontro con grandi spese allestiva possente armata e metteva in piè un esercito. E forse fu principale patto loro l’armamento di Messina; premendo a Roberto di evitare il pericolo che un navilio bizantino venisse ad occupare lo Stretto, mentr’egli assaliva l’impero d’Oriente.