Passato Roberto di là dall’Adriatico, e soggiornando sovente Ruggiero in Puglia e in Calabria per aver cura delle faccende di lui, intervenne lo stesso anno mille ottantuno, che Benavert s’insignorisse di Catania. Il quale era divenuto molestissimo a’ Normanni tra cotesti loro preparamenti alla guerra d’oltremare; ed a lui facean capo tutti i Musulmani di Sicilia ribelli, come il Malaterra chiama coloro che la patria e la religione tuttavia difendeano contro i guerrier di ventura del Nort. Segue a dire il cronista che Benavert comperò con doni e promesse un Bencimino[357] che reggea Catania per Ruggiero; il qual nome per avventura sarebbe lo stesso di Ibn-Thimna e se ne potrebbe inferire che alcun figliuolo o parente di lui servisse tuttavia i Normanni. Una notte il traditore apriva la città a Benavert ed alle sue genti: con rabbia ed onta de’ Cristiani, con esultanza de’ Musulmani, si sparse per tutta l’isola essere tornata Catania in man del nemico. Moveano alla riscossa, Giordano, Roberto di Sordavalle ed Elia Cartomi, con centosessanta lance, che tornerebbero a settecento cavalli; ai quali Benavert uscì incontro, continua il Malaterra, con ventimila fanti e un forte nodo di cavalli: pose a destra i primi, stette ei co’ secondi a sinistra un po’ addietro la linea; e con lieti auspicii appiccò la battaglia, poichè avendo la cavalleria cristiana caricati i fanti, non le venne fatto d’intaccarli al primo, nè al secondo, nè al terzo assalto. Audacemente allora i Normanni si serrano addosso a’ cavalli di Benavert, lasciandosi interi al fianco e al dosso i fanti nemici: ed ostinata e sanguinosa la zuffa si travagliò co’ cavalli, forse uguali e forse inferiori di numero, finchè i Musulmani, rotti, fuggironsi alla città e Benavert stesso a mala pena v’entrò, inseguito da Giordano fino alle porte. I fanti si sparpagliarono dopo la rotta dei cavalli, fuggendo o correndo all’impazzata addosso ai vincitori, sì che furono tagliati a pezzi. I Normanni posero l’assedio alla città; nella quale sendo scarso il presidio e ingrossando già la popolazione cristiana,[358] Benavert nottetempo se ne andò a Siracusa, dov’ei condusse il traditore, Bencimino, e in vece de’ promessi premii, gli diede la morte.[359]
Contenti di questa vittoria i Normanni stettero sempre in su la difesa infino al milleottantacinque, ordinati, credo, a contenere Benavert que’ medesimi stanziali che aveano sì virtuosamente ripigliata Catania. Ruggiero soggiornò in Terraferma, come richiedeano gli interessi di Roberto e suoi; nè ebbe a venire in Sicilia che per reprimere, del mille ottantadue, una rivolta del proprio figliuolo Giordano, luogotenente nell’isola. Il quale par abbia voluto prendere le terre di Valdemone per sè stesso, e cominciò occupando i castelli di Mistretta e di San Marco, e tentando di por mano nel tesoro di Ruggiero, serbato in Traina a guardia d’uomini fidatissimi, da non spuntarsi con promesse nè con minacce. Indi fallì questo colpo; nè senza vergogna Giordano si ritrasse dal mal sentiero ov’avea messo il piede. Perchè Ruggiero, temendo che il figliuolo per disperazione non si gittasse a’ Musulmani, dapprima s’infinse prenderle per baie giovanili, ed aprì le braccia a quel valoroso; ma com’ei l’ebbe nelle sue forze con tutti i compagni e’ famigliari, cominciò una stretta inquisizione, fe’ accecare dodici che gli parvero gli istigatori del figlio, e rimandò poi libero Giordano, disonorato nel supplizio de’ complici, atterrito dalla minaccia di perdere il lume degli occhi per comando del proprio suo padre.[360] Allenava così la guerra, dalla parte de’ Normanni, perchè il nerbo delle loro forze pugnò in quel tempo con Roberto in Grecia; e dalla parte de’ Musulmani, perchè forze d’animo non restavano ai soggiogati, e i liberi par che al solito le spendessero in lor piccole gare. Che se pronti egli avesse visti a pigliare le armi i correligionarii suoi di Palermo, di Mazara o di Trapani; se disposti que’ di Castrogiovanni o di Girgenti a seguirlo ne’ territorii occupati dal nemico, non avrebbe il prode Benavert messe tutte le sue sorti al gioco d’una disperata fazione in Calabria.
Tentolla il milleottantacinque, quando la morte di Roberto Guiscardo avea gittato tanto scompiglio nell’Italia meridionale, quando si disputava la successione al ducato tra suoi figli Boemondo e Ruggiero, quando il conte Ruggiero si adoperava in Terraferma all’esaltazione del secondo tra’ nipoti, il quale glie ne die’ in merito la metà delle terre di Calabria, riserbata già da Roberto. Benavert assaltò la Calabria, come uom che a null’altro agogni fuorchè vendicarsi o morire. Nell’agosto o nel settembre[361] approdò di notte[362] a Nicotra, vinto pria, com’e’ parrebbe, un combattimento navale e poi uno di cavalleria co’ Normanni:[363] distrusse quant’ei potè della città, rapinne quanto ei seppe, menò cattivi uomini e donne. Ritornando, sbarcò presso Reggio, dove saccheggiò le chiese di San Niccolò e di San Giorgio, spezzando le immagini, contaminando i vasi sacri e gli arredi. Irruppe alfine nel munistero di donne della Madre di Dio a Rocca d’Asino; depredollo e le suore menò negli harem di Siracusa.[364]
Inorridivano, bolliano di sdegno all’annunzio di tal sacrilegio le milizie cristiane; soprattutti Ruggiero che sperava utilità dalla vendetta e il destro di volgere a impresa nazionale e religiosa le armi pronte in Puglia alla guerra civile. “Spirandogli il Cielo maggior ira che l’usata, scrive il monaco Malaterra, ei surse a vendicare l’ingiuria di Dio: cominciò il primo ottobre, fornì il venti maggio gli appresti dell’armata. A piè scalzi allora, andò in giro per le chiese, recitando litanie, mettendo sospiri e lamenti, dispensando larghe limosine ai poverelli: si commise indi a’ perigli del mare e drizzò le prore a Siracusa. “La mostra dell’armata, i riti di propiziazione da infiammare le moltitudini seguirono, com’egli è evidente, a Messina. Ruggiero, mandato Giordano co’ cavalli che l’aspettasse al Capo di Santa Croce,[365] là dove fu poscia edificata Agosta, salpò con l’armata; la qual senza remi nè vele (nota il Malaterra per dimostrare il miracolo, ma dimentica le correnti del mare) prosperamente navigò, sostando la prima notte a Taormina[366] la seconda a Lognina[367] presso Catania e la terza al Capo di Santa Croce. Dove trovato Giordano co’ cavalli e messa in punto ogni cosa, il conte mandò a riconoscere le condizioni del nemico un Filippo di Gregorio[368] patrizio. Il quale, in una barca montata da Siciliani, com’ei sembra, che al par di lui intendeano l’arabico e parlavano speditamente, aggirossi nel porto di Siracusa la notte, contò le navi di Benavert, le seppe disposte ad affrontare senza dimora i Cristiani e ritornò a Ruggiero. Era giorno di domenica. Il conte fa celebrare la messa in quel deserto lido, confessare e comunicare la gente: la notte salpa per Siracusa e mandavi la cavalleria. Il venticinque maggio mille ottantasei, combatterono le due armate nel maggior porto, come quelle di Siracusa e d’Atene, quindici secoli innanzi. Benavert vedendo troppo travagliati i suoi dagli arcieri e sopratutto da’ balestrieri,[369] che li ferivano stando fuor del tiro delle saette loro, comandò l’arrembaggio: dritto ei vogò a dar d’urto alla nave di Ruggiero; spingendolo il demonio, scrive Malaterra, per accorciargli la vita. Perchè trovato duro riscontro, ferito gravemente di lanciotto per man d’un Lupino,[370] incalzato con la spada alla mano dal Conte, cercò scampo in altra nave, spiccò corto il salto, e annegò, tratto in fondo dalla grave armadura. La più parte delle navi musulmane allor fu presa; e la città cinta d’assedio, poichè Giordano, osservando questa volta rigorosamente il divieto del padre, non tentò d’occuparla d’un colpo di mano, al primo scompiglio gittatovi dal caso di Benavert. Dice l’Anonimo che Ruggiero, fatto pescare il cadavere dell’emir, mandasselo a Temîm in Affrica. Valorosamente poi si difesero i Musulmani di Siracusa dallo scorcio di maggio fino all’ottobre; e invano speraron placare il conte, rimandando liberi tutti i prigioni cristiani. Affaticati, scemati da’ tiri delle macchine, li ridusse la fame. Una notte, la moglie e il figliuolo di Benavert, coi notabili musulmani, si rifuggirono in Noto su due navi, trapassando velocissimamente in mezzo all’armata nemica. La città s’arrese a patti.[371]
Il giusto orgoglio d’una impresa navale de’ nostri e la connessione del subietto, mi conducono or a toccare l’espugnazione di Mehdia, interrompendo il racconto della guerra siciliana. Scrive l’istoriografo di Ruggiero che, stando questi all’assedio di Siracusa, i Pisani per vendetta d’alcuna ingiuria, avessero osteggiata e occupata la capitale di Temîm, fuorchè il castello; e che, non fidandosi di prender questo, nè di tenere la città, avessero profferto lo splendido acquisto loro al conte Ruggiero, il quale ricusò, per mantener fede a Temîm, cui lo stringeva un accordo.[372] Lealtà necessaria, come ognun vede, a chi tuttavia s’affaticava sotto le mura di Siracusa e gli rimaneano a soggiogare nell’isola tante altre cittadi e province. Ma le genuine memorie nostrali e musulmane scoprono vieppiù la fallacia del cronista e provano che, se pur i Pisani richiesero il conte, fu sol di entrare nella lega quando si apparecchiavano gli armamenti.
Delle condizioni di casa zirita, delle fortificazioni di Mehdia, ci è occorso dire più volte.[373] Il munitissimo porto era nido di pirati che tutto infestavano il Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, e assalivano talvolta le costiere e rapivano gli uomini al par che la roba, nè rispettavano al certo gli accordi che per avventura fermò con gli Ziriti or questo or quello Stato italiano.[374] Colma la misura, mossi i Pisani dalle querele di lor cittadini cattivi degli Infedeli, proposero lega a Genova, domandarono aiuti a tutti navigatori italiani e benedizioni al papa, che era allor lo scaltro abate Desiderio, o vogliam dire Vittore III; il quale, travagliandosi in dure strette, aiutò di quel che potea: conforti ed esortazioni. Con gli stessi elementi, gli stessi modi e gli stessi intenti, ma assai più larga e possente si rifacea così, dopo settant’anni, la lega che oppresse Mogehid nel millequindici. Apparecchiate lungamente[375] da Pisani, Genovesi, Amalfitani,[376] sommarono le navi italiane a tre o quattrocento, gli uomini, comprese al certo le ciurme, a trentamila;[377] e lor fu dato il ritrovo a Pantellaria. Dove i Musulmani, provatisi indarno a resistere, mandarono avvisi a Temîm per dispacci attaccati al collo delle colombe: ma l’annunzio del pericolo nocque, più che non giovasse, nella città spreparata, nella corte pusillanime e discorde. Mentre quivi i Musulmani si bisticciano tra loro, il mare si ricopre delle italiane vele; i palischermi s’avanzano a branchi; sbarcan lesti i nostri nel borgo di Zawila a mezzodì, e nella penisola stessa di Mehdia a tramontana: per aspri combattimenti occupano il borgo, occupano la città fuorchè il cassaro[378] ossia palagio afforzato; bruciano l’armata musulmana entro il porto; appiccan fuoco alle case; fan prigioni, saccheggiano e furiosamente stringono il cassaro, dove s’era rifuggito Temîm. Era il sei agosto del mille ottantasette. Ma assalito invano il castello per parecchi giorni, Temîm chiedea la pace, a patto di sborsare trentamila, altri dice ottanta e altri centomila, dînar d’oro,[379] liberare i prigioni cristiani, smettere la pirateria contro Cristiani, e accordare franchigie doganali ai Pisani ed ai Genovesi.[380] E i collegati, conseguito l’intento, accettarono i patti, caricarono le navi d’oro, argento, pallii, arnesi di bronzo, prigioni cristiani da liberare o da rivendere, schiavi musulmani da recare al mercato, e ciascuno se ne andò in quella che chiamava sua patria, a far mostra della preda, arricchire la chiesa più favorita; e poi riarmare la nave, ed arrotar l’azza e la spada contro un’altra città italiana. L’imbarbarita musa arabica dell’Affrica si fece a descrivere le calamità di Mehdia, cominciando a dire del gran numero de’ nostri, agguerriti e feroci, che assalirono improvvisamente un pugno di cittadini, avvezzi a molle vita più che alle armi; ma sventuratamente ci manca la più parte di questa lunga elegia. Intero abbiamo lo scritto d’un italiano, il quale provandosi nei principj del duodecimo secolo a cantare in una lingua ch’ei non parlava, le geste di una nazione la quale non vedea per anco la sua stella polare, dettò in versi latini un racconto preciso e fedele nella importanza de’ fatti, ma lo vestì di goffe metafore da romanzo, facendo allestir da’ cittadini di Pisa e di Genova mille navi in tre mesi, uccidere in Mehdia centomila Arabi, liberare centomila Cristiani e simili baie.[381]
Il cauto normanno avea occupata Girgenti, mentre i marinai italiani si apparecchiavano tuttavolta all’impresa di Mehdia. Sbrigatosi di Benavert nell’ottantasei, radunava a dì primo aprile dell’ottantasette le milizie feudali, volenterose e liete per la speranza d’acquisto; e sì conduceale all’assedio di Girgenti. Ubbidiva allora Girgenti con Castrogiovanni e con tutto il paese di mezzo, a un rampollo della sacra schiatta di Alì, del ramo degli Edrisiti che aveano regnato un tempo nell’Affrica occidentale, e della casa de’ Beni-Hamûd, la quale tenne per poco il califato di Cordova (1015-1027) indi i principati di Malaga e di Algeziras (1035-1057), ma cacciata dalla Spagna, andò cercando fortuna qua e là. Par che un uomo di cotesta famiglia, passato in Sicilia, non sappiamo appunto in qual anno, abbia preso lo stato in quelle province, tra le guerre civili che si travagliarono coi figli di Temîm; portato in alto non da propria virtù, ma dal nome illustre e dalle pazze vicende dell’anarchia. Chamut il suo nome, qual si legge nel Malaterra e ben risponde alla voce che a nostro modo si trascrive Hamûd.[382] Il quale si rannicchiò tra sue rupi inaccesse di Castrogiovanni, mentre la moglie e i figliuoli si trovavano in Girgenti, e i Normanni circondavano la città, batteano le mura con lor macchine; tanto che occuparonla a dì venticinque luglio del medesimo anno. Ruggiero v’acconciò fortissimo un castello, munito di torri, bastioni e fosso; lasciovvi buon presidio, e battendo la provincia, in breve ne ridusse undici castella: Platani, Muxaro, Guastanella, Sutera, Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Licata, Ravanusa; talchè occupava tutto il paese dalla foce del fiume Platani a quella del Salso ed a Caltanissetta, di che ei compose non guari dopo, con qualche aggiunta, la Diocesi di Girgenti, ed or vi risponde tutta intera la provincia di questo nome e parte della finitima di Caltanissetta. La moglie ed i figliuoli dell’Hamudita caduti in suo potere, tenne Ruggiero in sicura ed onorata custodia; pensando, così nota il Malaterra, che più agevolmente avrebbe tirato quel principe agli accordi, con serbare la sua famiglia illesa da tutt’oltraggio.[383]
E veramente, Ibn-Hamûd si vedea chiuso d’ogni banda in Castrogiovanni; occupata da’ Cristiani tutta l’isola, fuorchè Noto e Butera; potersi differire, non evitar la caduta; nè egli ambiva il martirio, nè i pericoli della guerra, nè pure i disagi di gloriosa povertà. Ruggiero fattosi un giorno con cento lance presso la rôcca, lo invitava ad abboccamento; egli scendea volentieri ed ascoltava senza raccapriccio i giri di parole che conduceano a due proposte: rendere Castrogiovanni e farsi cristiano. Dubbiò solo intorno il modo di compiere il tradimento e l’apostasia, senza rischio di lasciarci la pelle: alfine, trovato rimedio a questo, accomiatossi dal Conte, il quale se ne tornava tutto lieto a Girgenti. Nè andò guari che il normanno con fortissimo stuolo chetamente s’avviava alla volta di Castrogiovanni; nascondeasi in un luogo appostato già col musulmano; e questi, fatti montar in sella suoi cavalieri, traendosi dietro su i muli quanta altra gente potè, quasi a tentare impresa di gran momento, uscì di Castrogiovanni, li menò diritto all’agguato. E que’ fur tutti presi; egli accolto a braccia aperte. Allor muovono i Cristiani alla volta della città; la quale priva de’ difensori più forti, si arrende a patti, e Ruggiero vi pone a suo modo castello e presidio. Ibn-Hamûd poi si battezzò, impetrato da’ teologi del Conte di ritenere la moglie ch’era sua parente ne’ gradi permessi dal Corano, vietati dalla disciplina cattolica. Ma non tenendosi sicuro de’ Musulmani in Sicilia, nè volendo che Ruggiero pur sospettasse di lui in caso di cospirazioni o tumulti, il cauto e vile Ibn-Hamûd chiese di soggiornare in Terraferma; ebbe da Ruggiero certi poderi presso Mileto e quivi lungamente visse vita irreprensibile, dice lo storiografo normanno.[384]
Ultima resistè con le armi la città di Butera; ultima s’arrese Noto. Fortissima l’una di sito, fertilissima di territorio, prosperò sotto la dominazione musulmana; incivilita al par che ricca, patria di un elegante poeta, il quale nella prima metà del secolo seguente ornò la corte di re Ruggiero in Palermo. Il conte Ruggiero movea con l’esercito all’assedio di Butera in su l’entrar d’aprile del mille ottantanove; la strignea da tutti i lati; apprestava le macchine a battere il castello, quando ebbe avviso che papa Urbano secondo, venuto in Sicilia a trattare secolui gravissimo negozio, sostava alla corte in Traina. Donde Ruggiero, lasciata ai suoi capitani la cura della guerra, andava ad abboccarsi col papa; e quando questi partì, gli offria ricchi doni. Ritornato al campo sotto Butera, ebbela a patti; messe presidio nel castello e mandò in Calabria i più potenti cittadini. Nel febbraio del mille novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di Noto a profferire la sottomissione; la quale egli accettò, francando la città di tributo per due anni e rimandò co’ legati il figliuolo Giordano, che occupasse il castello. La moglie e il figliuolo di Benavert si rifuggivano allora in Affrica.[385]
Insignoritisi per tal modo i Normanni dell’isola tutta, Ruggiero navigò lo stesso anno millenovantuno al conquisto di Malta, dalla quale cominciar volle, scrive il biografo, a soggiogare novelle province oltre il mare, per isfogar quella sua brama di acquisti e quel bisogno ch’egli sentia di muoversi, affaticarsi, guerreggiare. Mentre apparecchia la spedizione e chiamavi i suoi baroni, gli vien detto che Mainieri di Acerenza, richiesto da lui d’un abboccamento, avea risposto al messaggero: io nol rivedrò in viso che quando avrò da fargli del male. Acceso d’ira a cotesta ingiuria, il conte ripassa incontanente in Terraferma; Pietro di Mortain lo segue entro otto dì con un esercito levato in Sicilia, pieno forse di Musulmani; col quale Ruggiero muove in fretta contro Acerenza, la stringe di assedio, sì che Mainieri scendea a chiedergli perdono, ed ei lo multava di mille soldi d’oro. Pria di ritornare in Sicilia, diè il guasto al territorio di Cosenza che avea disdetta la signorìa del favorito Duca di Puglia. Poi comanda ch’entro quindici dì si adunino le genti e le navi al Capo Scalambri[386] che difende da ponente il porto detto di Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio, donde Belisario era passato al racquisto di Malta quattro secoli avanti di lui. Del mese di luglio andovvi il Conte, vigoroso e verde, che non gli pesavano i sessant’anni ed avea tolta testè la terza moglie. Pregandolo il figliuolo Giordano che gli concedesse di capitanare l’oste, forte ei se ne adirò; disse che essendo primo nel partaggio degli acquisti, primo entrar voleva anco ne’ rischi e ne’ travagli; e comandò al figliuolo che nell’assenza sua girasse la Sicilia con grosso stuolo, senza posare mai in città murata o castello. Di che l’ambizioso giovane piangea di rabbia. Ruggiero, fatto dar nelle trombe e negli strumenti di musica, de’ quali par avesse composta una banda con valenti suonatori, fatto salpare le ancore e scior le vele, approdò a Malta, al secondo giorno di navigazione: prima tra tutte la sua nave, primo egli a sbarcare co’ tredici cavalieri che soli avea seco: scaramucciando co’ Musulmani aspettò l’arrivo delle altre navi, e con le genti dormì su la spiaggia. La dimane, sparge i cavalli per la campagna; muove contro la città col grosso dell’oste. Ma il Kaid e gli abitatori non usi alle armi, si affrettavano a venire a parlamento, si sforzavano a raggirarlo; nè potendo vincerlo d’astuzia più che di forza, pattuivano di liberare tutti i prigioni cristiani, consegnare armi, cavalli e tutt’arnesi di guerra, pagare incontanente una grossa taglia e indi tributo annuale, tenendo la città a nome del conte Ruggiero e prestandogli giuramento di fedeltà. Ruppero in lagrime i guerrieri cristiani, quando i prigioni sciolti da’ ceppi lor si fecero incontro, cantando il Kirie eleison, recando in mano le croci, qual di legno, qual di canna, come ciascuno avea potuto farsene; e gittavansi a’ piè di Ruggiero. Il quale li scompartì tra tutte le navi quando salparono per tornare in Sicilia, e temea non calassero al fondo per troppo peso; ma seguì il contrario effetto, così il Malaterra, chè il nuovo carico le rendea tanto leggiere da levarsi sul pelo delle acque un cubito più che all’andata. Cammin facendo, senz’altri miracoli, sbarcarono al Gozzo; la saccheggiarono, la assoggettarono al dominio di Ruggiero. Questi poi, toccata la terra di Sicilia, adunava i prigioni cristiani di Malta, loro accordava la libertà; offria terreni e strumenti di agricoltura ed esenzione perpetua dalle tasse ed angherie e che lor edificherebbe una città a bella posta, con nome di Villafranca, s’eglino rimanessero in Sicilia. Ma amaron meglio di ritornare ciascuno a casa sua. Per liberalità del conte, erano traghettati gratuitamente oltre il Faro; sì che andarono spargendo per ogni luogo, il valore e la larghezza del liberatore.[387] Con questo atto di carità coronava Ruggiero il conquisto della Sicilia, compiuto a Malta in persona, com’egli in persona lo avea cominciato a Messina, trent’anni innanzi.