CAPITOLO VII.

Il vincitore, quasi antico e natural principe, resse l’isola tranquillamente ne’ dieci anni che seguirono, mentre pur la società dall’imo al sommo si rimescolava; mutandosi la popolazione, le proprietà, le condizioni civili, i costumi, le usanze, i magistrati le leggi, la religione. Sola rivolta de’ soggiogati fu quella di Pantalica: grossa città in quel tempo, fortissima per lo sito in una roccia tutta stagliata, bagnata dall’Anapo, abitata in età remotissima da un industre popolo, che incavò quasi un alveare di nicchie nella parete liscia del masso.[388] I Musulmani di Pantalica nell’anno millenovantatrè dell’èra volgare, tumultuavano, ebbri di gioia, sentendo la morte del temuto signor feudale del luogo, Giordano, figliuolo del Conte. Questi, ch’era sopraccorso a Siracusa all’annunzio della malattia di Giordano e l’avea trovato estinto, celebrate appena le esequie, mosse contro i ribelli con gli stanziali della sua guardia; chiamò al servigio le milizie de’ baroni: superata la difficoltà de’ luoghi e l’ostinazione dei difensori, impiccò per la gola i caporioni; punì altri con varii tormenti; cavò la pazzia a questa città, conchiude, brutalmente, il Malaterra. Narrando, con ciò, come alla morte di Giordano i Cristiani che si trovavano in Siracusa avessero pianto amaramente per desiderio del prode giovane, e compassione del misero padre, e come i Musulmani del luogo non avessero saputo frenare le lacrime, ei nota, maligno, che furono lagrime di convulsione, non già d’amore.[389]

Matto dunque chi resiste, perfido e vile chi si acconcia: così alla corte normanna si ragionava. Il signore, operando più savio che non parlassero i cortigiani, non si affidò al solo terrore. Vedea quella generazione, decimata dalle guerre e dagli esilii, stanca de’ piccoli tiranni, non chieder altro che riposo e giustizia. E l’uno e l’altro ei le diè; e ne ottenne che i Musulmani, se non lo amarono, lo tennero necessario a loro prosperità; l’ubbidirono, anzi lo secondarono, procacciando insieme col proprio l’utile di lui. Dell’incivilimento degli abitatori musulmani, latini e greci, ei raccolse una quantità di forza, che s’era sterilmente consumata per l’addietro. Ei trasse danari e soldati dai Musulmani più che dagli altri, perchè erano di gran lunga più numerosi e più industri, più compatti in lor ordine sociale, più ubbidienti al principe. Maneggiando tal forza, ei prevalse sugli altri feudatarii normanni. Con la fama ch’egli avea ben meritata d’uom di guerra e di Stato, savio, giusto, religioso, con la possanza della mente e dell’animo suo, tenne il primato nell’Italia a mezzogiorno del Tevere e contò tra i monarchi d’Europa.[390]

A lui si volsero tutti gli sguardi alla morte di Roberto; quando chi parteggiò per l’uno chi per l’altro figliuolo, ma ciascuno pensò veramente ai fatti suoi proprii, e dimostrossi, dice il Malaterra, la slealtà di molti Pugliesi.[391] Slealtà, nel costui linguaggio, significava impazienza del giogo normanno, chè giogo egli stesso il chiama; significava ricusare il tributo e il servigio che il duca, all’uso normanno,[392] richiedea dalle città, le quali un tempo elessero console il capo de’ condottieri; richiedea da’ condottieri che chiamarono un compagno a capitanare tutte le forze in guerra.[393] Il vero è che cittadini longobardi o calabresi, e baroni normanni e italici, rivendicavano loro diritti usurpati da Roberto e usavano la discordia de’ costui figliuoli: donde Ruggiero, novello duca, dovea ad un tempo difendersi da Boemondo e domare le città e baroni ricalcitranti, adoperando armi della stessa tempra che le loro, inefficaci e mal fide.[394] Gli stese allor la mano il conte Ruggiero, il quale avea promesso, dicono, a Roberto di mantener quell’ordine di successione,[395] ed era partecipe dell’intento politico che lo dettò: mostrare, com’io penso, alla Puglia un principe di schiatta longobarda per via della madre, talchè i soggetti gli ubbidissero più volentieri, gli estranii di Benevento e Capua lo desiderassero. Si notò, in vero, la condiscendenza del novello duca verso i Longobardi.[396] Intanto i fatti rivelano il disegno, forse l’accordo, fermato tra’ due Ruggieri: che il Duca cedesse del tutto al Conte la Sicilia, le Calabrie e fors’anco lo favorisse nell’acquisto d’altri territori più settentrionali; e il Conte prestasse a lui le armi per costituire un sol principato di lì al Garigliano e al Tronto. Combacia con tal disegno il detto di Malaterra, che alla nascita di Simone (1093) successore immediato del Conte, fu certo il futuro duca di Sicilia e di Calabria, per l’assentimento del duca Ruggiero di Puglia.[397] Dalle quali parole e’ sembra che siasi trattato, se pur non fermato con carte, di costituire in Ducato i dominii del Conte; il qual disegno verosimilmente tornò vano per difficoltà della corte papale. Per opera del conte Ruggiero fu esaltato (1085) al trono ducale il nipote; il quale gli diè per arra la metà delle castella di Calabria, riserbata a Roberto nel primo partaggio.[398] Per opera sua Boemondo, a capo di due anni, posò le armi con magro accordo; e furono oppressi i baroni che alzavan la testa.[399] Ma cadute in Sicilia le ultime città musulmane independenti, Ruggiero adoperò, senza tema di ferirsi da sè medesimo, uno strumento di guerra ch’egli avea sperimentato molto rispettivamente in Sicilia stessa,[400] e Roberto con men pericolo a Roma; e che, in mano de’ suoi successori, battè per un secolo e mezzo i paesi meridionali di Terraferma. Volendo il Duca ridurre la città di Cosenza, il conte Ruggiero, del millenovantuno, conduce a campo sotto quella città, insieme con le milizie feudali, parecchie migliaia di Saraceni di Sicilia; dispone l’assedio a suo modo; e quando i Cosentini voglion calare agli accordi, lui chiaman arbitro. In merito del quale aiuto il Duca gli concedea mezza la città di Palermo. Egli, andatovi immantinenti, afforzato un castello nella sua parte di città, seppe sì bene ordinare l’amministrazione comune delle pubbliche entrate, o con tal durezza fiscale aggravare i cittadini, che il Duca incominciò a ritrarre dalla sua metà maggior frutto che pria non gli avesse reso l’intero.[401]

Molte altre migliaia di Musulmani veniano col Conte a Castrovillari, insieme con cavalli e fanti cristiani, a soccorrere il duca Ruggiero nella pericolosa ribellione di Guglielmo di Grantimesnil (1094): Musulmani, leggiamo, di Sicilia e di Puglia;[402] ond’e’ sembra che ne fossero stati tramutati in quella provincia, e allogati in alcun feudo del conte, sia a dirittura dalla Sicilia, sia dopo una sosta in Calabria.[403] Ventimila Saraceni, come è scritto in una cronica,[404] seguivano il Conte all’assedio d’Amalfi (1096) dove chiamollo il Duca, promettendogli una metà della terra se la espugnassero. Ma accadde una grande sventura, dice il monaco Malaterra: sparsa voce nel campo che papa Urbano avesse bandita la guerra de’ Luoghi Santi e che vi corresse tutta l’Europa, quell’ambizioso di Boemondo, si fe’ attaccare una croce su le vestimenta; la gioventù per vaghezza di cose nuove gli corse dietro a gara; e lasciaron lì il Duca e il Conte, con sì poche forze che furono costretti a levare l’assedio.[405]

Crebbe tanto nel millenovantotto il numero dei Musulmani levati in Sicilia, che lo storiografo afferma non aver il Conte mai capitanato più grosso esercito. Quando furono posti gli alloggiamenti a San Marco di Calabria, pareano innumerevoli le brune tende dei Saraceni;[406] si vedean le colline coperte di lor buoi, pecore, capre, come se vi pascolassero insieme le greggi di Laban e di Giacobbe. Capua avea disdetta l’obbedienza al principe Riccardo, della casa normanna d’Aversa; il quale, non potendo osteggiarla con le sue proprie forze, avea chiesti aiuti al Duca, offrendogli omaggio feudale, e al Conte promettendo di procacciargli, non so in che guisa, l’acquisto di Napoli. Allettato dalla quale speranza, pregato caldamente dal Duca, Ruggiero aveva assentito. Condotte le sue genti, quasi tribù nomadi, in guisa che loro non mancasse mai pastura per le greggi, strinse Capua con molta arte di guerra; costruì per uso degli assedianti un ponte di legno sul Volturno; sopravvide ei medesimo assiduamente ogni fazione di guerra; sì che la città alla fine sottometteasi.[407] Tanto cospicuo egli apparve in quest’assedio, che la leggenda monastica gli riferì un miracolo: fe’ calare un angelo sotto le sembianze di San Brunone, ad avvertirlo in sogno che Sergio, condottiero di dugento soldati greci del suo esercito, stesse per introdurre il nemico nel campo.[408]

Del rimanente le memorie ecclesiastiche narrano del conte Ruggiero, nella stessa impresa di Capua, un episodio per nulla edificante. Sant’Anselmo arcivescovo di Canterbury, fuggendo l’ira di Guglielmo II d’Inghilterra, venuto era in Italia per faccende non sappiam se della Chiesa o del mondo; e invitato, dice il suo discepolo Eadmero, dal duca di Puglia, soggiornava nel campo sotto Capua, quando capitovvi Urbano secondo. Il dotto arcivescovo, gareggiando di riputazione col papa e attirando a sè ogni maniera di gente devota o curiosa, non isdegnava i visitatori Musulmani, li adescava anzi con suoi camangiari;[409] e tanto con loro si addimesticò, che soleva andare a visitarli negli alloggiamenti loro, appartati da quelli de’ Cristiani; e v’era accolto con giubilo e benedizioni e i mansueti Infedeli non potendo tutti appressarsi, gli si prosternavano da lungi; a loro usanza, scrive Eadmero, baciavano le proprie mani accennando d’inviare i baci al santo uomo. Insinuatosi per tal modo a discorsi più gravi, credette Anselmo che parecchi avrebbero rinnegato l’islam, se non avessero temuta la crudeltà del Conte, solito a punire severamente chi di loro si facesse Cristiano. «Perchè il Conte così operasse, nol voglio indagare e se la vegga egli con Dio» conchiude il frate inglese.[410] Nè potremmo noi indagarlo, senza sapere appunto se l’arcivescovo abbia ben comprese o fedelmente riferite le risposte, e se i Musulmani gli abbiano parlato da senno. Il racconto di Eadmero prova pure che l’aristocrazia ecclesiastica di quel tempo, sommessamente accusava il conte di troppa tolleranza e nessuna disposizione a seguire i pregiudizii religiosi, più tosto che l’utilità dello Stato. E che ben si apponessero, si scorge da quel dispetto del Malaterra contro Boemondo e’ suoi seguaci della Crociata. Non altrimenti pensavano i Musulmani, come si vede da un singolare racconto d’Ibn-el-Athîr.

Il quale, facendosi a dir della presa d’Antiochia, rintraccia, non senza acume, i primordii delle Crociate nell’occupazione di Toledo (1086) e altre città di Spagna pe’ Castigliani; nel conquisto normanno della Sicilia; negli assalti degli Italiani su la costiera d’Affrica.[411] La sintesi che il guidava nelle tenebre della storia occidentale, col solo barlume del nome de’ Franchi e dell’impero, lo porta indi a supporre che un Baldovino, re dei Franchi, vago di conquisti, avesse invitato il conte Ruggiero a un’impresa in Affrica. Ma consultando co’ suoi ottimati, e vedendoli plaudire ciecamente a quel partito, Ruggiero con un atto molto laido e villano,[412] rispose che il loro consiglio non valea più che tanto. «Tralascio la molestia, ripigliò, tralascio la spesa del fornir a’ Franchi navi da trasporto e un grosso di soldati; ma non riflettete voi che, se tenessimo l’invito, saremmo sempre perdenti, anco vincendo? Vincendo, ecco stanziati i Franchi in Affrica, ecco rapito da loro alla Sicilia il commercio ch’essa vi fa: e per lo primo la ricca tratta de’ grani! Non vincendo, ecco Temîm, che visto venire i Franchi dalla Sicilia e quivi ritrarsi, ci chiama a ragione sleali, disdice il trattato: ed ecco tronche le relazioni nostre con l’Affrica, le quali a noi giova mantenere, finchè non possiamo mettere insieme tante forze da provarci noi soli al conquisto!» Chiamato indi l’oratore di Baldovino, gli rispondea Ruggiero non poter dare aiuto, sendo vincolato da trattati con l’Affrica; che se i Franchi bramavano di mercar lode combattendo contro i Musulmani, si volgessero più tosto alla liberazione dei Luoghi Santi.[413] A prima vista quel cenno dei disegni su l’Affrica e quel nome di Baldovino, darebbero sospetto di un anacronismo del compilatore, che avesse scambiato il conte Ruggiero col re, e la prima con la seconda crociata. Ma sendo gli scrittori musulmani molto bene informati de’ costumi e imprese del re Ruggiero, più verosimile e’ mi sembra il supposto che la tradizione tornasse veramente a’ tempi del padre, e che i Musulmani contemporanei del re, senza fingere da capo a fondo la ripugnanza del conte e l’energia plebea con che l’esprimea, avesservi aggiunti i particolari ov’è detto dell’Affrica. Può darsi anco che la tradizione musulmana abbia confusi due rifiuti simili del vecchio conte: quello a’ Pisani ed a’ Genovesi che l’invitavano all’impresa di Mehdia[414] e quello a tutta l’Europa quando gridò la prima volta: Iddio lo vuole!

Comunque giudicasse il volgo dell’undecimo secolo la indifferenza religiosa di Ruggiero, il sacerdozio era disposto a perdonargli ogni cosa. Reggeano ormai la Chiesa gli adetti di alcune scuole vescovili di Francia e di Germania e sopratutto i monaci di pochi ordini potentissimi per riputazione di santità e dottrina, e non meno per ricchezze, parentele e séguito appo i grandi; com’era stato poc’anzi il monastero di Monte Cassino, com’erano tuttavia, prevalendo il genio ecclesiastico della Francia, quei di Fleury, del Bec e di Cluny: vivai di papi, prelati, ministri di Stato; centri di maneggi politici, dove la potenza mondana era il fine, la religione il mezzo, e la corte di Roma il centro di gravità. Era nata cotesta scuola politica da un secolo in circa, mentre i laici, nobili e plebei, deliravano tra vani terrori, pasceansi di superstizioni; e i molti ignoranti del clero accoppiavano la credulità all’impostura. Scuola di savii che voleano usare l’altrui semplicità ad effetto grande e santo a prima vista: far comandare l’intelletto alla forza; guidare con unità di consiglio, nella via della Fede, della morale, del ben pubblico, quella società feudale eterogenea e disgregata che fermentava per tutta Europa. La quale scuola, trascinata dagli interessi, divenne setta; e, come disarmata, adoperò necessariamente l’ambito e le astuzie; preferì gli effetti alle teorie, accomodò la morale ai propri intenti, si insinuò nelle corti, trattò matrimonii, intavolò negoziati politici, promosse l’uno, rovinò l’altro, stese un paretaio da chiappare donazioni d’ogni maniera: lo Stato della contessa Matilde, come il bottino di Roberto Guiscardo.

I precursori de’ Gesuiti, nell’undecimo secolo, non erano uomini da accendersi d’intempestivo zelo contro Ruggiero, mentr’egli in Sicilia rifabbricava chiese, fondava monasteri e vescovadi, arricchiva il clero, lo adoperava nelle faccende civili; mentre in Terraferma ei veramente ereditava la potenza di Roberto. Urbano II, rampollo di Cluny, discepolo d’Ildebrando, salito alla cattedra di S. Pietro (settembre 1087) tra le minacce d’Arrigo IV e d’un antipapa, si mostrò osservantissimo verso il conte; ancorchè questi, com’e’ parmi, ambisse più che il papa non voleva o non potea concedergli.[415] E prima Urbano andava appo lui in Sicilia (1089) per trattare, scrive il Malaterra, d’un accordo con la Chiesa Costantinopolitana;[416] ma piuttosto, credo io, de’ riti della Chiesa greca di Sicilia e di Calabria e in generale dell’ordinamento ecclesiastico nell’isola; o più che tutto questo, degli interessi della corte romana in Terraferma.[417] Il silenzio serbato dal cronista per parecchi anni su le cose della corte di Roma, fa supporre che Ruggiero non si lasciò menare dal papa, finchè ei non vide il destro di guadagnar potenza e splendore. Perchè il papa lo sollecitò (1095) a dar una sua figliuola a Corrado, figlio d’Arrigo IV, ribellatosi dal padre ed ajutato dalla Chiesa; il quale, per diffalta di danari, mal reggeasi contro la parte imperiale in Italia. Ma il cauto normanno, vedendo che si volea soprattutto la dote, non assentì di leggieri: il persuasero bensì i suoi ottimati, massime Roberto vescovo di Traina, il quale com’italiano, dice il Malaterra, ben sapea le condizioni delle cose nell’Italia di sopra e quale assegnamento far si potesse in Corrado.[418] E Roberto o sapea poco, o ingannò il suo signore. Par che altri denari si sperassero dopo la dote: e forse Ruggiero ne diè allora in sussidio alla corte pontificale, come poscia nel 1100 quand’egli somministrava mille once d’oro a Pasquale II,[419] poichè Urbano con ogni maniera di ossequio cercò quasi la grazia di Ruggiero, non ostante l’avversione di lui alla Crociata. All’assedio di Capua (1098) arrivò il papa a pregarlo non esponesse la sua vita, tanto necessaria a Roma e all’Italia, perchè egli era il terrore de’ tristi.[420]