Ritornato il Conte dopo l’impresa di Capua a Salerno, Urbano l’andò a trovare per trattare secolui gravi negozii, pria ch’e’ ripartisse alla volta di Sicilia; e tanta premura ebbe di antivenire la sua visita, ch’ei lasciò aspettare gli Arcivescovi apparecchiati col clero a condurlo in processione alla chiesa di San Matteo. Il dì appresso egli accordava alla corona di Sicilia il privilegio dell’Apostolica Legazia, del quale diremo nel capitolo nono, trattando la costituzione dello Stato. Vuolsi qui notar solamente che il papa avea nominato Legato in Sicilia, senza saputa del Conte, quel Roberto vescovo di Traina, del quale si è fatta parola poc’anzi: e che Ruggiero mal soffriva l’atto della romana corte, fors’anco la persona di Roberto, e minacciava di non accettarlo: onde il papa, per gratificare colui che con tanto zelo avea servito alla fede cristiana, cassò la elezione e istituì Legato perpetuo il Conte stesso e i suoi successori. Così il Malaterra.[421] Urbano nella bolla di concessione, ricorda con somiglianti parole, la grazia divina avere accordato trionfi ed onori alla saviezza di Ruggiero; il suo valore aver ampliata la santa Chiesa sopra i Saraceni; e la sua virtù essersi mostrata in molte guise devota all’apostolica sede. Pur non è chi non vegga come quel singolare privilegio fosse dovuto non meno ai meriti religiosi del conte, che alla sua potenza politica, al bisogno che avea il papa di lui, e al saldo proponimento con che seppe serbar interi i diritti del principato, o meglio direbbesi della società laica, ch’egli avea appresi da Cristiani di Calabria e di Sicilia seguaci della Chiesa greca; e poi li sostenne col coraggio di una religione virile, di un sano intelletto, liberatosi di molte ubbie settentrionali nei quarant’anni ch’egli avea praticato co’ Musulmani, co’ Bizantini e co’ gesuiti di quella età.
Su l’apice della fortuna, la morte il colse a dì ventidue giugno del millecentuno, nel settantesim’anno dell’età sua;[422] felice anco in questo, ch’ei vedeva assicurata la successione del dominio a’ suoi proprii figliuoli. Molte figliuole ebbe Ruggiero, maritate altre a feudatarii altre a principi: Busilla a Coloman re d’Ungheria (1097);[423] Costanza a Corrado re d’Italia figliuolo d’imperatore (1093);[424] Matilde a Raimondo conte di Tolosa e di Provenza (1080);[425] Emma a Roberto conte, di Clermont, dopo che l’avea chiesta Filippo I di Francia per cupidigia della dote.[426] Ma dei maschi legittimi par che il solo Goffredo vivesse nel milleottantanove, quando, perduta la seconda moglie Eremberga, il conte sposava Adelasia; dava a una costei sorella Giordano, all’altra promettea Goffredo, fanciullo e infermiccio, tal che ebbe ad entrare piuttosto in un chiostro.[427] La morte di Giordano pertanto metteva in forse la successione, allorchè Adelaide partorì (1093) Simone[428] e quindi (1095) Ruggiero.[429] Trapassava così il vecchio conte con la speranza di lasciare alla sua schiatta la Sicilia e la Calabria costituite in ducato; nè presagiva egli al certo che, a capo di trent’anni, vi sarebbe aggiunto il retaggio di Roberto Guiscardo, quel della casa d’Aversa, la repubblica di Napoli, la costiera d’Affrica e una corona reale.
Or diremo particolarmente di quest’Adelaide, il governo della quale e la sua gente stanziata in Sicilia rassodarono l’opera del fondatore. Secondo il Malaterra, ell’era figliuola d’un fratello di Bonifazio, famosissimo marchese degli Italiani.[430] Con le medesime parole è designata in certi versacci latini attribuiti al contemporaneo frate Maraldo;[431] l’Anonimo, contemporaneo del re Ruggiero, la chiama Adele marchesa, nata nelle parti di Lombardia del nobilissimo sangue di Carlomagno, educata con singolar cura e informata a nobili costumi;[432] e Odorico Vitale, della età stessa dello Anonimo, la dice Adele, figliuola di Bonifazio ligure.[433] Donde il Pirro e il Muratori tennero verosimile che quel Bonifazio fosse il supposto marchese di Monferrato di tal nome:[434] e, s’e’ non toccarono il segno, se ne scostarono di poco, perocchè liguri e lombardi si chiamarono allora indistintamente gli abitatori di quella provincia. Veramente le vicende del Monferrato dal mezzo del duodecimo secolo in su, duravano oscurissime infino a questi dì nostri e favolose in parte le genealogie.[435] Rischiarò il campo, or son pochi anni, Giulio de Conti di San Quintino, mettendo da canto le moderne tradizioni locali e affidandosi a’ soli diplomi;[436] se non che la critica troppo meticolosa lo condusse al grave errore di far due famiglie diverse di una che compariva in carte diverse con nomi e condizioni pressocchè identiche. Ma è giudicato oramai cotesto errore. E due uomini eruditissimi nelle storie italiane del Medio evo, il nostro Cornelio De’ Simoni, dico, e Teodoro Wüstenfeld da Gottinga, hanno ricostruite felicemente le serie dinastiche e il diritto pubblico di quel paese, fondando l’edifizio su dotte e savie supposizioni, là dove mancano gli attestati positivi e seguendo il metodo che adoperò il Muratori per illustrare la Marca contigua, la quale racchiudea Genova, Tortona e Milano. I lavori pubblicati dal De Simoni, e le lettere scrittemi dal Wüstenfeld forniscono le seguenti notizie su la famiglia dell’Adelaide madre di re Ruggiero.[437]
Misurando una ventina di miglia su la riviera di Ponente in guisa che Savona si ritrovi nel mezzo, e prendendo sulla sponda dritta del Po quel tratto che dal confluente del Tanaro risalisce fino a Verrua sopra Casal Monferrato, avremmo i due lati minori del trapezio, che al tempo di Otone primo, costituì una delle Marche d’Italia.[438] Reggeala Aleramo, conte e poi marchese, uom di legge salica; talchè potremmo supporlo di nazione franca e trovar qui l’origine della tradizione che in Sicilia il vantò nipote di Carlomagno. I discendenti di Aleramo, usurpata, com’accadeva allora in tutta Europa, la proprietà dell’ufficio di marchese, lo esercitarono in comune per parecchie generazioni: e da ciò, mi par nato per avventura, l’uso che nelle province settentrionali d’Italia si dia per urbanità il titolo della famiglia a tutti i figliuoli; mentre ne’ paesi meridionali, sì come oltremonti lo si riserba al primogenito. E veramente nei giudizii e negli atti di dominio di quella Marca anteriori al millecento, intervengono insieme parecchi marchesi: poi, nel duodecimo secolo, si veggono divisi e suddivisi i territorii tra’ varii rami del ceppo aleramico e chiamati finalmente marchesati, ancorchè ormai tornassero a mere contee, le quali talvolta non oltrepassarono l’ordinario territorio giurisdizionale d’un visconte. Così nacquero i marchesati del Vasto, Incisa, Busca, del Carreto, del Bosco, Ponzone, Monferrato, Occimiano, Albenga, Ceva, Clavesana, Cortemiglia, Loreto.
Già a mezzo dell’undecimo secolo, separate le due parti estreme della Marca, veggiam tre fratelli, Otone, Manfredo e Anselmo, giurare insieme e con uguale titolo, un patto con Savona; la quale tendendo al reggimento municipale, svincolavasi come potea da’ Signori. Ma succeduto ad Otone il figliuolo Bonifazio detto del Vasto, e morti innanzi il 1079 Anselmo e Manfredo,[439] fratelli o figliuoli di Otone, Bonifazio accrebbe il territorio a scapito della Marca occidentale che abbracciava Torino, Asti ed altri luoghi. Disputando l’eredità di Adelaide di Susa a Corrado figliuolo di Arrigo IV, a Umberto di Savoja e al conte di Mombeliard, Bonifazio fu segno all’ira di Gregorio VII; parteggiò sempre per gli imperatori contro i papi; guerreggiò con cittadi che s’emancipavano; e imprigionato una volta, osteggiato dal proprio figliuolo per nome anch’egli Bonifazio, marchese d’Incisa, arrivò pure a scompartire un vasto dominio agli altri figliuoli. Non è meraviglia dunque che Malaterra il vanti famosissimo marchese d’Italia. Nè torna inverosimile la nobile educazione data, secondo l’Anonimo, all’Adelaide, figliuola orfana di Manfredo. Un fratello di Adelaide per nome Arrigo, ricordato ne’ diplomi siciliani al par che nei piemontesi, ebbe poscia alto stato in Sicilia; e forse altri rampolli di Casa aleramica eran venuti quivi a combattere sotto le insegne de’ Normanni: di certo molti nobili uomini della Marca aleramica vi tennero feudi, siccome più largamente sarà detto nei capitoli che seguono.
CAPITOLO VIII.
Convien ora esporre le condizioni politiche e sociali che i Musulmani sortirono nel conquisto e con essi i precedenti e novelli abitatori dell’isola; alla quale investigazione spianò la strada il maestro del Diritto pubblico siciliano, il sagace e dotto Rosario Gregorio, nella «Introduzione» e nei primi libri delle “Considerazioni.” Dal suo tempo in qua le fonti di quel tratto di storia non sono cresciute gran fatto. Mancano tuttavia le antiche leggi, da qualche incerto brano all’infuori. Tace tuttavia la cronica della corte e del campo, da Malaterra all’abate di Telese; cioè tra la morte del conquistatore e la gioventù del secondo Ruggiero: pressochè un quarto di secolo, che racchiude la reggenza della contessa Adelaide e forse l’assetto delle nuove colonie. Pur si raccatta qualche cenno nei ricordi d’altre età o d’altri paesi; e un po’ di luce si prende dai diplomi pubblicati o inediti. In grazia poi degli strumenti di critica storica, perfezionati nel corso di questo secolo, si cava miglior costrutto da’ materiali: talchè per tutti i versi dobbiamo a’ nostri tempi di potere più dirittamente giudicare e più liberamente scrivere, che non osasse il cauto prelato siciliano sotto i Borboni di Napoli, aizzati dalla rivoluzione francese. Or non sembri prosunzione se noi ci proviamo a correggere qualche parte del disegno che il Gregorio delineò, son or sessant’anni.
Il quale avendo lavorato principalmente su’ diplomi, e sendo noi costretti a far lo stesso, premettiamo alcune avvertenze intorno la diplomatica siciliana dell’undecimo e duodecimo secolo. In primo luogo è da eliminare un documento accolto alcuni anni addietro nell’Archivio di Napoli e presentato il 1845 al congresso degli Scienziati d’Italia: niente meno che un editto del vecchio conte Ruggiero, dato il quattrocensettantaquattro dell’egira (1081), promulgato in pien divano a Messina, per notificare ai presenti ed ai posteri la istituzione dei sette grandi uficii della Corona siciliana e il ceremoniale di corte. Il tempo, il luogo e il titolo dell’adunanza, la natura stessa e i termini dello statuto, ripugnan tanto ai fatti fondamentali della storia siciliana, da potersi rigettare quella scrittura senza pure guardarla. Per lo contrario, ad occhi pratici basterebbe guardarla senza badare al contenuto; scorgendosi una rozza mano moderna che si prova per la prima volta a imitare la scrittura arabica, o piuttosto una confusione di caratteri cufici, neskhi e affricani, or da carteggio plebeo, or da stile numismatico o monumentale; e un terzo forse de’ vocaboli, contraffatti a ghirigori; e ne’ luoghi leggibili tanti errori d’ortografia, di grammatica o di lingua, quante parole. Ai quali segni e allo stile e tendenza dello scritto, ben si riconosce la fattura dell’ignorante e temerario abate Vella, del quale facemmo parola nel primo volume.[440]
Ancorchè non occorrano di tali brutture nelle carte siciliane pubblicate innanzi o dopo il Gregorio, egli è da usare con precauzione tutte quelle scritte originalmente in arabico o in greco; sendo la più parte pieni di errori i testi, e sbagliate o stranamente scontorte le versioni. Il qual vizio notai già particolarmente pei diplomi arabici.[441] Poco minor guasto hanno patito i greci, presi a deciferare da ellenisti digiuni della erudizione storica della Sicilia, come il Lascari, ovvero da eruditi siciliani, come il Pasqualino ed altri, i quali non sapeano per bene la lingua, nè la paleografia greca de’ bassi tempi: e il peggio è che perdutesi molte delle pergamene, altro non ci avanza che le infelici traduzioni stampate dal Pirro, dal Mongitore e da alcun altro. Nè sfugge del tutto a tal biasimo, il diligentissimo Tardia;[442] nè quanti han dato alla luce alla spicciolata de’ diplomi greci nella prima metà del secolo che corre.[443] Con migliori auspicii Giuseppe Spata da Palermo n’ha pubblicati in questi ultimi tempi una sessantina.[444] Ed è ormai da sperare la collezione compiuta delle carte greche e arabiche dell’Archivio regio di Palermo, forse di tutte quelle dell’isola; poichè il professor Salvatore Cusa va preparando il lavoro, e il Ministero della pubblica istruzione ha promesso di sovvenire alle spese della stampa. Userò io intanto le copie dei diplomi arabici serbati in Palermo, le quali debbo alla cortesia del Cusa; e le bastano già a mostrare il recente progresso degli studii orientali in Italia.[445] Oltre i materiali testè citati, v’ha qualche altro diploma greco del principato normanno di Sicilia e di Calabria nell’ampia ed accurata raccolta napoletana, data non è guari dal Trinchera.[446] Quanto ai diplomi latini dell’epoca stessa, pochi ne sono venuti alla luce dopo i tempi del Gregorio[447] e gran numero dorme tuttavia negli archivi pubblici o ecclesiastici dell’isola: del che mi duole, ma non temo sia per tonarne gran danno, poichè le memorie latine de’ principi normanni furono sempre studio prediletto in Sicilia e il Gregorio adoperò molto le inedite.
Allo scorcio dell’undecimo secolo rimaneano al certo nell’isola, non piccola parte della popolazione, gli antichi abitatori italici ed ellenici[448] ai quali par che accenni il Malaterra con le denominazioni di cristiani e cristiani greci;[449] e meglio li distingue l’Amato con quelle di cristiani e cattolici, che hanno appo lui significato contrario all’odierno, designando la prima i popoli italici e oltramontani seguaci della Chiesa romana, e il vocabolo cattolici i Greci di lingua o di setta.[450] La scarsezza, in vero, dei ricordi, la somiglianza de’ nomi proprii tra i Bizantini e i Siciliani e tra questi e gli abitatori di Terraferma infino al Garigliano, la promiscuità di soggiorno delle genti diverse nelle medesime città e talvolta negli stessi villaggi, rendono difficile a confermare con altre prove la durata di quelle due schiatte; la quale sarebbe sempre da supporre, quand’anche non l’attestassero i cronisti. Pur si ritrovano indizii dell’origine, ne’ nomi di quelle poche centinaia di villani di Aci, Catania, Cefalù e di qualche terra in provincia di Palermo, de’ quali ci avanzano, per caso rarissimo, le platee, ossiano ruoli, distesi allo scorcio dell’undecimo secolo e nella prima metà del duodecimo. Quivi tra i molti Mohammed, Alì, Abd-Allah e altri nomi musulmani; tra i Basilii, Teodori, Nicola-ibn Leo, Nicola Nomothetis e simili di forma greca, occorrono de’ nomi più comuni in Italia: Pietri, Filippi, Gennari e de’ casali di conio latino, Campalla, Donas o Donus, Bambace, Diosallo, Subula, Lancias, Pitittu,[451] Zotico e Zotica,[452] Currucani,[453] Mesciti, Notari, Luce, La Luce e un Pietro Saputi. Cotesti servi della gleba non erano venuti di certo dalla Terraferma co’ vincitori. Notisi inoltre che il nome patronimico, latino o greco, è accompagnato spesso da nome proprio arabico: Jéisc-ibn-Gelasia, Ahmed-ibn-Roma, o Romea, Jûsuf-ibn-Caru, Jusuf-ibn-Gennaro, Omar-ibn-Crisobolli, Mohammed-Gebasili, ’Isa-ibn-Giorgir, Abd-er-Rahman-ibn-Francu, Hosein-ibn-Sentir; e veggiam perfino de’ soprannomi, Alì-ibn Fartutto, Ali Strambo, Mohammed Pacione. Dond’e’ si argomenta che parecchi villani musulmani fossero d’origine greca e italica. La mescolanza delle schiatte comparisce anco da’ nomi di cittadini e villani in altri luoghi.[454]