Sappiam ora come si debba intendere l’affermazione d’Ugone Falcando che i villani di Sicilia fosser tutti Greci o Saraceni.[455] Corso un secolo dalla età dell’Amato e del Malaterra, s’era dileguata, parmi, la distinzione degli indigeni in cristiani e cattolici, ossiano italici e greci. Dileguata per lo scarso numero de’ primi e perchè l’ignoranza, i pregiudizi e l’orgoglio della dominazione portavano gli abitatori novelli, oltramontani e italiani di Terraferma, a chiamar tutti insieme Greci gli antichi abitatori che non fossero musulmani. E scarseggiavano gli indigeni d’origine italica, perchè la più parte, fatti musulmani, come già notammo,[456] contavano tra’ Saraceni. L’è verosimile poi che, tra i due segni apparenti della nazionalità greca, il rito cioè e la lingua, la comune degli uomini s’appigliasse piuttosto al rito; donde si perdonava la lingua d’Omero a’ Greci uniti alla Chiesa di Roma, quei per esempio delle regioni dove il conte Ruggiero fondò i suoi monasteri basiliani: e lasciavasi l’ingrato nome di Greci a’ soli scismatici, e però ai contadini, i Pagani del linguaggio cristiano, che furono sempre sì tardi a seguire i mutamenti religiosi delle città. L’error popolare del duodecimo secolo ingenerò un altro errore appo gli eruditi, quando rinacquero in Europa gli studii storici, senza che si potesse approfondire per anco l’etnologia: nel qual tempo coincise appo i dotti italiani che l’amor patrio vaneggiasse in speculazioni puerili. Non è maraviglia se allora gli scrittori dell’isola si compiacquer tanto nel supposto d’una nazione siciliana, ben diversa da que’ Greci i quali era vezzo comune di vilipendere: nazione ortodossa, numerosa, civile, e cara a’ suoi liberatori, o, secondo altri, meri ausiliari, i Normanni.[457] Cadde con gli altri nell’errore il Gregorio; il quale, dando significato legale alle frasi ascetiche o rettoriche dell’undecimo secolo, e confondendo Roberto Guiscardo e il conte Ruggiero col pio Buglione dell’epopea, scrisse: avere i conquistatori accordata libertà civile e franchige a’ Cristiani siciliani.[458] Ma di ciò tratteremo più largamente a suo luogo.

I diplomi che ci avanzano, millesima parte di que’ distrutti, rischiarano pur la distribuzione geografica delle schiatte, non solamente co’ nomi proprii, ma sì col mero fatto della lingua e delle note cronologiche; rispondendo l’una e le altre alla nazione preponderante nel luogo: il latino e l’èra volgare appo le genti italiane ovvero oltramontane; il greco e l’èra costantinopolitana per le greche; l’arabico e l’egira pei Musulmani. Confermano le scritture per tal modo la frequenza dei Greci nel Val Demone o meglio diremmo su la costiera orientale e di tramontana infino a Cefalù[459] e mostrano che se ne trovasse un po’ per ogni luogo[460] e che nel corso del duodecimo secolo ingrossassero anco in Palermo, rifatta capitale.[461]

Brevemente dirò delle genti semitiche. Gli Ebrei, pochi e spregiati da’ seguaci delle due religioni che si fondavano in su i loro libri sacri, non comparvero nelle vicende del conquisto, nè della dominazione normanna; lasciarono bensì in Sicilia, dall’undecimo al decimo quinto secolo, molti ricordi dell’operosità loro industriale e commerciale, dello zelo scientifico e della furberia che spesso lo deturpò.[462] I Musulmani, tra i quali sono da noverare alcuni orientali di schiatte ariane,[463] i Berberi[464] e perfino degli indigeni di Sicilia, come ricordammo or ora, erano sparsi per la più parte dell’isola. I ricordi storici e diplomatici, che troppo lungo sarebbe a citar qui, li mostrano frequentissimi in Val di Mazara, numerosi abbastanza in Val di Noto, radi in Val Demone,[465] e si sa che nella seconda metà del secolo XII furono cacciati con la forza dalle regioni interne della Sicilia. Non mi proverò adesso a suddividere le varie generazioni dei Musulmani nelle regioni dell’isola, perchè manca ogni attestato di scrittori, e i nomi proprii corrono per lo più senza soprannome etnico; oltrechè non ce ne avanzano che poche centinaia, spigolate in una trentina di carte arabiche, tra atti privati e platee di villani, e coteste carte si riferiscono a quattro soli territorii. Ci basterà di ritrovare tuttavia in que’ luoghi la mescolanza di schiatte, che notammo sotto la dominazione musulmana.[466]

Tra i cittadini di Palermo, possidenti e testimonii in atti pubblici, ci occorrono Arabi delle tribù del Jemen: Azd, Kinda, Lakhm, Ma’âfir, e di Medina, e dell’Hadhramaut; Arabi delle tribù modharite: Kais, Koreisc, Temîm; e Berberi delle tribù di Howara, Lewata, Zegawa,[467] Zenata; non contando alcuni nomi etnici dubbii.[468] Una iscrizione sepolcrale del millesettantaquattro, ricorda inoltre un oriundo del Kairewân.[469] De’ nomi proprii, come Badîs e Tarakût, e gli etnici di Kotama e Howara, attestano che gente berbera vivesse in Cefalù; se non che i due primi sono villani nel contado, insieme con de’ Giodsami del Jemen, Barrani di Bokhara o d’Ispahan, Sciami di Siria, Burgi o Bergi forse di Spagna, Begiawi, ossia di Bugia e Righi, anco d’Affrica.[470] Oltre a quelli veggiamo in Cefalù musulmani del paese stesso: Corleone, Sciacca, Termini e Trapani. De’ pochissimi nomi che si possano determinare tra’ pochi che abbiamo de’ villani in Corleone, tornerebbero Ibn-Abi-Ifren e un Lewati alla schiatta berbera, Dsimari al Jemen, Barrani a Bokhara come innanzi dicemmo; e un Melfi potrebbe essere italiano della città di quel nome o anco di Amalfi: inoltre vi ha de’ Siciliani di Girgenti e di Giato.

Ma tra i numerosi villani del vescovo di Catania in quella città e in Aci, i nomi da potersi riconoscere, che in vero non son molti, darebbero il vantaggio alle schiatte affricane. Iften e Iknizi mi sembrano nomi proprii di Berberi; e tali di certo tre famiglie soprannominate Barbari e gli oriundi delle note tribù berbere di Bargawata, Meklata, Nefzawa, Mesrata, Agisa, Urdin e Werru;[471] ed affricani, ancorchè non sappiamo di quale schiatta, gli oriundi delle città di Barca, Bona, Tunis, Susa, Msila, Melila, Solûk, del Sâhel, ossia costiera, e dell’isoletta di Aragigun.[472] Tra gli schiavi è un Malati, oriundo com’e’ pare di Melitene. Sei nomi di schiatte arabiche scorgonsi nei villani, Mesudi, Hegiazi, Gafiki, ch’è ramo della tribù di Azd, e quei della tribù di Kais nominata di sopra e di Zogba testè passata d’Egitto in Affrica e una donna coreiscita ed una egiziana. Legiati si riferisce a una terra in Siria; Ainuni a villaggio presso Gerusalemme; Turungi al Taberistan, e Kirmani ad altra notissima provincia d’Asia. Un casato Castellani e un Fakri sembra vengano di Spagna, come di certo un Andalusi. Nabili, che ve n’ha parecchie famiglie, rimane di origine dubbia tra la Napoli italiana e quella d’Affrica. Nè mancano i siciliani: Medini e Sikilli che significano entrambi di Palermo, e di Aci e Catania stesse, di Cammarata, Sementara, Burkad, Ragusa, Sant’Anastasia, Tawi, Trapani, Mismar,[473] Malta; un Bekkari che par si riferisca a Vicari[474] e un Sid-es-Sarkusi, schiavo. Il bel marmo sepolcrale del museo di Malta fa fede che nel duodecimo secolo stanziasse in quell’isola un’agiata famiglia, venuta com’e’ pare da Susa in Affrica e discendente della tribù modharita di Hodseil.[475] Son questi gli scarsi dati etnologici che m’è venuto fatto di mettere insieme, dopo molte ricerche.

Delle nuove schiatte, occorrono primi i Normanni. Questi in Sicilia allo scorcio dell’undecimo secolo, non erano gente venuta in frotte a stanziare nel paese occupato, come due secoli addietro il wicking di Roll in Normandia; non esercito ordinato che simmetricamente s’adagiasse in casa de’ vinti, come pochi anni innanzi i seguaci di Guglielmo in Inghilterra; fattovi re il duca, duchi i feudatarii e così via innalzandosi ciascun altro. Anzi il conquisto dell’isola britannica, contemporaneo alla guerra che si travagliava giù a duemila miglia verso mezzogiorno, escluderebbe il supposto d’una grossa emigrazione dalla Normandia e da altre province della Francia settentrionale in Sicilia, se a noi fosse uopo ricorrere alle verosimiglianze, e non sapessimo appunto che le compagnie normanne di Puglia componeansi in parte di venturieri raccolti per tutta la penisola italiana[476] e che il conte Ruggiero, il quale n’avea del suo qualche drappello, racimolò a stento, dopo l’espugnazione di Palermo qualch’altro poco di gente nell’esercito di Roberto.[477] Le costui guerre civili, quella di Grecia e la discordia ch’ei lasciò per testamento ai figliuoli, riteneano poscia nelle province meridionali della Terraferma gli oltramontani quivi stanziati e vi attiravano i venturieri che tuttavia venissero alla sfilata di là dalle Alpi; finchè il vortice delle Crociate non li trasportò tutti in Levante.

Alle quali presunzioni rispondono i fatti. I ricordi storici d’ogni maniera non accennano ad emigrazioni francesi nell’Italia meridionale dopo il millesessanta, se non che di spicciolati, chierici e monaci piuttosto che guerrieri. I nomi francesi poi che veggiamo nei diplomi e nelle croniche di Sicilia sono di coloro che occupavano i più alti gradi della società: feudatarii, prelati e officiali pubblici;[478] ed erano, se non i soli, gran parte degli uomini di cotesto linguaggio dimoranti in Sicilia. Di popolazioni propriamente dette d’una città, d’un villaggio o pur d’un quartiere, non rimane alcuna notizia in carte, monumenti nè tradizioni municipali; non ne rimane vestigia ne’ nomi topografici.[479] Che se più profonde si è creduto scoprirne nel dialetto siciliano, i vocaboli e le forme che si supponeano francesi vanno attribuiti la più parte alle popolazioni dell’Italia di sopra; e in ogni modo non arrivano al segno che toccherebbero, se la influenza delle case dominanti fosse stata rincalzata da un grosso di popolazione del medesimo linguaggio. A ciò si aggiunga che le famiglie francesi spariscono da’ ricordi della Sicilia con l’ultimo principe normanno che vi regnò. Nè l’è maraviglia, quand’esse veggonsi appena sotto il forte governo del secondo Ruggiero e poco sotto i successori. Che se allora alcun barone di quelle schiatte entra nelle brighe politiche, pure il favor della corte e il poter dello Stato, è disputato sempre tra italiani, musulmani, e qualche prelato oltramontano; ed egli avvien sempre che costoro si rimangano senza amici nel paese. Quello Stefano de’ conti di Perche, che fu chiamato dalla regina per governare lo Stato nella fanciullezza di Guglielmo secondo, non trovò in Sicilia altri fautori che i Lombardi, de’ quali innanzi diremo. Due egregi ospiti della Sicilia nel duodecimo secolo, scrittori entrambi, chierici e francesi, il Falcando, cioè, che tanto amava il paese, e Pietro di Blois, che lo ingiuriò com’avventuriere deluso, non fanno motto di abitatori francesi dell’isola, nè d’antico baronaggio normanno; e il primo, in particolare, toccando i tumulti surti in Messina per cagione di Stefano, non ricorda altri francesi che i costui seguaci venuti di fresco e nota come i Latini della città stigassero contro quegli stranieri i Greci, che è a dire il grosso della popolazione messinese.[480] Accenna in vero, il Falcando, al parlar francese nella corte di Palermo; ma l’attestato suo non esclude l’uso di altre lingue, sia il greco, l’arabico o l’italiano; nè porta punto che il francese fosse parlato nella città e nelle province.[481] Cade così la prova principale che allegava il Gregorio nella favorita sua tesi delle origini normanne.[482] Nè regge meglio quella della liturgia gallicana seguita nelle chiese di Sicilia, perchè la proverebbe sol quello che da nessuno si nega, cioè che il conte Ruggiero e molti suoi baroni fossero normanni e conducessero sacerdoti francesi per dir la messa all’usanza di casa loro.[483]

Gli è bene replicarlo: alla fine dell’undecimo secolo stanziavano in Sicilia parecchi feudatari e suffeudatari e parecchi prelati e frati, nati nella Francia settentrionale. Nella seconda metà del secolo duodecimo la corte assoldava compagnie di mercenarii oltramontani, verisimilmente francesi.[484] Non pochi chierici e frati venivan anco, mandati dalle sètte fratesche di Francia a far parte per la Chiesa romana e fortuna per sè medesimi nella corte di Palermo; a disputare il favor de’ principi, il reggimento dello Stato, i vescovadi, le abbadie e gli uffici pubblici a Italiani, Bizantini e Musulmani. Abbiam noi notata[485] la tendenza di coteste sètte e la forza, ch’era mezzo il raggiro, mezzo la dottrina di che s’avvantaggiavano que’ frati, sì come il guercio nella terra de’ ciechi. Del rimanente, surse tra loro qualche uomo erudito che promosse, secondo i tempi, l’incivilimento della nuova nazione: e francese fu il cronista del conte Ruggiero, francese lo storico de’ due Guglielmi; talchè la Sicilia e l’Italia tutta debbono render merito alla schiatta scandinava ed alle altre della Francia settentrionale, per l’opera prestata nell’epoca normanna con l’ingegno non meno che con la spada. Ma popolazioni francesi propriamente dette non ebbe la Sicilia; le famiglie spicciolate s’estinsero entro un secolo, gli ecclesiastici in una generazione.

Basterebbe il fatto della lingua che fiorì in Sicilia in su lo scorcio del duodecimo secolo a provare la venuta di grosse colonie dalla Terraferma; poichè le antichissime popolazioni italiche dell’isola, dopo cinque secoli di dominazione bizantina e musulmana, nè avrebbero potuto parlare idioma sì vicino a que’ dell’Italia di mezzo, nè imporlo agli altri abitatori di favella greca e arabica. Molti indizii confermano tal supposto; ancorchè il biografo del conte Ruggiero dissimuli la partecipazione della schiatta italiana nel conquisto dell’isola, sì com’ei tace l’opera d’Ardoino nella sollevazione contro i Bizantini, e gli aiuti d’Ibn-Thimna al principio della guerra di Sicilia. Gli scrittori arabi espressamente affermano che Ruggiero fece stanziare nell’isola, insieme co’ Musulmani, i Franchi e i Rûm; che qui vuol dir chiaramente Francesi e Italiani.[486] Aggiungansi parecchie denominazioni etniche di luoghi: la torre Pisana e il vico degli Amalfitani in Palermo;[487] la rua de’ Fiorentini in Messina,[488] dove anco occorre un Console di Amalfitani,[489] il poder del Genovese (Rab’ el Genuwi, Cultura Januensis) in provincia di Palermo,[490] il quartiere de’ Cosentini a Lentini,[491] e i nomi di una trentina di comuni in Sicilia che si riscontrano con identici o simili in Terraferma;[492] dal qual confronto abbiamo esclusi, come troppo ovvii a tutte genti latine, i nomi di santi cristiani e le denominazioni composte con le voci casale, castello, castro, massa, monte, rocca, serra, torre, valle e simili; ed esclusi anco, per la difficoltà che avvi finora a ricercarli, i nomi di campagne, poderi, spiagge, acque. Ora si aggiungano i nomi etnici delle persone. Tra cinque canonici di Girgenti notati in un diploma del 1127, troviam un romano, un policastrino, un lucchese, un bresciano e un francese, oltre un genovese ed un di Bisignano, soscritti tra’ testimoni.[493] In un diploma dato il 1094 di Messina o di Patti, veggiamo tra’ testimonii, con pochi nomi francesi e alcuno greco o arabico, Ildebrandus lombardus, Rogerius de Torceto Acquinus, Ugo de Putheolis, Gualterius de Canna; oltre i casati di Maledocto, Ruffo, Strato, Minoartino, Astari, Bonelli, Marchisi.[494] Un altro diploma del 1095 presenta tra’ testimonii, con qualche nome francese o dubbio, que’ di Arrigo fratello di Adelaide, Odone Bono marchese, Roberto Borello Aquino, Riccardo Bonnella, e Ruggiero Bonello.[495] L’onorato nome d’Alfieri si legge tra’ notabili della terra di San Marco, in un diploma del 1136.[496] Uno della Chiesa di Patti, dato il 1133, risguardante la composizione d’una lite surta tra i cittadini e il vescovo, ha tra’ testimonii un genovese, un parmigiano, un di Potenza e parecchi uomini di Patti, con nomi tutti di conio italico; e quel ch’è più, un atto inseritovi, che torna allo scorcio dell’undecimo secolo, attesta che il vescovo Ambrogio avesse allor bandita concessione di beni a qualunque uomo di linguaggio latino che venisse ad abitare il paese: il quale linguaggio latino che cosa significhi lo spiega il medesimo diploma del 1133, aggiugnendo che quello statuto d’Ambrogio era stato poc’anzi «esposto in volgare» ai cittadini che sostenean la lite.[497] Del resto non abbiamo, nè sperar possiamo, ragguagli particolareggiati su le immigrazioni spicciolate dalla Terraferma in questa o quella città dell’isola; ancorchè le si debbano supporre numerose, e più dall’Italia di sopra che dalla inferiore. Il reggimento feudale che i Normanni istituiron quivi in alcune province e in altre rinnovarono, impediva le emigrazioni da terra a terra, non che oltre il mare.[498] Nell’Italia di sopra, al contrario, la feudalità si disfaceva appunto in quel tempo, senza che fossero per anco assettati i Comuni: donde i membri infermi dell’uno e dell’altro ordine sociale, agitati da mille rivolgimenti di indole identica e di apparenze diverse, volentieri tentavano la fortuna in paesi nuovi, e senza ostacolo vi si trasferivano.

Da ciò le grosse colonie che si addimandarono lombarde, su le quali non ci mancano buone testimonianze storiche. Ognun sa il vago significato ch’ebbe un tempo la denominazione di Lombardia, che gli stranieri estesero talvolta a tutta la penisola.[499] Ma perchè molti eruditi, e tra quelli il Gregorio, han supposto i Lombardi di Sicilia venuti dall’Italia meridionale non men che dalle sponde del Pò, debbo ricordare che tal confusione non fecero gli scrittori nostrali, nè gli stranieri, de’ tempi normanni. Pietro Diacono scrive delle moltitudini di Lombardi e Longobardi che seguirono Pier l’Eremita[500] e il dottissimo arcivescovo di Tessalonica narra le avanìe che avean patite Pisani, Genovesi, Toscani, Longobardi e Lombardi, da Andronico Comneno.[501] Longobardi si chiamavano que’ dell’Italia meridionale, dove i Bizantini, ripigliata parte de’ Ducati, n’avean fatto un tema, detto Longobardia.[502] E così il Falcando pone i Longobardi e i Lombardi come genti affatto diverse; gli uni abitatori di province continentali, gli altri della Sicilia.[503] Il primo ricordo che ci rimanga di coteste colonie, oltre i nomi testè riferiti di Ildebrando e Ruggiero di Torceto da Acqui, (1094), torna alla metà del duodecimo secolo: preciso e importantissimo documento, per lo quale re Ruggiero dichiarava appartenere ai Lombardi di Santa Lucia le stesse franchige de’ Lombardi di Randazzo.[504] Da’ cronisti ritraggiamo poi che gli uomini di Butera, Piazza ed altre città di Lombardi, mossi da un Ruggiero Schiavo, nobil uomo del quale or si dirà, pigliavano le armi contro re Guglielmo primo e contro i Saraceni; che il re distrusse Piazza, e ruppe i Lombardi; e che, rifuggitosi lo Schiavo in Butera, Guglielmo ebbe alfine (1161) la città, pattuito che i ribelli Lombardi e il loro condottiere andassero via di Sicilia.[505] A capo di alcuni anni, ripiglia il Falcando, agitati sempre da congiure e sedizioni, sospettavasi a corte essere rimasi molti traditori, ricchi e possenti, nelle città lombarde. Poi morto il re (1166) e promosso Stefano di Rotrou de’ conti di Perche a gran cancelliere, i Lombardi più caldamente che tutt’altre popolazioni di Sicilia parteggiarono per lui; e ingrossando la tempesta (1168) gli uomini di “Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci ed altri Lombardi” gli proffersero un esercito di ventimila combattenti.[506] Il Fazzello aggiugne al novero delle colonie lombarde di questa età, Aidone e San Fratello:[507] e le contrade che s’addimandavano Lombardia in San Filippo d’Argirò e in Castrogiovanni, dànno argomento a supporre che parte almeno di quelle città, fosse stata occupata dalla medesima gente.[508] Altre popolazioni vennero dall’Italia di sopra in Corleone e Scopello, ne’ principii del secolo decimoterzo[509] e ben si potrebbe supporre, con un dotto tedesco, che i medesimi luoghi fossero stati una volta occupati dalle colonie lombarde del duodecimo secolo.[510] Checchè ne sia, nel decimoterzo segnalossi quella schiatta in Sicilia per altissimi spiriti. Nicosia tra le prime gridava la repubblica dopo Palermo, Patti e Caltagirone, alla morte di re Corrado (1254); Piazza, Aidone e Castrogiovanni erano le ultime a deporre le armi in quel movimento.[511] Nel Vespro Siciliano i Lombardi di Corleone, scrive Saba Malaspina, seguirono primi la rivoluzione di Palermo.[512] E sì omogenee duravano quelle colonie, che tra i capi dei circoli nati ne’ primi impeti del Vespro, noi troviamo un Simone di Calatafimi, eletto capitan di popolo ne’ monti dei Lombardi.[513]