Vuolsi qui ricordare ciò che è detto in su la fine del capitolo precedente su la Marca aleramica e la nobil gente quinci venuta in Sicilia.[514] Non è ch’io pensi con alcuni scrittori, aver Arrigo e i suoi compatriotti seguita in Sicilia (1089) l’Adelaide, ultima moglie di Ruggiero; parendomi più verosimile, al contrario, che i parentadi del conte e de’ due suoi figli fossero stati consigliati dalla riputazione della casa Aleramica nell’esercito di Ruggiero; una parte del quale noi veggiamo capitanata (1078) da un Otone o Oddone,[515] nome frequente nell’Italia di sopra e in ispecie nella famiglia di que’ marchesi.[516] Arrigo sposò poi una figliuola del conte; ei tenne le vaste contee di Butera e Paternò,[517] promosse la esaltazione del secondo Ruggiero alla dignità regia:[518] e potentissimo fu in Sicilia e nel Napoletano il conte Simone suo figliuolo;[519] il cui figlio illegittimo Ruggiero Schiavo si fe’ caporione dei Lombardi ribellati contro Guglielmo primo, sì come abbiamo accennato poc’anzi.[520] Da ciò ben puossi argomentare che cotesto ramo della casa aleramica abbia condotti in Sicilia molti suoi partigiani. Tra i nobili Siciliani del secolo decimoterzo occorrono anco gli Incisa, casato aleramide, per lo quale noteremo, a rafforzare l’indizio della parentela, che gli stessi nomi cristiani occorrono nel ramo piemontese e nel siciliano:[521] e par che un terzo ne sia fiorito anco in Puglia.[522]
Alle testimonianze scritte su coteste origini risponde la pertinace e viva testimonianza del linguaggio, notata già dal Fazello; il quale non ne richiese altra, e ben s’appose, per annoverare tra le città lombarde Aidone e Sanfratello.[523] Dieci anni or sono lo zelante signor Lionardo Vigo d’Acireale discorse di quei Lombardi, nella prefazione alla sua raccolta di “Canti popolari siciliani,”[524] e pubblicò alcune poesie e pochi vocaboli del dialetto loro. Ma in oggi i felici avvenimenti politici che stringono i legami e moltiplicano i commerci di tutti i popoli italiani, e i progrediti studii linguistici in Europa, ci danno abilità a cavare conseguenze assai più precise. Un dotto professore di sanscrito, nato nelle province piemontesi, ha notata la stretta parentela del dialetto monferrino con que’ di Piazza, Nicosia, Sanfratello e Aidone, nei quali comuni di Sicilia al dire del Vigo è ristretto oggi il parlare lombardo.[525] È da sperare che perfezionati vieppiù i metodi della linguistica, promosso lo studio de’ dialetti in Italia, esaminati in più larghe proporzioni i nomi proprii e topografici, e pubblicata, con ciò, maggior copia di antichi documenti, si arrivi a determinare esattamente i tempi e i luoghi della emigrazione di cui trattiamo; i quali rimarranno vaghi per ora, cioè: gli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo e i primi venticinque del duodecimo; la Marca aleramica dalla quale moveano a mano a mano le colonie, e le regioni interiori della metà orientale dell’isola, dove, qua e là, venivano a stanziare, dileguandosi innanzi a loro le popolazioni de’ Greci e de’ Musulmani.
Primaria città di quelle regioni, anzi di tutta la montagna in Sicilia, Caltagirone, non fu mai noverata tra le colonie lombarde, non ne parla il dialetto, non ne dimostrò gli umori nel duodecimo secolo; eppure l’origine sua non sembra molto diversa. Su la quale mancano testimonianze di diplomi; nè possiamo aspettarcene dal Malaterra, nè dagli altri cronisti. Volgendoci pertanto alle prove indirette, occorre in primo luogo il patrimonio territoriale di Caltagirone, il quale avanza di gran lunga, sì per la ricchezza[526] e sì per l’antichità, que’ delle più grosse e potenti città dell’isola, risalendo per lo meno alla prima metà del duodecimo secolo.[527] Or coteste condizioni designano un municipio nato nel conquisto o ne’ primordii del nuovo stato. E veramente la terza città dell’isola, per quantità di possessi stabili, contando Caltagirone ed escludendo Palermo e Messina, è Nicosia, città lombarda già nominata. E se altre colonie lombarde han pochi beni di tal sorta, agevolmente si ritrova la cagione: alcune feudali fin dal principio; Piazza distrutta da Guglielmo I; e poi le usurpazioni dei baroni al decimoquarto secolo, la continua vicenda di concessioni e riscatti sotto la dominazione spagnuola; i sùbiti guadagni o le perdite che ha portati il caso nella abolizione della feudalità e in fine le dilapidazioni di tutti i tempi.[528] Ma Palermo, Messina, Catania e la più parte delle altre grosse terre antiche, o non ebbero municipio in que’ primi tempi per le cagioni che a luogo proprio discorreremo, o serbarono scarsissimo patrimonio, prese da Ruggiero per battaglia o per avari accordi; se non che con l’andar del tempo, nato o ristorato il municipio, acquistò terreni per donazioni e coltivò que’ già lasciati ad usi comuni. Pertanto riman poco dubbio in qual tempo sorgesse Caltagirone. Ignoriamo solo la gente e il modo: se colonia di soldati ausiliari o di uomini spicciolati, allettati dalle franchigie.
Al primo dei quali supposti porterebbe l’antica tradizione locale che vuol fondata Caltagirone, verso il mille, da Genovesi sbarcati con l’armata a Camerina, arrischiatisi dentro terra; dove si mantennero, dedicarono una chiesa a san Giorgio, rizzarono l’insegna della madre patria; e i loro nepoti aprivan poi le porte al conte Ruggiero,[529] e i figliuoli di quelli occupavano, regnando il figlio del conquistatore, l’inespugnabile rôcca di Judica.[530] Da’ quali racconti stralciando l’anno mille, l’armata di Camerina e le altre inverosimiglianze, si potrebbe ammettere che uomini di Savona, città principale della Marca aleramica nell’undecimo secolo, insieme con altri abitatori della riviera di Ponente (chè spesso chiamavansi tutti Genovesi e da Genova apprendeano a riscattarsi dai feudatarii) fossero venuti a militare sotto il Conte, poco appresso la espugnazione di Palermo e nelle guerre di Benavert; e che, stanziati in Caltagirone, cresciuti a mano a mano per nuovi coloni delle province natìe e per savia amministrazione della cosa pubblica, dato avessero in Sicilia un de’ primi esempi di libertà e prosperità municipale; e poi, venuti in voga gli stemmi e in fama i Genovesi, avessero levata la croce rossa in campo bianco, al par di Genova, studiando a vantarsi oriundi da quella. In vero il doppio nome che dà Edrisi (1154) a questo paese, Hisn-el-Genûn e Kala’t-el-Khinzâria, ossia «Castello de’ Genii» e “Rocca della Cinghialeria,”[531] torna bene al caso di novella colonia venuta a porsi in luogo già abitato; e la si direbbe recente assai, vedendola per lo primo nella descrizione della diocesi di Siracusa data il mille censessantanove, quand’ella manca nella descrizione del millenovanta.[532] L’origine dopo il novanta converrebbe piuttosto a colonia industriale che militare, ma non ismentirebbe punto la mossa dalle vicinanze di Genova.
Son queste le notizie ch’io ho potuto mettere insieme su i mutamenti di popolazione cagionati dal conquisto. Si tenga a mente la rarità dei diplomi degli archivii regii e municipali della Sicilia, anteriori al decimo quarto secolo; e che i documenti genealogici delle famiglie siciliane non sono nè copiosi nè ordinati, da poter aiutare le presenti nostre ricerche. Dobbiam noi dunque contentarci di lontane conghietture su le colonie mosse dalle regioni centrali e meridionali della penisola. E in primo luogo che le città marittime dell’isola poco frequenti di popolo, sì com’erano allora Messina e Patti, o scarse di popolazioni cristiane, come Palermo, Cefalù, Catania, Girgenti, Mazara, Trapani, si rifornirono, nel corso del duodecimo secolo, di uomini delle città marittime di Terraferma. Oltre Genova e le sue riviere, delle quali si è detto, ne vennero al certo da Pisa, Amalfi, Salerno, Bari ed altri porti dell’Adriatico. Alle medesime regioni son da riferire altre colonie che sembra siano passate a un tratto, come le lombarde, non già alla spicciolata e in lungo tempo; ed abbiano fatto stanza in luoghi abbandonati e desolati, non ingrossate città che fiorivano. Tali credo io gli abitatori di Mistretta e Caccamo, feudi della famiglia Bonello,[533] la quale comparisce in alto stato ne’ più antichi documenti normanni;[534] e fu potentissima alla metà del duodecimo secolo. Mistretta, la cui bella e forte schiatta primeggia tuttavia in Sicilia per ardita saviezza di condotte agrarie, va noverata tra le città più ricche di beni patrimoniali.[535] Caccamo rivendicò, ai tempi di Guglielmo il Buono, le franchige de’ Siciliani, contro novelli feudatarii francesi. Matteo Bonello, giovane di gran cuore, accarezzato da Majone per le parentele e il seguito ch’egli avea in Calabria, eroe popolare de’ Cristiani di Palermo, levò ne’ suoi feudi gente che potea dirsi un esercito, e trattò coi sollevati Lombardi dell’isola, ch’egli poi abbandonò, irresoluto e leggiero; non sapendo usar nemmeno l’omicidio di Majone e lasciandosi pigliar come un fanciullo dai partigiani del re.[536] Dal nome dunque e da’ fatti, i Bonelli sembrano commilitoni di Ruggiero, non francesi però, nè lombardi, nè greci: e direbbersi piuttosto siciliani di schiatta italica, o calabresi. Ma nessun indizio abbiamo che uomini siciliani appartenessero al baronaggio; nè par cosa verosimile, poichè quegli antichi abitatori, ancorchè più numerosi che tutte le nuove schiatte, non poteano ne’ primi tempi levarsi a importanza politica, se non che in Messina o altre città del Valdemone. All’incontro sappiam che la popolazione cristiana di Palermo s’accrebbe di quella delle città marittime di Calabria e di Puglia:[537] e però a quelle province si dovrebbe riferire l’origine de’ Bonelli ed anco de’ loro vassalli di Mistretta e Caccamo.
CAPITOLO IX.
La condizione legale de’ vinti, non essendo descritta precisamente in croniche o leggi, si dee raccapezzare da’ cenni che ne facciano le une o le altre, e sopratutto dai diplomi: dond’è alquanto oscura questa parte fondamentale del diritto pubblico siciliano ne’ tempi normanni.
E in primo luogo non fu ignota, sì come pensava il Gregorio,[538] la schiavitù. Il Malaterra e l’Amato ci narrano di prigioni che i Normanni mandavano a vendere in Terraferma;[539] anzi si ritrae che fosse questo de’ più belli e spediti guadagni de’ combattenti. Le Costituzioni inoltre del regno e le Assise dei re di Sicilia, mantengono espressamente la schiavitù.[540] Nè manca la cosa nè il nome nei diplomi, quando la platea arabo-greca degli uomini della chiesa di Catania, distesa nel 1094, dopo i villani, e pria de’ Giudei, dà i nomi di ventitrè Musulmani, ’abîd, che vuol dire in arabico schiavi, e propriamente schiavi negri.[541] Un diploma greco del secondo conte Ruggiero, dato il 1109, rinnovando le donazioni del padre in favor del monastero di san Barbaro di Demenna, gli assegna come schiavo (εὶς δουλίαν) un Leone figlio di Malacrino, co’ suoi discendenti.[542] Per un altro del febbraio 1134, del quale non abbiamo che la traduzione latina, lo stesso principe, già coronato re, concedendo largamente al monastero del Salvatore di Messina de’ poderi con pascoli, alberi e villani, tra agareni e cristiani, gli donava inoltre gran copia di animali e dieci servi.[543] Il testamento del prete Scholaro, vissuto alla fine dell’undecimo e principio dei duodecimo secolo, fa menzione di schiavi e schiave ch’egli aveva comperati con la loro progenie.[544] Si potrebbero anche addurre, se fossero scevri d’ogni sospetto, due diplomi del 1098 e 1102 relativi alla Calabria, pei quali il conquistatore della Sicilia, concedeva a san Brunone ed al suo monastero presso Stilo, centoventi linee di servi e villani, avanzo d’un drappello di Greci traditori, ai quali ei perdonò la vita in grazia del sant’uomo.[545] Alla esaltazione di Guglielmo il Buono, la regina reggente emancipava molti schiavi.[546] Un diploma arabico del duodecimo secolo prova anco che le usanze commerciali permettessero all’uomo di vendersi schiavo; poichè, stipolando parecchi marinai musulmani di trasportare da Cefalù a Messina della moneta d’oro d’un sire Guglielmo, e dando ogni altro la sicurtà sui proprii beni, un pellegrino Othman che nulla possedea, vendè sè stesso al banchiere, a patto di riscattarsi con la consegna della moneta.[547] Non vedendosi, contuttociò, frequenti gli schiavi nel XII secolo, viene alla mente di ognuno il supposto che i Musulmani presi nella guerra, scompartiti come l’altro bottino e venduti dai più, tenuti schiavi dai grandi possessori, fossero stati messi da tutti a lavorare il suolo.[548] Occorrono difatti, nei diplomi siciliani dell’XI e XII secolo, donazioni di villani senza terreno: sopra tutti è notevole un diploma del 1094 il quale rassomiglia alle odierne soscrizioni di beneficenza, poichè, fondato il novello Monastero di Patti, mentre il conte Ruggiero e i feudatarii maggiori lo dotavano di castella, terre e villani a centinaia, molti baroni o militi gli donavano chi uno chi due, chi parecchi villani sparsi in varie terre della Sicilia; e Guglielmo Malo Spatario aggiugnea perfino un giudeo.[549] Or cotesti uomini raccolti da tanti luoghi diversi per coltivare i poderi del vescovo, hanno sembianza di schiavi, anzichè servi della gleba. Similmente occorre un atto di vendita di quattro villani nelle campagne di Palermo per dugento tarì e un cavallo.[550] Il nome di villani sembra dato in cotesti casi per eufemismo cristiano e perchè realmente quegli infelici prestavano ne’ campi gli stessi servigi che i villani, ancorch’ei fossero di condizione diversa. Si legge espressamente nelle Costituzioni che dei villani altri fosse tenuto per cagion di persona, altri per cagion di roba; onde questi si potea svincolar dal signore lasciandogli quanto tenesse di lui, quegli non poteva in alcun modo.[551] Ognun vede che questa ultima, se la non era perfetta schiavitù al tempo delle Costituzioni, era stata una volta. E l’era divenuta servitù della gleba senza legge, senz’atto del padrone, senza merito di alcuno, per mera necessità delle cose.
Que’ che comunemente nell’Europa feudale si diceano servi della gleba, sono denominati villani nei diplomi latini della Sicilia[552] e di parecchi luoghi di Puglia e di Calabria dall’undecimo secolo in giù.[553] Al quale vocabolo nelle carte greche di Sicilia risponde ordinariamente ῶαροίκοι[554] e nelle arabiche Ahl-el-Gerâid, ovvero Rigiâl-el-Gerâid:[555] come noi diremmo gente, ovvero uomini de’ ruoli; e l’è vera traduzione arabica di adscriptitii e di ὲναῶόγραφοι. Talvolta è sostituita l’appellazione generica di uomini, (homines, ἄνθρωποι, rigiâl) che nel medio evo significava ogni maniera di vassalli.[556] Quando avvenìa che tra quelli non fosse alcun cristiano, si usava l’erronea appellazione etnica di agareni.[557] Nei diplomi greci occorre poi la voce latina villani trascritta senz’altro[558] e in uno di Calabria anco σιγιλλάτοι, cioè inscritti ne’ sigilli, ossia diplomi.[559] Negli arabici è adoperata con lo stesso significato una voce che han creduta harsc o kharsc, e che io leggerei più tosto harithîn, ossia agricoltori.[560]
Parmi poi che la medesima classe e non altra sia designata con la voce rustici, in due diplomi latini del 1086 e 1114: il che è sì evidente nel primo, che gli stessi uomini chiamati in principio rustici si dicono in sul fine villani.[561] Non altrimenti suonava quella voce nel rimanente dell’Europa feudale.[562] Nelle Costituzioni, la voce rustici denota genericamente i villani, gli angarii, gli ascrittizi, i servi della gleba ed altre classi vili, come allor si pensava:[563] nè questa voce significò mai una classe superiore a’ villani e inferiore ai borghesi, come suppone il Gregorio, seguendo fallaci induzioni.[564] Nè meglio ei s’appose quando considerò gli angarii come classe inferiore ai villani: che sarebbe stata cosa contraria alle consuetudini generali della feudalità:[565] nè v’ha alcun motivo di supporla anomalia del dritto pubblico siciliano.[566]