La diversità, profonda in diritto, forse lieve in fatto e citata per incidenza nelle Costituzioni, onde si distingueano i villani obbligati per ragion della persona da que’ tenuti per cagion della roba, non è determinata da apposite denominazioni, fuorchè nei diplomi arabici o greco-arabici di Sicilia: pochissimi diplomi, perchè l’ignoranza, la trascuraggine e i furori civili ne distrussero la più parte. I diplomi latini, scritti per comodo de’ vincitori, guerrieri o preti, notano il numero de’ villani, i confini dei poderi e nulla più: perch’erano compendii delle concessioni, cautele di concessionarii, non curanti delle minuzie amministrative e legali, quando l’istinto della feudalità li portava a sciogliere ogni dubbio con la violenza. All’incontro, i diplomi greci ed arabici su le concessioni di persone o poderi, tornano ad estratti dei registri pubblici. Non poteva essere altrimenti per gli arabici, e l’è molto verosimile pei greci; perocchè l’idioma greco si parlava o intendea dalla più parte della popolazione al tempo del conquisto musulmano; e poscia i Musulmani non aveano al certo distrutti i catasti nè gli altri atti della pubblica amministrazione bizantina, scritti in greco; nè questo linguaggio era caduto in disuso allo scorcio dell’undecimo secolo, quando moltissimi Siciliani doveano parlarlo, o intenderlo, e i preti o i notai doveano averlo studiato bene o male.[567] Gli atti dunque arabici o greci, corretti col riscontro continuo de’ vassalli interessati, conteneano la guarentigia de’ diritti delle persone e robe loro. Nè l’è da maravigliare che si trovi in quelli soltanto un’appellazione di classe ignota nelle fonti latine.
Cioè gli uomini del Maks, s’io ben leggo questa voce, in luogo di M..l..s, nei diplomi arabici del 1150, 1154, 1169 e 1183; l’ultimo de’ quali dà indizii che bastano a determinare la condizione. Richiamati alle terre dal demanio, come sempre si faceva, ancorchè con pochissimo frutto, gli uomini che se ne fossero allontanati per rifuggirsi nelle terre del monastero di Morreale, Guglielmo II, per quel diploma, rilasciò a’ frati gli uomini di Maks e que’ delle Mehallet, de’ quali tratteremo tantosto; ma ritenne rigorosamente i rigiâl-el-gerâid, ossia villani, quasi parte integrale della proprietà. Son diversi pertanto que’ del Maks, dagli uomini delle platee, ossia villani; perchè questi vengono eccettuati dalla concessione, e quelli vi sono compresi. Diversi anco per la denominazione loro attribuita in greco: ἐξώγραφοι, come noi diremmo “que’ fuori scritto;” il cui significato torna più evidente per l’opposizione al noto vocabolo ἐναῶόγραφοι “trascritti,” adscriptitii, cioè, i villani, i veri servi della gleba.[568] Maks ha in arabico lo stesso vago significato che appo noi taglia o balzello; vuol dir tassa illegale e vessatoria;[569] talchè “gente di Maks” tornerebbe litteralmente al taillables del linguaggio feudale francese; e parmi espressione appropriata a designare gli uomini passibili di balzelli, ancorchè non inscritti nelle fatali carte che li rendeano, essi e la progenie loro, materia di proprietà. Tornano dunque ai villani tenuti al signore per cagion di roba, come dicono le Costituzioni, ed alla classe superiore dei ceorls sassoni in Inghilterra. Il diploma del 1169 pone allo stesso grado degli uomini di Maks i Ghorebâ, che suona “stranieri;” e rispondono ai commendati, raccomandati, affidati, ospiti, che solea il feudatario ricettare, anzi adescare, nel proprio territorio per coltivarlo: uomini liberi, o supposti tali perchè era loro venuto fatto di sottrarsi alle persecuzioni del signore, i quali lavoravano per aver tetto e pane, o godeano i frutti delle terre pagando il signore con danari, derrate o giornate di lavoro in altri poderi.[570] Nè egli è inverosimile che molti musulmani, ed anco cristiani, fossero nella medesima condizione con origine diversa, per esempio gli artigiani delle piccole terre, non fatti schiavi, nè dichiarati borghesi.
Il vincolo indissolubile dei villani tenuti per ragion personale, dimostravasi co’ ruoli, o platee, come chiamaronle, nelle quali scriveansi i nomi degli uomini conceduti dal principe, per lo più con lor poderi e beni mobili:[571] chè sendo nuova la signoria e nuovo l’ordinamento sociale, nuovi furon anco tutti i titoli di possedimento feudale. Par che la descrizione generale dei villani sia stata compiuta insieme col conquisto, e rilasciata nel millenovantatrè a ciascun signore la platea de’ suoi: e che cotesti ruoli si correggessero in ogni nuova concessione, sostituendo ai morti le vedove che rappresentavano la famiglia e aggiugnendo i novelli ammogliati che ne costituivano delle altre.[572] I principi normanni rispettarono scrupolosamente questa maniera di possesso; poichè nelle nuove concessioni di villani appartenenti al demanio si ponea sempre la clausola che s’intendessero esclusi gli uomini iscritti nelle platee precedenti de’ feudatarii.[573] Illustra mirabilmente il diritto e il fatto, l’or citato diploma arabico di Guglielmo II a favor del monastero di Morreale. Come si scorge da questa e da cento altre carte del XII secolo, siciliane, calabresi e pugliesi, e come abbiam noi testè notato, i signori studiavansi a tenere i vassalli a dritto ed a torto, e quelli si rifuggivano quando il poteano, in altre terre.[574] È da supporre che i signori, abusando il potere, sovente ritenessero de’ villani non soggetti a vincolo personale; e che i soggetti pur tentassero di sciogliersi, quando la buona fortuna, massime la proprietà acquistata fuori il territorio del signore, lor dessero i mezzi di rivendicare in giudizio la libertà, o venire a componimento.[575]
Qualunque si fosse il vincolo, personale o reale, i rustici o villani di Sicilia ebbero persona legale[576] e libera proprietà fuor delle terre ch’e’ tenessero dal signore:[577] i quali due diritti li rendeano di gran lunga superiori a’ servi della gleba di molti altri paesi. Inoltre soddisfacean essi a pesi e servigi determinati; la quale certezza veniva dal recente conquisto normanno e da’ diligenti ordini amministrativi de’ musulmani: ed anco rendea la condizione di quell’infima classe d’uomini assai migliore che nei paesi occupati dai barbari del settentrione; dove la remota origine della servitù della gleba, confuse i limiti d’ogni dritto e dovere, e il feudatario li allargò a sua posta. E sta bene quanto scrisse il Gregorio su le contribuzioni e i servigi dovuti da’ villani;[578] se non che si ritrae da’ diplomi che talvolta e’ non fossero obbligati a servigio personale di sorta, bensì a tributi di danaro e derrate, in tempi e in quantità fisse.[579] Questa anzi mi sembra la condizione primitiva delle concessioni; e la si riscontra con l’autorevole testimonianza d’Ibn-Giobair, viaggiatore spagnuolo, il quale percorrendo la Sicilia settentrionale nell’inverno del millecentottantaquattro e ottantacinque, investigò con sollecitudine l’essere de’ suoi correligionarii. «Sendo ormai piena, scrive costui, la Sicilia di adoratori delle croci, i Musulmani dimorano insieme con essi nelle proprie possessioni e ville. I Cristiani dapprima li trattaron bene per fruire di lor opera e industria e posero sovr’essi un tributo che si paga in due stagioni dell’anno: nel qual modo si cacciaron di mezzo tra i Musulmani e la ricchezza, su la terra che lor venne tra i piè.... I cittadini musulmani, dice egli altrove, frequentissimi soggiornano in Palermo, in lor proprii quartieri, con lor moschee e mercati, e un cadi giudice di lor liti: ed avvene anco in altre città, oltre le campagne e i villaggi. Ma que’ di Palermo, la più parte, sdegnano i fratelli caduti nella dsimma degli Infedeli.» Cotesta voce ch’Ibn-Giobair replica in altro luogo accennando in generale ai Musulmani di Sicilia,[580] significa vassallaggio, quello propriamente de’ Cristiani e Giudei sottoposti alla gezia ne’ paesi musulmani.[581] Ed appunto gezia si chiama il tributo di danaro dovuto da un villano musulmano nel diploma arabico del 1177 che ho citato poc’anzi e canone il tributo di grani.[582] Che se potesse argomentarsi la ragione generale di cotesti tributi dai soli due documenti nei quali n’è espressa la quantità, la si direbbe diversa secondo i luoghi; poichè dal diploma del 1095 torna a venti tarì, o robái, e da quello del 1177 a dieci.[583] Nè parlo io del tributo di frumento e d’orzo, il quale dovea necessariamente variare secondo la qualità ed estensione dei poderi. Il lavoro obbligatorio non è prescritto o almeno non è particolareggiato nelle carte più antiche, in alcuna delle quali i villani o uomini sono donati “per servire” o donati insieme con lor poderi, nè altro si aggiugne.[584] Parmi verosimile che i novelli signori, portando seco in Sicilia le usanze della feudalità continentale, abbiano talvolta, per necessità o condiscendenza, commutato in giorni di lavoro tutto il tributo di danaro e grano o parte di esso, e talvolta aggiunto per abuso l’obbligo del lavoro, l’angaria come la si chiamava, e i munuscoli di vivande.[585]
Occorre nel solo diploma dianzi citato del 1183[586] l’appellazione di Ahl-el-Mehallêt, ossia «gente dei villaggi;” i quali entrano nella donazione a favor del monastero di Morreale, insieme con gli uomini di Maks; e da ciò si scorge ch’essi non fossero tenuti da vincolo personale. Il significato del nome risponde, non meno che la libera condizione, a’ Βουργισίοι e burgenses dei diplomi greci e latini; poichè mehalla, singolare di mehallêt, suona borgo o villaggio. Nè rechi maraviglia quella donazione di uomini liberi, nè quella iscrizione dei nomi loro in un ruolo; quando noi veggiamo accordato al vescovo di Cefalù il dominio di alcuni borghesi;[587] dichiarato per sentenza che alcuni borghesi appartenessero ad un feudatario di Calabria;[588] e pagato dai borghesi di Sinagra in Sicilia tributo annuale e compensi di lavoro obbligato.[589] Poichè i feudatari cavavano entrate dirette da questa classe di vassalli, ben s’intende ch’e’ ne volessero i ruoli. Si leggano nell’opera del Gregorio le condizioni de’ borghesi,[590] con l’avvertenza che tal nome si dava tanto agli abitatori delle città quanto a que’ delle piccole terre, i quali il Gregorio chiama rustici erroneamente.[591]
Più grave menda del pubblicista siciliano fu il supporre legittime esazioni gli aggravi che i feudatarii faceano sopportare ai borghesi dal mezzo del duodecimo secolo in giù, e il farsi beffe del Falcando che ricordava fedelmente i diritti vantati da quelli, quando alcuni francesi, venuti a corte di Guglielmo II verso il 1169, si provarono ad usurpazioni. Narrato come il francese Giovanni di Lavardino pretendesse, all’uso del suo paese, la metà d’ogni entrata dai terrazzani di Caccamo, «costoro, prosegue lo storico, allegando la libertà de’ cittadini e borghesi di Sicilia, sosteneano non dovere tributi nè balzelli di sorta, ma occasionalmente, quando il signore si travagliasse in gran bisogno, l’offerta volontaria di quella somma che loro paresse: perocchè in Sicilia, dicean essi, nessuno soggiace a tributi e prestazioni annuali, fuorchè i Saraceni e i Greci, sendo i soli ai quali si adatti il nome di villani.» Poco appresso, come que’ richiami furono spregiati dal gran cancelliere, così dice il Falcando, che i costui nemici suscitarono l’odio pubblico, opponendogli il disegno di assoggettare tutti i popoli di Sicilia a tributi e balzelli, all’uso della Francia che non ha liberi cittadini.»[592] Io non so in vero come il Gregorio non siasi accorto delle successive usurpazioni de’ feudatarii laici ed ecclesiastici a danno dei borghesi, nè com’egli venga dimenticando gli antichi esempii di franchige[593] per fare assegnamento su i moderni di soprusi.[594]
L’attestato positivo del Falcando, a fronte di qualche fatto contrario cavato dai diplomi, porterebbe anco alla conghiettura che la condizione dei borghesi non fosse stata la medesima in tutti i luoghi: la quale diversità si dovrebbe supporre d’altronde, perchè in varii modi furono occupate le terre, e varie schiatte v’ebbero stanza. E tra questo e le usurpazioni de’ feudatari le quali necessariamente succedeano in ragion diretta dalla forza loro e inversa dallo spirito e numero dei borghesi, ognun comprende la disuguaglianza delle condizioni che per avventura si fosse accumulata nella seconda metà del duodecimo secolo. Al certo i borghesi lombardi mantennero loro immunità meglio che i greci e i musulmani; que’ della città meglio che que’ delle terre; e meglio che tutti, i Musulmani di Palermo, infino alla morte del re Guglielmo il Buono.
Su le condizioni degli abitatori delle città può seguirsi la esposizione del Gregorio, il quale accenna alle proprietà allodiali loro, alla diversa legge sotto la quale vissero secondo loro origine, e largamente descrive i pesi loro imposti, le gabelle, cioè, che poi si chiamarono antiche, su la consumazione di alcune derrate, su la produzione di altre, su i pedaggi e su l’uso di alcuni diritti dominicali; la tassa detta di marineria e i servigi personali, come la milizia in terra e in mare, gli alberghi militari, l’opera nelle pubbliche costruzioni: a che si aggiugneano le multe di giustizia e le collette ne’ quattro casi feudali, se pur erano fissate ne’ primi tempi del conquisto.[595] Bel quadro, lavorato a mosaico di frammenti siciliani e talvolta stranieri, ben aggiustati alle linee del disegno; ma v’ha sbaglio, com’io notava poc’anzi,[596] nell’atto di giustizia alla carlona che il Gregorio attribuisce ai conquistatori; cioè che abbiano sottoposti alla gezia tutti i Musulmani,[597] e liberati da quella tutti i Cristiani. Del primo assunto ei dà due sole prove: che i Normanni riscoteano la gezia sopra i Giudei, e che l’imperator Federigo il milledugentrentanove la fe’ pagare a due musulmani di Lucera. Ma appunto perchè abbiam ricordi della gezia su i Giudei[598] e non su i Musulmani, dovea il Gregorio dubitare del proprio concetto. Non andava poi misurata la condizione dei Musulmani di Sicilia del duodecimo secolo, numerosi, liberi, ricchi e potenti, su quella d’un pugno di ribelli vinti, deportati a Lucera nel secolo tredicesimo. E quanto alla gezia de’ Cristiani, il Gregorio non si accorge che la fosse durata sotto il nome di dono o qualsivoglia altro, a carico de’ villani, ch’erano in gran parte Greci, ossia discendenti delle popolazioni greche e italiche ond’era popolata la Sicilia nel nono secolo;[599] e che camparono da quella gravezza, se pur tutti camparono, i borghesi. Il vero è che la gezia col suo odioso nome rimase addosso a’ soli Giudei, aborriti dai Cristiani, per lo meno, quant’erano da’ Musulmani. Ebbero i villani l’aggravio senza l’ingiuria. I borghesi di molte terre o di tutte, e di certo que’ di Palermo e delle città grosse, pagarono sotto forma per lo più di gabelle. E veramente il contemporaneo musulmano che prestò le parole ad Ibn-el-Athîr, compendia gli effetti del conquisto in questa sentenza: che Ruggiero fece stanziare in Sicilia i Rûm e i Franchi insieme co’ Musulmani e che a nissuno lasciò bagno, nè canova, nè molino, nè forno.[600] E pur la maraviglia e la querimonia si rimangono a quelle complicate esazioni della feudalità, sì strane agli occhi dei Musulmani civili; nè l’autore tocca quell’enormità maggiore di tutte che sarebbe stata la gezia posta su i Credenti! Non voglio allegar qui uno scrittore della corte del re Ruggiero, il geografo Edrisi, il quale, come suol dirsi, prova troppo, scrivendo che il Conte, insignoritosi di tutta l’isola e fermatovi il seggio dell’impero suo, bandì giustizia ai popoli, concesse a ciascuno lo esercizio della propria credenza e legge, e diede piena sicurtà alle persone, robe, famiglie e discendenti.[601] Ma se Edrisi, non risguardando come uomini nè fratelli in Islam i servi della gleba, volle dir de’ soli cittadini coi quali egli usava nella capitale (1154), stan bene le sue parole, e le sono confermate poco appresso (1184) da Ibn-Giobair.[602] Non parmi inopportuno di aggiugnere alle ricordate conclusioni del Gregorio, che le carte ritrovate dopo lui, risguardanti passaggi di proprietà, provin tutte esserne stato esercitato liberissimamente il diritto da’ Musulmani di Palermo, uomini e donne, sotto l’impero della legge musulmana e la giurisdizione del cadì.[603] Al ragguaglio de’ Musulmani compariscono i borghesi delle antiche schiatte cristiane, liberi possessori di proprietà allodiali.[604]
La cittadinanza greca di Sicilia alla fine dell’undecimo secolo può personificarsi nel prete Scholaro del quale ci avanza il testamento: uomo, tra tutti i Siciliani, graditissimo al conquistatore per importanti servigi nell’azienda pubblica e nella famiglia. Di casato Graffeo, nacque costui o dimorò in Messina, dove possedette, insieme co’ suoi fratelli, de’ beni urbani e n’ebbe anco dei dotali; fu cappellano del palazzo del Conte a Reggio ed accrebbe a dismisura il patrimonio, comperando stabili, animali, villani e schiavi nei territorii di Messina, Palermo, Castrogiovanni, Traina, Maniace, Castello e di là dello Stretto a Reggio, Massa, Seminara, Nicotera, Briatico, Gerace, Cosenza e Rossano: in fine il conte Ruggiero volendo “rimeritarlo con piccol dono delle sue immense ed onestissime fatiche” per diploma del 1099 concedeva a lui “ed ai suoi successori sino alla fine del mondo” i territorii di Fragalà e di Ferla. Divisi i beni paterni co’ fratelli, e scompartita poscia tra i proprii figliuoli gran parte del suo avere, egli usò il rimanente a fondare non lungi da Messina un monastero; largamente dotollo di edifizii, poderi, arredi sacri comperati in Grecia, bellissime dipinture rifulgenti d’oro e trecento codici greci; e vi si fè monaco, prendendo il nome di Saba. Il suo testamento dato dal millecenquattordici, dal quale ricaviamo cotesti particolari, mostra ch’ei non fosse allora pervenuto ad estrema vecchiezza, poichè vivea tuttavia il padre suo. Un fratello avea fondato un altro cenobio e vi s’era chiuso. Sperava Saba che alcuno de’ suoi figliuoli seguisse l’esempio; poichè per fondazione lasciò a loro ed a qual dei congiunti e successori il volesse, il grado di abate, ch’egli, senza tanta umiltà cristiana, ritenne in sua vita.[605]
Non pochi oltramontani venuti coi guerrieri di casa d’Hauteville vissero a quel tempo ne’ chiostri di Calabria, donde salirono ad alte dignità ecclesiastiche e civili; e pur nessun uomo di quelle schiatte, nè delle italiche, affaticatosi nella guerra e nei governi, finì la sua vita negli ozii del chiostro. Perchè dunque entrava quest’ubbia nella famiglia Graffeo, partigiana del conte, data agli affari mondani ed a’ grossi guadagni dei faccendieri che seguirono l’esercito conquistatore? Era, s’io mal non m’appongo, quella fiaccona che il cristianesimo portò nella gente greca in tutte le regioni e per tutto il corso del medio evo; la perfezione monastica sostituita alla virtù cittadina, e in ogni cosa preferito il martirio al combattimento. Il ricchissimo Graffeo, si sentia da meno d’ogni piccolo feudatario francese o lombardo; si vedea messo da canto dopo la morte del suo signore; nè trovava altra via aperta alla fama ed all’autorità, che di farsi, co’ suoi propri danari, dignitario della Chiesa. Lo stesso genio di lui comparisce nell’universale de’ borghesi greci di Sicilia: alieni dalla milizia ancorchè, di certo, non tremassero loro le braccia quando pigliavano le armi; solerti e astuti ne’ privati guadagni, e tiepidi nelle cose pubbliche.