La ripugnanza dalla vita militare, in quell’età e in quel principato surto di fresco dalla guerra, fu cagione che i Greci di Sicilia rimanessero inferiori agli Oltramontani, agli Italiani di Terraferma e agli stessi Musulmani in una parte dell’ordine sociale, essenzialissima nel medio evo. Nessun di loro si vede investito di feudi; nessuno primeggia nella nobiltà del paese, ancorchè molti esercitassero uficii pubblici fin da’ primi tempi del conquisto normanno. Così nelle carte del tempo leggiam nomi di Greci strateghi o vicecomiti ch’erano uficiali dello Stato, di arconti e geronti, denominazioni d’ufici municipali di che discorreremo nel capitol che segue, dove direm anco del vocabolo arconte, attribuito, come titol d’onore, ai grandi uficiali della corte normanna. Se esso mai dinotò in Sicilia, oltre il magistrato, una particolare classe sociale, parmi sia stata quella dei possessori nel territorio, ossia la nobiltà municipale, sedente per antichissima usanza nel consiglio; onde la stessa parola indicava il ceto e l’uficio. Gran divario correa dunque tra questi gentiluomini terrazzani e i cavalieri dell’Italia o della Francia.
Ma tra i Musulmani, oltre gli sceikh, notabili municipali, gli hâkim e i cadi, giudici e gli ’âmil uficiali del governo, si vede fin dal principio della dominazione normanna e scomparisce a mezzo il decimoterzo secolo, insieme con la schiatta araba e berbera, il titolo di kâid; il quale, mi par che risponda talvolta a grado di nobiltà. Kâid significa propriamente “condottiero;” e come per ragione d’etimologia, così anco per forza dell’uso, porta ordinariamente autorità minore dell’emir ch’è “comandante.” Abbiamo notato altrove le parole di due croniche, secondo la prima delle quali il califfo fatemita Kâim, a reprimere una ribellione (975) mandava in Sicilia “un esercito e parecchi kâid;” e secondo l’altra il segretario di Stato d’un emir kelbita rovinò (1019) il suo signore aggravando il paese e maltrattando i kâid e gli sceikhi.[606] Esempio alquanto diverso abbiamo allo scorcio del decimo secolo, quand’era chiamato kâid quel Giawher, liberto siciliano che conquistò a’ Fatemiti tanta parte dell’Affrica occidentale e dell’Egitto.[607] Nel decimoterzo e decimoquarto ebbero il medesimo titolo, i condottieri di mercenarii cristiani in Tunis.[608] Nelle traduzioni spagnuole di atti arabici del decimoquarto secolo occorre un alcade della dogana nell’Affrica settentrionale.[609] Ognun poi sa come lo stesso vocabolo in Ispagna significò castellano e, in ultimo, capo dell’autorità municipale.
Accostandoci vie più al caso nostro, è da ricordare come i regoli surti in Sicilia dopo la dinastia kelbita, non altrimenti negli annali arabici s’intitolassero che kâid;[610] ed anco Amato e il Malaterra chiamano cayt e arcadius, i varii capitani e castellani dell’isola e infine i due condottieri palermitani che trattarono la resa della capitale.[611] Di lì a venti anni compariscono dei kâid a capo lista dei vassalli del vescovo di Catania in Aci ed in Catania stessa:[612] e gli è da presumere che le medesime persone o i padri, avessero portato quel titolo fin dal principio della guerra; leggendosi che il Conte concedette al vescovo la città e i cittadini musulmani come stavano prima del conquisto, con diritto di richiamare le persone o i discendenti di coloro che, presa allor la fuga, aveano riparato in altri luoghi dell’isola.[613] Leggiamo in data del 1123 il nome di un kâid che il feudatario di Pitirrana avea mandato in Palermo per sue faccende;[614] in data del 1132, di tre kâid i quali, con molti altri Musulmani e Cristiani, assistettero alla descrizione dei confini de’ poderi donati dal re Ruggiero al vescovo di Cefalù.[615] Ma dati da questo Ruggiero nuovi ordini al governo del reame, e cresciuta sotto i due Guglielmi la riputazione de’ cortigiani musulmani, spesseggiano nelle croniche latine e ne’ diplomi arabi, greci e latini, i kâid, καΐτοι e gaiti o cayti, or citati o soscritti come testimonii in atti pubblici, or esercenti pubblici ufici ed or celebri nei raggiri della corte. In cotesti scritti la voce kâid, talvolta evidentemente vuol dire condottieri di pretoriani;[616] più spesso torna a mero titolo di onorificenza dato ad oficiali della corte;[617] ma in molti altri casi a noi sembra denominazione d’un ordine sociale. Che i titoli militari degenerino facilmente in nobiliari, ognun lo sa dalla voce dux e da tante altre che occorrono in tutti i paesi e in tutti i tempi. Similmente sembra grado di nobiltà, la qualità di kâid, data dal Falcando ad Abu-l-Kasim-ibn-Hammûd e al suo rivale Sedictus (Siddik?) ai tempi di Guglielmo il Buono[618] perocchè quello stesso Ibn-Hammûd, ricchissimo uomo della schiatta di Alì, è chiamato kâid dal contemporaneo Ibn-Giobair, e detto “il primo za’îm e signore dell’isola, un di que’ nobili ne’ quali la signoria scende ereditaria in linea di primogenitura.”[619] Potremmo noverar nella medesima classe tutti i gaiti che compariscono senza livrea di corte nella seconda metà del duodecimo secolo; i quali se pur vogliano supporsi condottieri di milizie, nol furono di pretoriani, vedendosi sparsi per tutta l’isola[620] e tornerebbero quindi a capitani ereditarii, ossia a nobili; quando gli ordini delle tribù arabiche e gli usi del giund concordavano in questo coi costumi feudali dell’Europa, che il capo della famiglia vera o fittizia, conducesse in guerra le proprie genti. Nè altri esser poteano che kâid nobili, i cinque regoli saraceni surti in arme ne’ monti del val di Mazara, dopo la morte di Guglielmo il Buono.[621] Certo egli è che avendo Roberto Guiscardo, e poi il conte Ruggiero, adoperate grosse schiere di musulmani siciliani, coteste milizie doveano obbedire a capitani di lor gente; e che i capitani, se pur non erano nobili di nascita, lo diveniano di fatto, secondo le idee del medio evo e un po’ di tutti i tempi. Io penso che i kâid in Sicilia ragunassero le milizie musulmane a un di presso come i baroni le feudali e costituissero nella prima metà del duodecimo secolo una vera nobiltà. Rimase questa in piè sino alla morte di Guglielmo II, ancorchè il numero delle milizie musulmane negli eserciti regii scemasse di molto e si amassero meglio i Musulmani stanziali de’ quali si è fatta parola, capitanati da kâid cristiani o convertiti in apparenza.[622] Ma or col pretesto di capitanare una compagnia pretoriana ed or senza alcuno, i paggi della corte, eunuchi la più parte addetti al servigio delle persone reali o ad ufici pubblici, presero a poco a poco quel titolo di nobiltà.[623] Il quale nello scompiglio politico ed amministrativo che precedette al regno di Federigo, divenne, com’e’ parmi, titolo d’un uficio d’azienda, quella forse di beni demaniali, nella città e territorio di Palermo, tenuta prima da un de’ paggi di corte. Uficio d’azienda fu certo nella prima metà del secolo decimoterzo.[624] Ma proprio ne’ primi anni (1206) papa Innocenzo III avea scritto “al cadi con tutti i gaiti di Entella, Platani, Giato, Celso ed a tutti gli altri gaiti e Saraceni di Sicilia” augurando loro “di comprendere ed amare la verità ch’è Dio stesso;” lodandoli della fede serbata a Federigo re loro ed esortandoli a perseverare in quella.[625] Erano dunque i gaiti di quel tempo capi politici e militari nel bel centro del Val di Mazara.
Se bastin le cose qui dette a dimostrare che dopo il conquisto normanno non mancò un ordine di nobili tra i Musulmani di Sicilia, si ammirerà la felice intuizione che condusse il Gregorio a concluder lo stesso, ancorchè le due prove ch’ei ne allegava non reggessero punto nè poco. Perocch’egli, seguendo alcune incerte parole del Malaterra, suppose feudatario del conte Ruggiero lo sciagurato Ibn-Thimna che fu alleato di lui e di Roberto Guiscardo; e accettando un anacronismo di Leone Affricano, suppose lasciato dal Conte il dominio d’un castello, al musulmano da lui chiamato Esseriph, rinomato scrittore di geografia; il quale non è altri che Edrisi, e visse nelle generazioni seguenti, poichè egli presentava il suo libro al re Ruggiero, ottant’anni appresso l’entrata del Conte in Palermo![626]
Dei fatti rassegnati in questo e nel capitolo precedente si ritrova la causa nelle vicende del conquisto. Il quale, messe da canto le operazioni spicciolate e la caduta delle ultime fortezze, va diviso in quattro periodi: cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale del Valdemone (1061); occupazione della zona settentrionale del Val di Mazara (1072); guerra di Benavert (1073-86) e sottomissione del Val di Noto (1086-9). Or nei primi due periodi e nell’ultimo fu sì rapido il trionfo, che il grosso della popolazione rimase là dov’era: nel Valdemone i Greci e altri antichi abitatori, e nelle altre province nominate, gli antichi abitatori cristiani o rinnegati e i Musulmani di sangue arabico o berbero. È da notar pure questo divario che nel primo periodo i vincitori lasciarono appena qualche debole presidio; ma nel secondo e nel quarto, sendo assai più numerosi e dividendo gli acquisti tra loro, stanziarono nel paese: e però il Valdemone estremo ebbe meno stranieri che il rimanente dell’isola. Ma combattuto a lungo il terzo periodo; nel quale variò la fortuna più che nol confessi il Malaterra, e furono costretti i Normanni, a cercare nuovi ausiliari, ch’egli dissimula invano. In questo tempo parmi seguissero le maggiori perdite de’ vincitori, il condottiero de’ quali, alla fine dell’impresa, confessava essergli stato ucciso tanto numero di cavalieri che Dio solo e i Santi il sapeano.[627] In questo tempo veggiamo afforzata, come base di operazioni a sinistra della frontiera normanna, Paternò, il cui nome occorre nell’Italia di sopra, e la città, dopo la morte del conte Ruggiero, divenne feudo di Arrigo de’ marchesi Aleramidi.[628] Gli indizii su l’origine di Caltagirone, le prove su le popolazioni di Piazza, Nicosia ed altre città delle catene di monti che girano intorno all’Etna da tramontana a ponente, ci portano a credere cacciata o sterminata nel terzo periodo del conquisto gran parte dell’antica gente cristiana o musulmana di quella regione, e sottentrate a quella colonie di Terraferma, le quali poi crebbero per emigrazioni spicciolate, incominciando dagli ultimi anni del conte Ruggiero e continuando per tutta la reggenza di Adelaide e forse nei primi anni di governo del figliuolo che poi fu re. Il quale supposto si conferma riscontrando i nomi delle città principali della diocesi di Catania secondo il diploma del Conte, dato il 1091, con que’ che si leggono ne’ paragrafi di Edrisi (1154) risguardanti la stessa regione; poichè mancano tra i primi Piazza, San Filippo d’Argirò, Aidone, colonie lombarde; le quali città al certo non sarebbero state messe da canto, se verso la fine della guerra le fossero state così grosse e importanti come le si veggono nel XII secolo.[629] E l’è appunto il caso di Caltagirone che notammo dianzi.[630]
Gli annali del conquisto ci conducono anco a supposti non privi di fondamento su l’origine delle condizioni personali. Abbiam noi narrato come le città principali s’arrendessero a patti, Catania, Palermo, Mazara, Trapani, Taormina, Siracusa, Castrogiovanni, Butera, Noto, Malta; fuorchè Messina dove i Musulmani furono sterminati applaudendo tutta la città; Traina pria confederata, poi soggiogata; Girgenti espugnata quando giovava ai vincitori la magnanimità. Che se veggiamo Catania data in feudo al vescovo e gli abitatori musulmani scritti nel ruolo de’ villani, incominciando da due kâid, è da ricordare che la fu ripresa per battaglia dopo che avea chiamato Benavert. Del rimanente non è verosimile che tutte le altre città musulmane ottenuti avessero i medesimi patti ch’ebbe Palermo potendo tuttavia difendersi: forse furono patti comuni, la libertà religiosa e il possesso de’ beni privati; variarono bensì le condizioni de’ tributi e alcuni ordini pubblici. Il vincitore non era uomo da innovare senza perchè: ond’è da supporre in generale ch’ei mantenesse le consuetudini e, tra le altre, la nobiltà tra i Musulmani, come, tra i Greci, la uguaglianza sotto il potere assoluto.
Al contrario delle città, le terre aperte e i villaggi cadeano senza difesa in man del vincitore, quand’egli movea contro la capitale della provincia o poco appresso la riduzione di quella; nè era luogo a patti che per qualche importante castello. L’esempio di Bugamo ci mostra che in tali casi i condottieri normanni trattassero i prigioni come schiavi:[631] e quella necessaria conseguenza ch’era l’appropriazione de’ beni, si scorge da cento diplomi; tra i quali notevolissimo è un giudizio del millecentoventitrè, attestando il passaggio di proprietà di un mulino che due musulmani aveano comperato pria del conquisto e che indi appartenne al feudatario, signor loro.[632] I prigioni poi non venduti, rimaneano servi della gleba; non esclusi al certo i Cristiani che vivessero da coloni o da schiavi, poichè li veggiamo scritti al par che i Musulmani nelle platee de’ villani. Cotesta popolazione rurale presa insieme col suolo, evidentemente è la classe di villani tenuta al signore per cagion di persona. I tenuti per cagion della roba sembrano abitatori de’ luoghi che s’arrendeano a patti, o uomini avventizii ricettati poscia nelle terre del signore. Il diritto di proprietà di che godeano i villani su i beni acquistati con la propria industria, soddisfatto che avessero a’ servigi debiti al signore, parmi consuetudine risultante dalle leggi musulmane sopra gli schiavi. In fine il grado di kâid serbato ad alcuni nobili, procedè manifestamente da patti stipulati nella resa delle castella, o da necessità più forte che i patti; cioè che volendo menare in guerra le genti, era forza anco di mantenere i capi ai quali solean esse ubbidire. E forse l’era ordine da non potersi smettere nè anco in pace, se volessi far vivere in sicurtà i popoli vicini, cristiani o musulmani, e guarentire efficacemente le persone e la roba.
CAPITOLO X.
All’origine della monarchia siciliana s’affaccia la quistione se i conti di Sicilia fossero stati vassalli dei duchi di Puglia. Le testimonianze si contraddicono. Il monaco inglese Eadmer, contemporaneo del conte Ruggiero, lo chiama uom del duca di Puglia; il Malaterra, suo famigliare, dice concedutagli la Sicilia in feudo da Roberto Guiscardo; Leone d’Ostia e Romualdo Salernitano, autori più moderni, scrissero le medesime cose.[633] Roberto poi e il figlio Ruggiero, in alcuni diplomi s’intitolarono duchi di Puglia, o d’Italia, di Calabria e di Sicilia[634] e il conte Ruggiero disse talvolta Roberto suo signore.[635] All’incontro, la storia tutta dei tempi fa fede che il conte, nè i figliuoli giammai non prestarono omaggio nè servizio ai duchi di Puglia;[636] e v’ha dei diplomi ne’ quali il conte non chiama Roberto altrimenti che fratello; nè il costui figliuolo Ruggiero altrimenti che duca di Puglia e di Calabria.[637] Il Gregorio accettò quasi la soggezione;[638] il Palmieri negolla con ira;[639] degli altri scrittori taccio per brevità. Ma non può spiegare la contraddizione dei documenti, chi si ostini ad immaginare un Roberto Guiscardo, pio, felice, augusto, seduto sul trono degli avi, tra baroni ossequiosi, e inteso tranquillamente a reggere lo Stato con quelle che poco appresso furono chiamate le Assise di Gerusalemme.
Da’ cenni che noi abbiam fatti qua e là in questo quinto libro, l’eroe comparisce in ben altra sembianza infino al milleottanta.[640] I baroni normanni, un tempo condottieri, lo teneano lor pari; le città lor soldato di ventura, cui per forza pagar dovessero una taglia: i papi stessi che gli avean dato animo con la ricognizione feudale e col titolo di duca, il più spesso tiravano a scacciarlo d’Italia. Il fratello Ruggiero, tenendo dapprima da lui il solo feudo di Mileto, cavalcò tra le sue masnade, capitano di ventura con una compagnia propria; ma nata una briga tra’ fratelli per guiderdoni non soddisfatti, vennero alle armi; Ruggiero passò al servizio di feudatari ostili, o fece patti con città ricalcitranti: alfine stipularono un partaggio di entrate in Calabria: piuttosto assegnamento fisso di stipendio, che vera concessione feudale. In Terraferma dunque occorrono tra due fratelli patti mutabili e temporanei; diversi secondo le forze che l’uno o l’altro contribuiva in ciascuna impresa.