Lo stesso apparisce in Sicilia, dove alla prima passata, Roberto, non concede terreno a Ruggiero; e questi, ritornato co’ suoi uomini d’arme, fa patto co’ trainesi e acquista parecchie castella senza partecipazione di Roberto.[641] La seconda impresa d’entrambi fallì. Nella terza seguì una vera concessione feudale com’abbiam detto;[642] ma a capo di pochi anni, apprestandosi la guerra di Grecia, mutavansi gli accordi del settantadue; poichè il conte signoreggiò allora Messina e tutto il Valdemone.[643] La morte di Roberto, le necessità del figliuolo Ruggiero e la potenza e fama dello zio, fruttarono a questo l’altra metà della Calabria: cioè a dire che si rifece il patto per la seconda volta in quattordici anni; e sappiamo anco che si trattò di dare al conte Ruggiero il titolo di duca, ossia cancellare solennemente la dipendenza feudale che di fatto era ita.[644] Di fatto e anco di dritto, se risguardisi che Urbano II, sovrano feudale del duca di Puglia, nella famosa bolla del millenovantotto non fa menzione di costui, nè vanta signoria di sorta sul conte Ruggiero, nè su la Sicilia. La corte di Salerno ricordava, ciò non ostante, la concessione del settantadue, tanto più volentieri quanto erano scambiate le sorti de’ due rami di casa Hauteville: indi l’opinione di Eadmero e di Romualdo e i titoli de’ diplomi. Che se i cancellieri del conte nello stesso tempo ricordavano o trasandavano la dipendenza feudale dal fratello, ciò prova che la fosse rimasa nelle formole e ormai non ci si badasse. In ogni modo, non si può ammettere nel diritto pubblico siciliano una sovranità surta e scomparsa entro pochi anni, mentre l’edifizio de’ principati normanni non era nè compiuto nè assodato, ma lo si innalzava, demoliva e rifaceva ogni dì.
Chiarito questo e lasciato da canto il dubbio di qualsivoglia nesso feudale con Roma,[645] che mai ne fu detto da senno infino alla prima metà del XIII secolo, si vedrà illimitata in teoria la potestà del conte Ruggiero in Sicilia. E la fu larghissima in fatto, ancorchè la Sicilia e la Calabria abbiano avuto in que’ primi tempi, come tutti gli stati feudali, loro parlamenti, così appunto chiamati, di ottimati laici ed ecclesiastici. Il Gregorio ha allegato in esempio «i principi, conti, baroni ed altri uomini di nota» convocati in Salerno, i quali decretavano la corona reale, al secondo Ruggiero (1129) «e i dignitarii, potenti ed onorandi uomini indi chiamati in Palermo (1130) da tutte le province e terre per assistere alla incoronazione; i quali tutti, insieme co’ popolani grandi e piccoli, messo il partito ed esaminatolo, concordi l’approvavano:[646]» ma cotesto ha sembianza di plebiscito meglio che di parlamento; e la nuova dominazione surse in condizioni politiche e sociali molto diverse da quelle tra le quali regnava il primo conte. È allegato nella medesima opera, più vicino al tempo e più opportuno, un Parlamento tenuto in Messina il 1113 dalla reggente contessa Adelaide, per faccende del vescovado di Squillaci; pur la sembra solenne cerimonia, più tosto che politica adunanza.[647] A cotesto esempio possiamo aggiugnere i privilegi della Chiesa di Palermo confermati il 1112 dalla contessa e dal suo figliuolo Ruggiero «ormai cavaliere e conte», sedenti nelle aule del castello della città, con l’arcivescovo Gualtiero e molti altri chierici, baroni e cavalieri.[648] Chiamato il 1130 nel parlagio[649] della medesima reggia palermitana l’arcivescovo della città con molti altri vescovi e baroni, fermavasi la divisione delle decime di Termini tra l’arcivescovo e l’abate di Lipari.[650] Ma, quel che tronca ogni dubbio, un documento citato in altro luogo dal Gregorio e dimenticato poi nel trattare de’ parlamenti, prova che pretendendosi da’ vescovi le decime ecclesiastiche sulle entrate tutte dell’isola e negandole i Terrieri, come sono appellati genericamente i feudatarii nelle carte latine, greche ed arabiche de’ Normanni di Sicilia, il primo conte Ruggiero convocò gli uni e gli altri in Mazara e definì la contesa in questo modo: ch’ei medesimo pagasse la decima a’ vescovi su i beni proprii; che i Terrieri pagasserne due terzi, usando dassè l’altra terza parte al servigio delle cappelle di lor castelli; e che del rimanente e’ fossero giudicati dai sinodi per loro colpe spirituali e ne pagassero ammenda a tenor delle consuetudini vescovili.[651] Ancorchè promulgata come decisione del principe, cotesta legge mi par delle più gravi che mai fosse stata deliberata in Parlamento moderno d’Europa: e prova gli ordini costituzionali della Sicilia fin dal primo principio della monarchia.
Per distinguersi da’ conti di Terraferma, padroni di minore territorio e soggetti al duca di Puglia, Ruggiero prese talvolta il titolo di Gran Conte.[652] Ma i suoi successori immediati più volentieri s’intitolarono consoli; la quale classica denominazione venne in tanta voga a corte di Palermo entrando il duodecimo secolo, che cancellieri e cronisti, non solamente la usavano nel presente, ma anco riportavanla allo stesso conquistatore.[653] Per vero le tradizioni del consolato non s’erano mai dileguate nel mondo: e specialmente nell’Italia meridionale, i reggitori di Napoli, Gaeta, Amalfi, emancipati dal governo bizantino, s’erano chiamati duchi e consoli;[654] e console Rainolfo conte d’Aversa, che fu il primo feudatario normanno in Italia.[655] Dopo mezzo secolo, quando già quel titolo a Pisa, Genova, Asti, San Remo e senza dubbio in altre città italiane, designava capi politici costituiti senza volontà d’imperatori nè di papi, assunserlo i principi della Sicilia, che aveano a noia di chiamarsi conti, ma non osavano prendere alcun altro dei titoli consueti nell’ordine feudale, o lo sdegnavano. Non succedean essi in Sicilia ai basilei bizantini ed ai califi fatemiti, gli uni e gli altri principi independenti e pontefici, per arrota? Ma non andò guari che, allargato il dominio, e’ smessero le appellazioni di conti e di consoli, per chiamarsi re.
Passando alle altre parti dell’ordinamento politico, seguiamo l’ordine de’ tempi con dir la prima cosa de’ municipii, poichè parte erano in piè innanzi il conquisto. Contuttociò il Gregorio li vide e non vide ne’ tempi normanni; e conchiuse che allora «ebbero le popolazioni siciliane quasi una forma di corpo municipale.[656]» Sapea pure il Gregorio che, nella prima metà del duodecimo secolo, Caltagirone possedette vasti fondi e comperonne dallo Stato;[657] che Nicosia, colonia lombarda, tenne la terra di Migeti; che ambo le città fornivano all’armata grande numero di marinai, e legname da costruzione;[658] che altre colonie lombarde furono soggette agli stessi pesi, contrassegno di proprietà.[659] Vedeasi in ciò la persona legale del comune. Vedeasi agli atti, perfino nelle terre feudali: gli uomini di Patti muover lite contro il vescovo; i lor procuratori accettare una transazione;[660] quei di Cefalù proporre ordinariamente al vescovo feudatario tre persone per la scelta del bajulo.[661] Il Gregorio dunque si avviluppò in quel suo giro di parole, un poco per paura dell’assurdo e tirannico governo de’ Borboni in Sicilia, un poco per non aver bene studiata la materia e soprattutto perch’ei rabbrividiva a quel nome di comune, quasi ne fosse stata unica forma la repubblica italiana del medio evo, o quella di Francia che suonava sì tremenda nell’età sua.
Avendo toccato dei municipii, sì degli antichi abitatori cristiani e sì dei musulmani,[662] ne ricercheremo noi le vestigie durante la guerra e sotto la dominazione normanna. Avvertiamo intanto, a proposito dei municipii cristiani, avanzo dal tempo bizantino, che nella stessa Grecia gli ordini municipali rimasero o rinacquero, non ostante la dichiarazione di Leone il Sapiente, della quale s’è detto a suo luogo; che, dopo quella, le leggi bizantine riconobbero nelle città e nelle campagne alcune corporazioni di mestiere e associazioni d’interessi, le quali, se non abbracciavano l’universale de’ cittadini, aveano forme più democratiche dell’antico municipio e gittavan le basi del nuovo; e che al tempo della dominazione latina e poi della turca, vennero su nella Terraferma al par che nelle isole della Grecia, veri magistrati o rappresentanti municipali, di nomi diversi secondo i luoghi, proesti, demogeronti, arconti, epitropi, i quali ufizi per certo non erano stati stampati di fresco nel XIII o nel XV secolo.[663] Nelle province bizantine della Terraferma d’Italia, le frequenti mutazioni di signoria avean dato occasione alle maggiori città di costituirsi in corpi politici, come si ritrae dagli esempii di Bari e di Salerno che cita lo stesso Gregorio[664] e dagli accordi che altre città fermavano coi capitani normanni:[665] e perfin si legge in un diploma greco dell’undecimo secolo, che villani dimoranti nelle terre d’un Monastero e d’un feudatario, pagassero tributo personale al comune di Geraci in Calabria.[666] La quale tendenza generale della schiatta greca, non solamente non trovò ostacoli in Sicilia, ma fu promossa dalla dominazione musulmana. Le città, sciolte da’ fastidii degli ufiziali bizantini e costrette a far dassè sotto il giogo degli Infedeli, aveano dovuto rinforzare lor ordini municipali nel IX e X secolo, per provvedere all’amministrazione della giustizia, soddisfare a lor obblighi verso i nuovi signori e difendersi civilmente dai soprusi.
Che se il nome delle città torna raro ed incerto nelle memorie della guerra, non ne maraviglierà chi conosca la tiepidezza de’ Greci in quel grande avvenimento e il laconismo delle croniche normanne quand’esse non raccontino il valore e la pietà de’ protagonisti. Pertanto abbiam due soli ricordi: che que’ di Traina fermarono patti con Ruggiero e, quando sollevaronsi e l’assediarono nel suo palagio, aveano, al par delle città di Calabria, una torre afforzata in altra parte della terra; e che in Petralia i Cristiani e i Musulmani, tenuto consiglio, deliberavano di darsi al condottiero normanno.[667] Ma cotesti atti possono riferirsi tanto a magistrati costituiti, quanto al popolo che nei casi estremi ripigli l’esercizio di tutti i suoi diritti. Le carte delle generazioni seguenti ci danno assai più precise notizie sugli ufizii municipali.
Il sonante vocabolo Arcon comparisce in que’ diplomi, com’abbiam noi detto nel capitolo precedente, con due significati diversi, de’ quali il primo tornava genericamente a signore, e lo s’attribuì in particolare a’ grandi ufiziali dello Stato, a un dipresso come or si fa dell’eccellenza.[668] L’altro significato specificava un ufizio. Basilio Tricari, arconte di Demenna, è noverato (1090) tra i testimoni d’una donazione del conte Ruggiero a favore di quel monastero di San Filippo.[669] Gli arconti di Galati, convocati dal feudatario (1116) assistono all’atto per lo quale ei donava un villano al monastero di Mueli.[670] Lo stratego di Demenna aduna (1136) i capi de’ monasteri, i sacerdoti e gli arconti della terra di San Marco per appurare un titolo di proprietà.[671] Mezzo secolo appresso (1182) son chiamati da’ giudici regii a somigliante effetto in San Marco, insieme co’ Buoni uomini e con gli Anziani, gli arconti di Naso, Fitalia, Mirto, San Marco ed un arconte di Traina.[672] Que’ di Capizzi, insieme con gli Anziani han carico (1168) di descrivere i limiti di un piccol podere che la regina vuol donare ad una chiesa.[673] In Oppido di Calabria, dove i Buoni uomini e gli Anziani aveano già (1138) assistito gli ufiziali dello Stato a determinare i diritti del feudatario, nata quistione il 1188 per alcuni poderi, era decisa dal Gran giudice di Calabria secondo l’avviso degli arconti.[674] Eran questi dunque assessori o giurati in cause civili. Nell’impero bizantino il vocabolo arconte avea seguito cammino diverso, e pur non troppo discosto. Serbando l’antica significazione di magistrato giudiziale, prese in particolare quella di presidente d’un tribunale e talvolta di governatore di provincia; poichè questo presedeva ai giudizii: e indi l’arcontia comparisce tra le divisioni territoriali. Da un altra mano il mal vezzo dei titoli e la ripugnanza a tutta aristocrazia ereditaria, portarono la corte bizantina a chiamare arconti gli uomini cospicui per merito, ricchezza, o favore: anco il clero appellò arcontichia il corpo de’ suoi dignitarii; e, venuta la feudalità con le genti occidentali, s’appiccicò quella denominazione ai baroni. Si ritrae infine ch’essa era rimasa come occulta, chi sa per quanti secoli, nei corpi municipali; poichè squarciato il velo dell’amministrazione bizantina, nel conquisto de’ Latini e poi de’ Turchi, si veggono venire alla luce, insieme con le istituzioni comunali, gli arconti e le altre denominazioni che ci accadde citare poc’anzi; le quali in luoghi diversi denotavano ufizii identici o molto somiglianti.[675] A cotesti ufizi municipali, s’io mal non mi appongo, fu dato in alcune terre il titolo di arconti, per cagion di quella parte del podere giudiziale che tennero i municipii dell’antichità e la trasmisero a que’ del medio evo. L’ufizio municipale poi, sendo ereditario tra’ possessori, come nella curia romana, potea divenire qua e là nelle province, denominazione volgare d’un ceto di gentiluomini; denominazione non legale, che pur insinuossi nell’aula di Costantinopoli. In Sicilia, come ognun vede, venne alla luce nel XII secolo l’ufizio municipale, e possiam anco dire l’appellazione di classe; la grande magistratura d’arconte non esistè; ma, tra gli altri orpelli che i principi normanni tolsero in prestito dalla corte bizantina, foggiarono questo titolo di arconti pei grandi ufiziali dello Stato, a suggestione, com’egli è manifesto, de’ valentuomini stranieri di schiatta greca, i quali nella prima metà del duodecimo secolo collaborarono col secondo Ruggiero all’assetto del reame.
L’ufizio di giurati nelle cause di confini e di proprietà rurali si vede anco esercitato in Sicilia dagli Anziani (Γέροντες), or soli, come (1142) a Traina, Cerami, San Filippo d’Argirò[676] e, quel ch’è più, nominati a mo’ di corporazione, come (1123) a Ciminna;[677] or insieme coi Buoni uomini, come (1095) a Rametta,[678] (1182) a San Marco, Naso, Fitalia, Mirto,[679] e (1183) a Centorbi[680] ed occorre anco il caso (1138) in Oppido di Calabria;[681] or insieme con gli arconti come (1168) a Capizzi.[682] Quand’egli avvenia che soggiornassero Cristiani e Musulmani nella medesima terra o in quelle attorno un podere di cui fossero contesi i confini, si chiamavano gli anziani degli uni e degli altri, col titolo comune di sceikh ovvero di geronti, secondo la lingua del diploma. Così (1134) a Giattini e Mertu[683] e poscia (1172) a Misilmeri[684] e poco appresso (1183) a Vicari, Petralia, Caltavuturo, Polizzi, Ciminna, Cammarata, Cuscasin Michiken, Casba, Cassaro, Gurfa, Iali.[685] I geronti e il maestro de’ borghesi di Traina, i geronti, cristiani e musulmani di Gagliano, i geronti e gli uomini, (che di certo significa i «Buoni uomini») di Centorbi, eran chiamati (1142) al par che quelli di Castrogiovanni e di Adernò, cristiani e musulmani, a definire insieme con un protonotaro delegato dal re i confini di Regalbuto, pei quali disputava il feudatario di Argira contro il vescovo di Messina.[686] Per un altro diploma (1149) gli sceikh musulmani e cristiani di Giato avean carico di assister lo stratego a designare su i luoghi una quantità di terreno donato dal re su i beni demaniali.[687] In parecchi atti pubblici, greci, inoltre, del XII e XIII secolo, si veggono de’ testimonii soscritti col medesimo titolo nelle terre di Mistretta, Naso, Mirto e nuovamente in San Marco e in Centorbi.[688]
Erano convocati dai giudici del re i Buoni uomini (Καλοὶ ἀνδρώποι), di San Marco (1109), que’ di Traina, Gagliano e Milga (1154) e insieme con gli Anziani, i Buoni uomini di Naso, Fitalia, Mirto e San Marco (1182) e infine, que’ di Centorbi (1183) per determinare i confini di territorii sui quali si contendea.[689] I Buoni uomini, di Ἀχάρων, ch’io credo torni ad Alcara di Val Demone, chiamati dal vescovo di Messina, lor signore, per far testimonianza sul diritto di proprietà di certi pascoli tenuti da un monastero (1125), rispondeano aver essi medesimi conceduto quel fondo al monastero, in grazia di alcuni loro concittadini che vollero farsi frati.[690] Ottant’anni dopo, que’ di Nicosia, insieme con due commissarii del re «e con tutto il popolo» disponeano della chiesa del Salvatore, fondata un tempo dallo stesso municipio.[691] Nel primo caso tornano dunque i Buoni uomini ad assessori, o giurati: quello ufizio appunto che lor veggiamo esercitare nel IX o X secolo, secondo la Lex romana del manoscritto di Udine, la quale li mostra allo stesso tempo rappresentanti di comuni in giudizio ed esercenti altri atti d’amministrazione.[692] Nel caso d’Alcara e di Nicosia evidentemente rappresentan essi il comune, come il nostro odierno Consiglio municipale. Tali appunto i Boni homines di Savona, secondo i diplomi latini del 1056, 1062, 1080, 1125 pubblicati dal San Quintino.[693] Nè l’è maraviglia di trovar lo stesso nome ed ufizio in Sicilia, quando tanta parte delle nuove colonie venne dalla Marca aleramica; e d’altronde quella appellazione durava qua e là in tutta Italia, per esempio al principio dell’undecimo secolo in Benevento;[694] e lungo tempo appresso ricomparve nella repubblica fiorentina.
Pongo in ultimo, tra gli ufiziali dei comuni cristiani, i Maestri de’ borghesi, che il Gregorio notava in Collesano (1141) e in Traina (1142) e prendeane animo a confessare le «quasi forme» di municipio, aggiugnendo, senza prova nè indizio altro che il nome, che «il maestro dei borghesi intimava e dirigea come capo» il consiglio comunale.[695] Senza riandar l’antico significato militare del vocabolo Magister, nè il militare e civile che prese passando nell’impero bizantino, lo veggiamo noi nell’Europa, centrale e occidentale, per tutto il medio evo, rispondere a prefetto, o preposto ad una classe di impiegati o di cittadini,[696] e ci occorre in Messina nel duodecimo secolo il maestro degli Amalfitani;[697] ma non troviamo esempio da mostrare, certo nè verosimile, che Magister tanto valesse allora nel linguaggio legale di Sicilia, quanto Major e che quest’ultima voce denotasse lo stesso ufizio in Sicilia che nella Francia settentrionale e nell’Inghilterra.[698] All’incontro, il solo documento dal quale intender si possa la natura dell’ufizio, lo mostra pari in grado agli anziani[699] e ci conduce a supporlo capo elettivo d’un consorzio di coloni i quali, stanziando in mezzo a popolo diverso di condizioni o di origine, avessero interessi lor proprii da curare; come le scholae del Medio evo, le corporazioni d’arti di tutti i tempi e, nei primi principii loro, le compagne di Genova e d’altre città italiane. Un piccol numero di borghesi italiani, ovvero oltramontani, stanziati in Collesano, feudo degli Avenel,[700] avrebbe potuto richiedere questa maniera di consolato, com’or si direbbe: e lo stesso valga per Traina, prima possessione del conte Ruggiero, nella quale si veggono alla metà del XII secolo abitatori greci, italici e francesi.[701]