Di simili consorzii legalmente riconosciuti ci danno esempio le università, come allor chiamavansi, degli Israeliti in Sicilia. Senza argomentare dalle loro istituzioni congeneri in altri paesi, abbiamo del XV secolo i Capitoli concessi da re Alfonso alle università dei Giudei del regno di Sicilia;[702] abbiamo del secolo XIV memorie del loro Proto, de’ loro anziani e delle loro università in Mazara e in Messina:[703] e le medesime istituzioni risalgono senza dubbio al duodecimo secolo, quando il vescovo di Cefalù, possessore della Chiesa di Santa Lucia in Siracusa, concedeva in enfiteusi alla gemâ’ de’ Giudei in quella città un pezzo di terreno per ampliare lor cimitero.[704]
La voce gemâ’ usata in quello scritto arabico per designare la corporazione de’ Giudei di Siracusa, prova che così anco fossero chiamate in Sicilia le università de’ Musulmani, le quali, per lo grande numero e il soggiorno separato, tornavano spesso a veri comuni. Gli è impossibile d’altronde immaginare il soggiorno di sì grosse popolazioni musulmane senza i loro magistrati municipali: e, se ciò non bastasse, noi potremmo allegare gli antique, ossia sceikh, de’ quali fa menzione Amato nella resa di Palermo;[705] gli accordi di Mazara e di tutte le altre città che sembrano fermati dalla gemâ’ di ciascuna; e, sotto il principato normanno, gli sceikh di Giattini, Misilmeri, Giato, Vicari e d’altre terre, chiamati geronti in greco, e incaricati come gli arconti, gli Anziani e i Buoni uomini, di determinare i confini delle possessioni rurali.[706]
Veramente e’ mi par di vedere sotto quelle denominazioni, che variano secondo le genti, unico uficio di rappresentanti dei municipii; salvo il divario che nascea, nell’ordinamento e ne’ limiti dell’autorità, dalle condizioni e consuetudini locali di ciascuna terra, di ciascuna gente e di ciascun consorzio; perocchè trattando del Medio evo erra sempre chi suppone uniformità. Anzi mi farebbe maraviglia a veder sì frequente quel titolo di anziani col medesimo significato in greco e in arabico, se l’autorità de’ padri di famiglia, e però dei vecchi, non occorresse nelle forme primitive d’ogni umano consorzio; e se non potessimo supporre con verosimiglianza che le municipalità cristiane di Sicilia si fossero spontaneamente riformate nel IX o X secolo, ad esempio delle musulmane, per provvedere ai bisogni prodotti nella società loro dalla nuova dominazione.[707] E’ non occorre dimostrare che gli sceikh appartennero ai Musulmani; i geronti e gli arconti a’ Greci e credo io, agli altri antichi abitatori; e i Buoni uomini alle nuove colonie italiche. Evidente anco parmi che ciascuna gente ritenne o portò seco la propria forma di municipio; poichè il principato normanno non potea distruggere, nè fondare, nè pur modificare profondamente istituzioni di tal fatta. Gli arconti, come ho detto, sembrano in Sicilia anziani che ritenessero quel titolo, per antica consuetudine, come possessori; non altrimenti che i kaid, nobili e condottieri, entravano nelle faccende municipali come ogni altro notabile; ma nè i primi nè i secondi io tengo ufiziali esecutivi, come sarebbero podestà, sindaci, giurati, giunte municipali. Nè tali mi sembrano i maestri de’ borghesi, meri capi di consorzii minori. Necessario fatto egli era poi, e l’attestano i diplomi, che nelle terre abitate insieme da due o più genti diverse, ciascuna avesse i suoi proprii rappresentanti, come abbiamo visto a San Marco, Capizzi, Giattini e in molti altri luoghi.
Ho detto rappresentanti dei comuni per usar locuzione moderna ed esprimere un fatto simile nato da diritto diverso; poichè non è da supporre elezione popolare nè regia, in cotesti corpi municipali composti di uomini privilegiati in virtù di antichissime consuetudini, gli uni delle città italiche o elleniche, gli altri della tribù nomade e de’ primi tempi dell’islam: possidenti, capi di alcune arti, scribi, chierici cristiani, giuristi musulmani ed altri notabili. I quali in che modi e tempi si ragunassero, e se nominassero delegati appositi per ciascun negozio, lo ignoriamo; nè abbiamo vestigie di magistrati incaricati ordinariamente del potere esecutivo del Municipio. Pure il diploma inedito di Nicosia che abbiam dato poc’anzi, solo e tardo com’esso è, gitta molta luce su l’ordinamento municipale de’ tempi normanni; dovendo supporsi che le costituzioni delle colonie lombarde fossero le più larghe dell’isola e che le tornassero al principio del duodecimo secolo, non già alla fanciullezza di Federigo secondo, nè al breve regno d’Arrigo. Or il diritto di proprietà è esercitato in quell’atto «da due commissari regii, da’ Buoni uomini e dal popolo» e tra i Buoni uomini sono soscritti due giudici giurati e due bajuli. Compariscono dunque due ordini di rappresentanti municipali, il Consiglio grande, cioè, dov’era chiamato tutto il popolo a suon di campana, come si usò in Sicilia fin sotto la dominazione spagnuola; e i Buoni uomini che par componessero un Consiglio ristretto, nel quale intervenivano i bajuli, oficiali amministrativi e giudici regii, istituiti da re Ruggiero in luogo de’ vicecomiti e strateghi dei primi tempi normanni: risulta poi evidente che la presidenza del gran Consiglio era affidata ad appositi delegati del principe. Possiamo dunque supporre con fondamento che tutti i corpi municipali fossero stati convocati e preseduti da commissarii regii, per generale provvedimento promulgato fin dai principii della dominazione normanna; poichè sembra impossibile che Ruggiero avesse ristrette con tal freno le colonie lombarde e lasciate senza alcuno le terre greche o musulmane; e d’altronde si è visto,[708] senza eccezione chiamare dal feudatario i Buoni uomini di Alcara, e dai commissarii regii que’ di Nicosia, terra demaniale, per esercitare atti di dominio; e similmente da giudici regii o altri ufiziali gli sceikhi, anziani, arconti o Buoni uomini di tante altre terre, per far le veci di giurati in cause civili. Il consiglio generale poi, aperto a tutto il popolo, cioè a tutti i borghesi, sembra privilegio delle colonie lombarde; nè può ammettersi nelle altre città, se nol provino nuovi documenti. E i due giudici giurati di Nicosia soscritti nel diploma del 1204, sembrano veramente ufiziali esecutivi del municipio, come que’ di Messina, soscritti in una carta del 1172; ma non si potrà su questo solo indizio determinar la giurisdizione loro.[709] Nè potrassi definire precisamente quella degli stessi municipii; la quale se la ci torna oscura in oggi, fu dubbia e mutabile e diversa nell’undecimo e duodecimo secolo, e sol ritraggiamo la personalità del municipio, la magistratura affidata a’ suoi rappresentanti e che fors’anco erano richiesti que’ notabili di cooperare nell’azienda dello Stato.[710]
L’istituzione de’ municipii è provata anco dalle franchige, le quali non furono mai disgiunte dall’ordinamento della società chiamata a goderle. Che il principe e i feudatarii, costretti a rifornire la Sicilia di coloni cristiani, li avessero invitati con ogni maniera di concessioni, si ritrae da testimonianze concordi. Ruggiero, liberati i prigioni di Malta, profferia di fabbricar loro a proprie spese un villaggio, là dove lor paresse; di fornire i capitali fissi bisognevoli a loro industrie e di francare la terra perpetuamente da gravezze ed angarie.[711] Similmente era accordato ai borghesi di Catania, Patti e Cefalù,[712] lo esercizio di diritti promiscui nelle terre del signore, la immunità da certe gravezze e impedimenti feudali, la guarentigia della libertà personale e, nella prima di quelle città, che Latini, Greci, Saraceni ed Ebrei fossero giudicati ciascuno secondo sua legge. Abbiamo noi accennato alle immunità delle colonie lombarde di Randazzo e di Santa Lucia:[713] i diritti e le buone consuetudini di Caltagirone, attestati da un diploma di Arrigo VI, tornavano parimenti ai tempi di re Ruggiero[714] e son da supporre le une e le altre più antiche. Inoltre, dovendosi tener generale il bisogno di colonie cristiane, possiam noi dire che quasi tutta la Sicilia ottenne, in breve e di queto, franchigie municipali non dissimili da quelle che tante popolazioni italiane e straniere, nella stessa età, strapparon di mano ai feudatarii con ostinati sforzi e sanguinosi.
Or è da spiegare perchè il municipio non si vegga distintamente, pria dello scorcio del duodecimo secolo, nelle primarie città dell’isola, le quali pur godettero larghissime franchige personali e reali fin da’ primi anni della dominazione normanna.[715] Il difetto non va apposto a casi fortuiti che avessero distrutto ogni avanzo di loro carte nei frequenti disastri della diplomatica siciliana: ma più plausibile supposto e’ sembra che nessuna di quelle città abbia avuto municipio di momento in que’ primi tempi. Lasciate da canto Siracusa e Catania, soggette a feudatarii, diremo sol di Palermo e di Messina, tenute sempre in demanio e importanti sette secoli addietro, così come le son oggi.
Palermo che agguagliava o vincea per frequenza di abitatori ogni altra città d’Italia, racchiudea forse, verso il 1150, una diecina di università, come allor si chiamavano: Musulmani, Greci, Ebrei, Lombardi, Amalfitani, Genovesi, Baresi ed antichi abitatori cristiani; e i Musulmani e qualche altra gente suddivisi, com’egli è verosimile, per quartieri, Cassaro, Khalesa, Halka, Schiavoni:[716] tra i quali corpi e’ non è possibile d’immaginare alcuna comunanza di vita municipale. Fu mestieri che si dissipassero i Musulmani, e che la lingua, i costumi e le violenze dei feudatari e poi de’ Tedeschi, accomunassero i cittadini cristiani, cioè che volgesse più d’un secolo, per mettere insieme quel grosso di borghesia, il cui municipio prevalse su tutte le università minori e rappresentò la cittadinanza della capitale che proteggea Federigo lo Svevo nella sua fanciullezza. Chi ricordava allora la gemâ’ musulmana o l’israelita, o i magistrati de piccoli consorzi cristiani, e chi ne serbava gli archivi?
Sembrano diverse a prima vista le condizioni di Messina, la città cristiana, la testa di ponte, direbbe un militare, per la quale i conquistatori soleano sboccare contro i Musulmani dell’isola. Ma secondo la testimonianza d’Amato, rincalzata da fatti anteriori, Messina, al primo assalto dei Normanni, era quasi vota d’abitatori battezzati.[717] Nè al certo valsero a ripopolarla in breve tratto le poche centinaia di uomini che vi facea passare di quando in quando il conte Ruggiero; nè gli stuoli più grossi che recovvi tre fiate Roberto Guiscardo. Greci di Sicilia e di Calabria vi si raccolsero, com’e’ pare, a poco a poco, e genti italiche di varii paesi, finchè il tramestìo delle Crociate e le guerre marittime de’ Normanni non riempirono di navi il porto e non accelerarono la ristorazione della terra.[718] La diversità delle genti che l’abitavano, attestata dagli scrittori del duodecimo secolo,[719] portò necessariamente molti consorzii e ritardò, sì come in Palermo, la formazione del vero municipio.
Le conghietture alle quali io sono stato troppo spesso necessitato, provano la scarsezza de’ documenti e il poco zelo che s’è messo fin qui a rintracciarli. Or v’ha cagione di sperare che il generale movimento degli studii storici conduca gli eruditi ad approfondire la istituzione delle municipalità siciliane. Ce ne danno arra i lavori di Isidoro La Lumìa e di Ottone Hartwig, l’un de’ quali nella Storia di Guglielmo il Buono e l’altro nell’Introduzione alle consuetudini municipali della Sicilia, hanno toccato con dottrina, ancorchè di passaggio, questo grave argomento.
Della feudalità non tratteremo a lungo, sendo stati gli ordini di quella descritti largamente dal Gregorio,[720] e qualche minuzia che questi lasciò addietro, spigolata con diligenza dal professore Diego Orlando.[721] La somma è che, istituita per lo primo allo scorcio dell’undecimo secolo, da un conquistatore che sapea comandare a’ suoi seguaci, la feudalità siciliana nacque ubbidiente e moderata; che il principe trasferì a ciascun barone, tanto o quanto determinati, que’ ch’egli credea suoi diritti su le cose e sulle persone; ch’e’ riserbossi il più delle volte la suprema giurisdizione criminale, e mantenne rigorosamente le regalie. Non men che il diritto costituito, raffrenava i baroni un contrappeso materiale: i molti beni ritenuti in demanio, i molti allodii lasciati agli antichi abitatori ed a’ Musulmani, e forse un po’ più tardi i fondi conceduti a’ municipii col peso del servigio navale, e fin dal principio l’accorta distribuzione de’ feudi.